«Che cosa è Dio?»

Nascosto nel cavo delle rocce per ripararmi da un forte vento, con il breviario in mano e con lo sguardo spesso rivolto all’Oceano Atlantico, a Camps Bay (Città del Capo) non è difficile pregare. Sulle rive della spiaggia l’oceano ha prima il colore d’oro della sabbia, poi diventa verde, blu, turchino e… all’infinito sembra nero, prima di sfociare nell’azzurro cielo. Le montagne, che fanno da corona a questo angolo di paradiso, sono esse stesse preghiera, come il nome che portano: “I dodici Apostoli”.

Il breviario che ho in mano è voluminoso e ricoperto da una pelle con incisa un’icona della Madonna della tenerezza. Sono senz’altro l’unico anziano in questo posto, dove tanti giovani vengono a scattare fotografie. Quasi tutti si riprendono da soli. E subito si autocontemplano…

Mi accosta un bambino di cinque o sei anni: «Che tipo di libro è quello lì?». «È la Bibbia», rispondo sorridendo. «E che cosa è la Bibbia?». «È la parola di Dio». «E che cosa è Dio?»…

A questo punto, un uomo chiama il mio piccolo interlocutore che schizza via come un fulmine, forse un po’ triste per la brusca interruzione. Ma… niente capita a caso! Dal cavo della roccia accanto alla mia si fa avanti un giovane: «Posso continuare io la conversazione con lei? Chi è Dio?».

È nato in Sudafrica da madre proveniente dalla Namibia e da padre inglese, docente di matematica. È un giovane universitario che sta lì a godersi il sole perché l’università è chiusa per scioperi, a causa delle tasse troppo alte. Quest’anno non ci saranno esami. Un altro anno perso!

«Chi è Dio?». Un reciproco sguardo. Una muta intesa. E un dialogo, la cui sintesi potrebbe servire a quanti non cercano più Dio, perché non si sentono mortali.
«È l’aria che respiriamo. È questa unione di terra e cielo che contempliamo: monti, oceano, infinito, azzurro, bellezza indescrivibile, automatico rimando al Bellissimo».

«Ne parla come se fosse un amico».
«Sì, ma spesso con Lui litigo, come tra amici. Quando non si fa sentire. Quando sperimento il male del mondo. Quando, come è capitato questa mattina, un ragazzo che si copriva la faccia per la vergogna di mendicare, mi ha chiesto se potessi aiutarlo. Non avevo un soldo con me. Gli ho dato una collanina che avevo trovato per terra e lui si è messo a piangere e mi ha preso per mano…».

«E lei ha litigato con il suo Dio per un ragazzino che chiedeva l’elemosina?».
«Sono brutte la fame, la miseria e la guerra… ma è più brutto ancora vedere che l’umanità si è abituata a tutto il male del mondo. Ogni volta che questo mi è sbattuto in faccia, mi arrabbio contro l’egoismo e la stupidità di molti esseri umani, per i quali prego con forza il Signore perché cambi i suoi figli».

«E che cosa ha fatto questa mattina?». «Ho guardato il cielo e ho sussurrato: “Fino a quando, Dio, fino a quando?”».

«E adesso che cosa sta dicendo al suo Amico?».
«Gli parlo con le parole dei Saggi. Leggo i Salmi e i brani più salienti della Bibbia: medito, ringrazio e supplico il Signore perché abbia pietà del mondo, soprattutto di chi non crede in Lui».

«Mio padre è ateo. La mamma dice che un tempo sperava di convertirlo, invece ha smesso di credere anche lei. Entrambi mi hanno detto che avrei dovuto scegliere io se credere o no, se frequentare una chiesa o un’altra. In pratica mi trovo, a ventun anni, a chiedermi come quel bambino: “Chi è Dio?”».
«Dopo tanti studi, io mi guardo bene dalla presunzione di dimostrarne l’esistenza. Dio si mostra, non si dimostra. Cristo lo si incontra… nel bambino che si copre la faccia perché ha vergogna a elemosinare. Lo Spirito Santo si sperimenta, amando. “Ama e capirai”, ha detto Sant’Agostino. E se tu volessi saperne di più, non mi resterebbe che dirti: “Vieni e vedi”, come Gesù aveva fatto con i primi discepoli».

