Jerzy Popiełuszko: «Io mi sono offerto e non mi tiro indietro»

«Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno. Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa scegliere. Sono stretto infatti fra queste due cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio…» (Fil 1,21-23).

Lungo il Calvario del popolo polacco. L’invasione della Polonia da parte di Hitler il 1°settembre 1939 segna l’inizio, per l’Europa occidentale, della guerra che in poco tempo infiammerà il mondo intero: il più grande conflitto della storia che costerà all’umanità sei anni di sofferenze, distruzioni e massacri per un totale di 55 milioni di morti. La Chiesa polacca è colpita duramente dai nazisti: in tutta la nazione sono chiusi i monasteri, i conventi, i seminari. Molti preti vengono uccisi (più di tremila), imprigionati o deportati. Nell’immane dolore molti polacchi non solo non perdono la fede, ma la rafforzano, stando sempre più aggrappati al Signore.
Fra i tanti, questo è il caso dei coniugi Popiełuszko: poveri contadini, semplici, ricchi solo di fede. Da loro nel 1947 a Okopy, in provincia di Białystok, nasce Jerzy che – assieme ai quattro fratelli – è visto come benedizione in sé, quale dono di Dio, e come provvidenza per lavorare la terra.

La salute cagionevole non gli impedisce di impegnarsi in ogni campo, per dare il meglio di sé. Nel 1965, terminate le scuole superiori, entra nel seminario di Varsavia, dove trova grandi ispirazioni per una santa vita sacerdotale dal cardinale Stefan Wyszyński. Questi sarà il suo maestro di vita. Famiglia d’origine, Chiesa domestica, e la testimonianza del Cardinale pongono le fondamenta della grandezza del futuro martire.
Una grave malattia fa dubitare i superiori del seminario sull’opportunità della sua ordinazione sacerdotale.

Questa comunque avviene nel 1972. Però, data la fragilità di questo giovane prete, non gli viene assegnato alcun incarico. Deve arrangiarsi a gestire la sua vita, come può.

«Io mi sono offerto e non mi tiro indietro». Queste parole confermano la coscienza di don Jerzy della sua vocazione, della sua particolare missione sacerdotale e, forse, del suo presentimento di essere chiamato a morire martire, seguendo il cammino di Cristo verso il Calvario. Non si scoraggia per il fatto di essere un semplice “residente” nella parrocchia di San Stanislao, ma s’impegna per essere d’aiuto a chiunque sia nel bisogno. Finché nel 1980 il cardinale Wyszyński, di fronte alla manifestazione degli operai della Huta, che scioperando richiedono la presenza di un prete perché celebri loro la messa, domanda a don Jerzy se sia disponibile a soddisfare la loro richiesta. Il timore iniziale presto svanisce di fronte alla calorosa accoglienza che riceve e al fervore con il quale questi polacchi assistono all’Eucaristia. Ciò l’incoraggia ad assumersi la responsabilità di continuare le celebrazioni in fabbrica.

Nel 1983 organizza i funerali del figlio dell’attivista di opposizione Przemyk, barbaramente ucciso dai poliziotti. Vi partecipano più di seicentomila persone.

La positiva risposta alle sue proposte lo incoraggia sempre più ad impegnarsi nel dare il meglio di sé, nelle omelie, durante la celebrazione delle messe per la Patria. Le omelie presto vengono regolarmente trasmesse da Radio Free Europe, che gli dà una certa popolarità anche all’estero. Nella predicazione sviluppa il tema che papa Giovanni Paolo II aveva svolto nella visita alla sua patria, il 2 giugno 1979. Non conoscere Cristo e ignorare il Cristianesimo vuol dire condannarsi a non capire nulla della storia della Polonia: «La Chiesa ha portato alla Polonia il Cristo, cioè la chiave per la comprensione di quella grande e fondamentale realtà che è l’uomo. Non si può infatti comprendere l’uomo fino in fondo senza Cristo. O piuttosto l’uomo non è capace di comprendere se stesso fino in fondo senza Cristo… L’esclusione di Cristo dalla storia dell’uomo è un atto contro l’uomo». I pilastri dell’insegnamento di don Jerzy: Cristo, centro della storia; l’obbligo di seguire la coscienza nel suo anelito alla libertà; l’urgenza di vincere il male con il bene.

Tra i tanti errori del comunismo occorre annoverare questa cecità nel non voler rendersi conto che la fede, e Cristo in particolare, sono la chiave per capire la storia e dare un senso al tutto. Il regime comunista totalitario e ateo – imposto dall’Unione Sovietica alla fine della seconda guerra mondiale – rende sempre più opprimente il governo totalitario, contro il quale parla don Jerzy, mentre sostiene il movimento di Solidarność (Sindacato Autonomo dei Lavoratori “Solidarietà”).
Il “cappellano dei lavoratori” parla della libertà e della dignità dell’uomo: la libertà interiore che non può essere soppressa da nessun regime. Ribadisce il pensiero di San Paolo: non lasciarsi vincere dal male, ma vincere il male con il bene. Invita alla nonviolenza e alla sequela della Verità, cioè Cristo.

Questo il suo messaggio, continuamente ribadito, nonostante tutte le minacce e intimidazioni ricevute dal regime comunista. Anche le ultime parole pronunciate in pubblico, prima di partire per il suo ultimo viaggio, saranno: «Preghiamo perché siamo liberi dalla paura, dall’intimorimento, ma prima di tutto dalla brama di ritorsione e di violenza».

“Perché la coscienza non sia violentata”. La peggiore violenza che si possa fare ad un individuo è quella che lede la sua coscienza. Per questo don Jerzy non si stanca di ripetere: «La coscienza – come dice il Signore – è la cosa più splendida e distruggere la coscienza è peggio che provocare la morte fisica, peggio che uccidere». «Preghiamo perché la coscienza dei nostri compatrioti non venga violentata».

Migliaia e migliaia di persone accorrono per partecipare alle messe di don Jerzy, che non fa altro che richiamare i fedeli alla fedeltà a Cristo, mentre li incoraggia a non perdere la speranza. Ciò irrita sempre più la polizia, che aumenta i tentativi di intimorirlo. Gli operai si organizzano per proteggere il loro cappellano, continuamente convocato dal commissariato di polizia, interrogato, ricoperto di assurde accuse. Comincia una schiacciante solitudine. Egli si ritira per qualche giorno in montagna. Poi si riprende e organizza un pellegrinaggio degli operai a Jasna Góra, nonostante venga minacciato di morte, qualora porti gli operai a pregare la Madonna.

Gli amici lo invitano a raggiungere Roma per mettersi in salvo, ma egli, benché ami la vita, antepone ad essa l’amore per il Crocifisso. Non vuole essere un vigliacco che scappa di fronte al pericolo e alle sofferenze del suo popolo. Nell’ultima messa, invita tutti i fedeli a non ricorrere mai alla violenza.

È rapito. Legato come un capretto. Percosso, torturato e seviziato. Sfigurato in volto. Buttato nel lago di Włocławek. Il 3 novembre 1983 si celebrano i suoi funerali, ai quali partecipano decine di migliaia di persone, testimoni che si può violentare e annientare un corpo, ma non la speranza.

Valentino

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