Christophe Munzihirwa: la libertà pagata con il sangue

Profezia, fraternità e martirio. Nel 1978 ero stato espulso contemporaneamente da Burundi, Ruanda e Congo, con l’assoluta proibizione – notificata dalla segreteria di Mobutu a tutte le ambasciate – di tornare in Africa. Ma i dittatori muoiono, le condizioni socio-politiche cambiano e la vittima di ieri diventa l’eroe di oggi. Fu così che fui chiamato nella diocesi di Bukavu (Congo), per un corso di formazione al clero, dal vescovo Christophe Munzihirwa. Desideravo incontrare questo uomo di Dio, perché ammiravo il suo operato apostolico basato sui seguenti cardini: la profezia, intesa come capacità di leggere i segni dei tempi e di parlare senza compromessi con i politici; la fraternità, quale indistinta carità rivolta a tutti, senza alcun pregiudizio; il martirio, ritenuto probabile a seguito della determinazione di stare a fianco delle vittime della guerra, accogliere i rifugiati e parlare di giustizia.

Non fu difficile familiarizzare con lui, sentirmi in perfetta sintonia e… aiutarci a vicenda: egli mi indicava le cose più importanti da comunicare al clero, io lo consigliavo di fare attenzione poiché la sua scelta di essere al di sopra delle parti (Congo – Grandi Laghi; Ruanda – Burundi; Hutu -Tutsi), «pastore di tutti e fratello di tutti», lo rendeva estremamente vulnerabile. Arrivai a dirgli che rischiava la morte non solo da parte del Ruanda, ma anche da parte delle persone che gli erano più vicine. Sorrise: «E a Cristo che cosa è capitato? La libertà di un popolo si paga con il sangue». Fui l’ultimo giornalista a intervistarlo, quindici giorni prima che fosse ammazzato.

“Pellegrino, alla costante ricerca di Cristo”. Così si definiva fin da giovane Christophe Munzihirwa. Era nato a Lukumbo, vicino a Walungu (Kivu, Congo) nel 1926. Prima di sentirsi chiamato al sacerdozio, scoprì la vocazione a essere povero, alla sequela del Cristo povero, cercato e trovato nei poveri.

Ciò che colpiva, incontrandolo, erano la sua sconcertante semplicità e la coscienza di dover essere testimone della prima delle Beatitudini: «Beati voi, poveri». Concepì la sua vita come un servizio, prima come prete, poi come gesuita e, infine, come vescovo. Non si servì della sua posizione per trarne vantaggi economici per sé e per i suoi familiari. Quando veniva agli incontri che tenevo presso i Saveriani di Bukavu, indossava gli abiti clericali, che subito toglieva per mettersi una di quelle due camicie che lui stesso lavava ogni giorno.

A quarant’anni andò in Belgio per completare i suoi studi di scienze sociali ed economia, all’Università di Lovanio. Nel 1969 fu richiamato in Congo e messo in situazioni sempre più difficili. Mentre era cappellano e formatore presso l’Università di Kinshasa, si arruolò nell’esercito come cappellano e sergente, per essere accanto a tutti quei giovani obbligati da Mobutu a prestare il servizio militare per due anni. Dal 1980 al 1986 fu provinciale dei Gesuiti nell’Africa centrale.

Vescovo diventato popolo. Diventato “pastore” di Kasongo – una diocesi a 300 km a est di Bukavu – negli anni ’90, dovette affrontare le assurde prese di posizione di Mobutu: ad esempio, l’ordine di saccheggiare la città, per il timore che vi fossero rifugiati alcuni soldati ribelli. Munzihirwa ripetutamente gridava: «Qui davanti a me vedo soldati, vedo il colonnello. Basta angariare la gente. Vi chiedo, vi ordino: basta! Fermatevi!». Poiché Il comandante voleva arrestarlo, egli rispose: «Sono pronto, arrestatemi». Altri vescovi presenti, tuttavia, intervennero e i soldati lo lasciarono libero.

Nominato arcivescovo di Bukavu, lottò strenuamente per liberare il suo popolo dall’invasione ruandese. Denunciò al mondo intero la causa reale della guerra in Congo: il tentativo di accaparrarsi le ricchezze del territorio del Kivu, con una guerra che causò un numero incalcolabile di morti. Si parla di un numero variabile dai sei agli otto milioni di vittime.

Accusò il Ruanda di un saccheggio che durava da trent’anni con il sostegno delle potenze occidentali, che facevano di quel Paese un ponte per controllare politicamente ed economicamente il Congo.
Non era ingenuo: sapeva che con queste accuse si votava alla morte, dalla quale si rifiutava di scappare: avrebbe potuto rifugiarsi a Roma, dove era in atto un Sinodo, ma ferma era la sua posizione: «Il pastore è laddove il gregge è in pericolo».

Quando – nel 1994 – dopo il genocidio del Ruanda, circa due milioni di profughi si rifugiarono prevalentemente nella sua diocesi, Munzihirwa esortava la popolazione ad accoglierli, mentre continuava a denunciare quanti erano interessati a destabilizzare il Paese.

Dopo l’invasione – nel settembre 1996 – da parte della coalizione formata da Ruanda, Uganda e Burundi, i politici avevano abbandonato la città, così che il Vescovo era rimasto l’unico punto di riferimento per la popolazione, ridotta all’estremo. Questa percepì Munzihirua come un padre, il saggio per eccellenza, colui che si era fatto voce del popolo. Vescovo «diventato popolo», proprio come Oscar Arnulfo Romero lo era per la sua gente. Fu così che chiamarono l’arcivescovo di Bukavu: «il Romero del Congo». Entrambi i vescovi furono associati nella stessa fine, per gli stessi motivi.

Il 29 ottobre del ’96, mentre Munzihirwa tornava da un incontro con preti e volontari della sua diocesi, dove si era discusso come salvare il salvabile della città, fu fermato dalle pallottole di mitragliatrice sparate contro la sua macchina da due militari ruandesi. Furono ammazzati l’autista e il militare congolese che lo accompagnavano. Il Vescovo fu legato a un palo, percosso, mentre i militari chiedevano ordini per telefono. E l’ordine fu chiaro: un colpo di pistola dietro la nuca.

Il corpo giacque nella polvere fino al giorno dopo, quando fu prelevato con una bara improvvisata con assi ricavati dai banchi di una scuola. In fretta si svolse il funerale e il corpo fu posto in una fossa, vicino alla chiesa. Povertà totale, quale sintesi di una esistenza vissuta nella più stretta povertà materiale, arricchita dalla fede in Dio, dalla fedeltà al suo popolo, e dalla gratificazione della coscienza che la libertà della propria gente non può essere pagata che con il sangue.

Valentino

Commenti

  1. silvia.
    lug 17, 23:45 #

    L’unica cosa che posso “pensarne”, è vivere come e dove Dio vuole e permette, chiedendo misericordia per il mio non essere il Cristo che devo,dovrei essere.
    Penso di continuare a accettare e offrire a Dio il mio niente, perchè al momento dell’incontro, Lui mi trovi almeno con il desiderio vissuto ardentemente di fedeltà a Lui e ai Fratelli.
    Nella Grazia dello Spirito Santo.
    A Lode del Divin Padre.
    Amen.

    E grazie sempre a Dio. E a te, carissimo don Valentino.

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