«Venire dove? Forse non la vedrò più. Non può dirmi ora ciò che mi può servire per fare una scelta che potrebbe dare un senso alla mia vita?».
…In una rapida carrellata si affaccia alla mia memoria l’innumerevole schiera dei giovani ai quali ho parlato di Dio, in tanti angoli della terra. Ho un po’ di riluttanza a riprendere da capo il discorso, perché mi ero proposto di trascorrere la fine di quest’anno parlando a Dio, più che parlando di Dio. Spendere tanto tempo nella pura lode, la “dossologia”: «Per Cristo, con Cristo, in Cristo, a Te Dio Padre ogni onore e gloria!». Ma qui, davanti a me, in quest’incantevole scenario, ecco una persona che m’interpella ancora una volta sulla mia esperienza di fede. Mi viene in mente San Pietro, nella sua prima lettera: «…adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi». E per l’Apostolo la speranza implica la fede. E allora comincio…

Comincio con il racconto di Siddhartha, di Hermann Hesse: l’“Ohm” ripetuto continuamente quale mantra al guado del fiume. Passo a Saint-Exupéry: Il Piccolo Principe, per dimostrare quanto sia importante il silenzio, il deserto e il sogno. Pezzo forte è il racconto del Grande Inquisitore, quel famoso “bacio che brucia” de I Fratelli Karamazov. Infine la mia esperienza di fede, accolta in religioso silenzio dal giovane uditore, che mi stringe forte la mano, quando parlo dell’esperienza della morte.

«E io, che cosa devo fare?». È lì, come davanti al medico in attesa di una cura. Gli dico che la “guarigione” dipende da lui. È lui che deve compiere il miracolo. Gesù era esplicito: «Non io, ma la tua fede ti ha salvato». Una fede che si basa sulla certezza di non essere venuti al mondo per caso, ma perché Qualcuno ci ha da sempre amato. Fede nutrita nel silenzio, nella preghiera, nel bacio che brucia. Il bacio dato al povero, al bisognoso d’affetto, alla vita, alla bellezza del creato, che è la silenziosa firma dell’umiltà di Dio. E torno a parlare di me: «Questa mattina, di fronte al ragazzo mendicante avevo detto: “Fino a quando, Dio?”. Questa sera, davanti al creato e con te che mi chiedi di parlarti di Dio, vorrei avere un bastoncino e fare come Sant’Agostino, che amorevolmente picchiava i fiori supplicandoli: “Tacete, tacete! Voi mi rimproverate che troppo tardi ho amato Dio”. Dal silenzio di Dio questa mattina, all’urlo di una Presenza, ora, al tramonto…».
«Ma io ho tanti amici che sono nella mia stessa condizione. Che cosa dovrei dire loro?».
«In molte parti dell’Africa si dice che prima di dare un suggerimento a una persona bisogna mangiare con lei cinque chili di sale. Ma tu non sei disposto ad attendere tanto: fai parte della generazione del “tutto e subito”.

Perciò abbozzo qualche intuizione:

  1. Molti giovani non cercano Dio, non pregano e non vanno in chiesa perché si sentono immortali. ll loro smartphone dà loro l’illusione di avere in mano il mondo, di comunicare con tutti e di non avere bisogno di altro. Conseguentemente, non sentono neppure il bisogno di Dio.
  2. La scoperta della propria mortalità e della caducità del tutto non devono ingenerare un senso di tristezza né rubare la voglia di vivere, ma spingere alla ricerca di un supplemento di vita in Colui che è il Garante di ogni amore, il Guardiano della nostra intimità, la Roccia su cui costruire il nostro futuro, la nostra casa.
  3. È importante accettare il fatto che tutti, sempre, facciamo errori: abbiamo i piedi per terra, sbagliamo, ma non dobbiamo assolutamente identificarci con il nostro peccato. E quando il cuore ci accusa di aver sbagliato, è liberante rendersi conto che Dio è più grande del nostro cuore.
  4. Occorre cercare una persona alla quale porre con estrema, disarmante semplicità, la domanda: “Chi è Dio?”. E non accontentarsi di una risposta data una volta per tutte, perché il Signore è novità assoluta e ogni giorno dobbiamo intravedere il suo volto, leggendo il Vangelo, cercando Cristo davanti al tabernacolo, coscienti che poi lo troveremo sul volto del povero.
  5. E se gli amici ti chiederanno di spiegare ulteriormente il mistero di Dio, domanda loro di spiegarti prima il mistero del piccolissimo seme d’anguria, che produce un frutto duecentomila volte più grande di lui».

Valentino

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