«Dio si è fatto uomo per poter piangere!»

Ho presentato dodici figure dei martiri del nostro tempo, suscitando in alcuni lettori delle domande sul significato del dolore, specialmente quando questo tocca persone innocenti, soprattutto i “piccoli”, vittime della fame, delle ingiustizie e delle guerre. Fino a Natale sarò in Africa, dove avrò sufficiente tempo per rispondere a domande già a me rivolte e a quelle che mi arriveranno in seguito alle mie riflessioni, grato a chi me le dovesse criticare, commentare, confutare o rafforzare con esperienze personali. Grazie!

«Dio piange: piange davanti alle calamità, alle guerre fatte per adorare il dio denaro, ai bambini uccisi, piange per questa umanità (…) Gesù si rivolge alla Gerusalemme chiusa, che uccide i profeti che gli sono inviati… Guarda il suo popolo, guarda la città. E quel giorno pianse su Gerusalemme». Così parla papa Francesco, nell’omelia tenuta a Santa Marta il 27 ottobre 2016.  «È Dio Padre che piange qui nella persona di Gesù: “Tante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una chioccia i suoi pulcini sotto le ali e voi non avete voluto!” (…) Qualcuno ha detto che Dio si è fatto uomo per poter piangere, piangere quello che avevano fatto i suoi figli. Il pianto davanti alla tomba di Lazzaro è il pianto dell’amico. Questo è il pianto del Padre (…) E nel momento in cui Gesù con la croce va al Calvario, alle pie donne che piangono dice di piangere non su di Lui, ma sui propri figli. Dunque un pianto di padre e di madre che Dio anche oggi continua a fare. Anche oggi davanti alle calamità, alle guerre che si fanno per adorare il dio denaro, a tanti innocenti uccisi dalle bombe che gettano giù gli adoratori dell’idolo denaro, anche oggi il Padre piange, anche oggi dice: “Gerusalemme, Gerusalemme, figlioli miei, cosa stai (state) facendo?”. E lo dice alle vittime poverette e anche ai trafficanti delle armi e a tutti quelli che vendono la vita della gente. Ci farà bene pensare che il nostro Padre Dio si è fatto uomo per poter piangere e ci farà bene pensare che nostro Padre Dio oggi piange: piange per questa umanità che non finisce di capire la pace che Lui ci offre, la pace dell’amore».

«Dov’è Dio?». Domanda che molti pongono, come se fosse un ritornello, ogni volta che si verifica una sciagura: la morte di un bambino innocente, il terremoto… «Perché il dolore? Il male non mette un’ombra un po’ troppo cupa sull’esistenza di Dio? Dov’è Dio, quando la terra trema?».
Nella mentalità ebraica la parola “terremoto” equivale a “teofania”, manifestazione di Dio. Non una sfida negativa, ma un rimando al Signore che, direttamente o indirettamente, dice qualche cosa a questa umanità. Noi spesso, purtroppo, ci rivolgiamo a Dio soltanto quando abbiamo un problema, quando soffriamo, quando siamo smarriti e non troviamo risposte. Allora eleviamo al cielo il nostro grido: «Fino a quando, Dio, fino a quando?».
Dio?… Non è un interrogativo astratto, ma una struggente domanda. È il tema più importante di ogni generazione: la domanda del senso di questa nostra esistenza sia nei momenti di gioia, sia in quelli del dolore.

Non una dimostrazione, ma un racconto. E quando chi soffre pone una domanda, non si aspetta certo una dimostrazione, ma una presenza, un abbraccio, un accenno atto a “mostrare” che Dio esiste perché l’abbiamo incontrato, grazie ad una esperienza del suo “illogico” Amore.

Un Amore che seduce, proprio mentre tormenta. Un Amore che non è un’astrazione. È lo Spirito Santo e ha il volto del più bello tra i figli dell’uomo: Gesù. Lui che, di fronte al male del mondo, non è scappato, ma l’ha assunto su di sé, per inchiodarlo al legno della croce. 
Da questa Egli ha innalzato un grido: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». L’ha fatto per giustificare ogni nostro grido al Signore, quando tutto sembra assurdo e nessuno risponde, nemmeno Dio. Lecita è la nostra domanda: «Dov’è Dio?». Giustificato il nostro grido.

Non rimarrà muto il cielo. La risposta, al momento opportuno, farà comprendere che la crisi del sacro è paragonabile ad un’eclissi, in cui le tenebre durano poco. Dopodiché, la nostra bellezza brillerà quale luce che ci farà ripetere, con il Cantico dei Cantici: «Più forte della morte è l’amore».

Valentino

Commenti

  1. Stefania Marone Bianco
    nov 9, 00:01 #

    Che anche una sola vita persa a causa della malvagità umana è già di troppo!
    Che non credere nell’Amore è come uccidere la speranza stessa!

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