Morte che profuma di resurrezione

Alla fine della seconda guerra mondiale, gli ebrei dispersi in tante parti dell’Occidente possono tornare in Palestina. Una famiglia, provata dalla povertà, mette cose essenziali su una piccola barca e si dirige verso la terra dei sogni, quella terra tanto promessa. Un’improvvisa bufera scaglia l’imbarcazione contro gli scogli. La piccola barca si spezza come un fuscello. Muoiono annegati prima il giovane figlio e subito dopo la madre. Il papà riesce ad aggrapparsi agli scogli. È sballottato dalle onde. Gli sanguinano le mani. Sente venire meno le forze e teme imminente la morte. Volge gli occhi al cielo e grida: «Signore, mi hai rubato il figlio. Mi hai rubato la moglie. Ma non ti permetto di rubarmi la fede».

Di fronte alla morte di una persona cara, alla morte di un innocente, alla morte del Giusto tutto in noi si ribella. Noi credenti parliamo sempre d’amore. Noi crediamo nella resurrezione e nella vita eterna, ma non possiamo evitare di essere sconvolti di fronte ad una realtà che, apparentemente, è l’opposto di tutte le nostre aspirazioni: siamo fatti per la vita, e la morte profondamente ci scandalizza. Soprattutto la morte di chi per noi è fonte di gioia, grazia, amore.

Spendiamo la nostra esistenza cercando l’Amore, ed ecco sopraggiungere la morte a metterci in crisi e a farci gridare come Giobbe sul letamaio: «Maledetto il giorno in cui nacqui!».

Il grido di Giobbe ha una sola risposta: la croce di Cristo. La morte è riscattata dal dono supremo della sua vita. Con San Paolo possiamo ripetere: «Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?». Giobbe, Cristo, San Paolo e i grandi santi ci insegnano che non è vano il dolore per chi lo affronta con fede. È ancora Giobbe ad insegnarci una verità sconvolgente: «Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora (dopo il dolore) i miei occhi ti vedono».

Da oltre quarant’anni sto passando di terra in terra, in Africa e Asia, sempre a contatto con situazioni umanamente disperate e assurde: guerre e bambini che muoiono di fame. Il limite umano mi è costantemente sbattuto in faccia e di fronte alla morte – soprattutto degli innocenti – sempre rivivo la stessa ribellione che provai alla morte di mia sorella Elisa, ventiseienne, in conseguenza del parto del suo secondo figlio. Morte che mi fece perdere la fede e sfidare il cielo: «Dov’è Dio?». Stessa domanda che risuonò sulla bocca di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI: «Dov’era Dio ad Auschwitz? Dov’era Dio a Dachau?».

Ma quella morte, grazie ad una forte esperienza di fede vissuta una notte, al cimitero, davanti alla tomba di Elisa, si è mutata in benedizione: la vita ha prevalso sulla morte. Un’improvvisa luce ha rischiarato le mie tenebre, per un attimo ho visto quel Dio che mi voleva tutto per sé. Un attimo e nulla più. Ma quell’esperienza ha ribaltato la mia vita: dopo tanti dubbi, finalmente ho deciso di diventare sacerdote e spendere la mia esistenza con i più poveri della terra, per trovare il volto di Dio e di mia sorella sul viso degli ultimi, dei poveri, di chi muore di fame.
E sono stati loro, i poveri, a rafforzare la mia fede. Ho visto mamme seppellire i loro figli, buttando sul loro corpo la rossa terra dell’Africa e, di fronte alla mia richiesta: «Dimmi… come fai?», costante è stata la risposta: «Padre, se non avessi la fede… Ma io credo e ringrazio voi missionari che mi avete portato Cristo. Lui basta a riempire la mia vita».

Cristo e il suo messaggio. Cristo e il suo esempio. Cristo e il suo viaggio al Calvario, che ogni anno riviviamo con crescente passione e amore. La sua croce passa attraverso le vie dei nostri quartieri e dietro ad essa si profila una selva di croci. Dramma di Cristo e dell’umanità. La Via crucis continua nel quotidiano perpetuarsi della sofferenza di uomini e donne, che di nascosto asciugano le loro lacrime per non farsi vedere dai figli. Figli che non vedono un futuro alla loro esistenza, temono tutto quello che è definitivo, si abbandonano disperati al vizio perché privi di quella fede che dà un senso al nascere, una gioia al vivere e un’attesa anche al morire. Povere creature, che ancora non hanno capito che con Dio il mondo rimane mistero, ma senza Dio è assurdo. E tra l’assurdo e il mistero, perché non accogliere quel mistero che apre gli orizzonti, aiuta a camminare spediti verso una meta, dà un senso al vivere?

Ogni Venerdì Santo portiamo la croce di Cristo tra le nostre case, e con essa la selva di croci di quanti uniscono la propria passione a quella del Signore, per completarla. Perché completarla? Che cosa manca alla redenzione operata dal Salvatore? A Cristo manco io che non sono santo. A Cristo mancano tanti fedeli che vivono tiepidamente la loro fede. A Cristo mancano cinque miliardi di persone che ancora non lo conoscono.
Ecco il senso della Via crucis che sfocia in quel Calvario dove la morte già profuma di resurrezione. Per il credente, infatti, l’ultima parola non è morte, ma vita. Non è fine, ma inizio. Non è dolore, ma amore.

Dalla Via della croce si passa così alla Via della luce: quattordici stazioni in cui ci si confronta con la gioia del Risorto, che invia tutti noi per le strade del mondo a gridare che Egli è vivo. Vivo in me. Vivo in te. Vivo nel più piccolo di quei fratelli con i quali Cristo si è identificato.

Dalla Via della croce… alla Via della luce, ma c’è un passaggio obbligatorio. Gioiosamente obbligatorio: la Via della Madre. Quanti fanno del mistero dell’Incarnazione il centro della loro vita, con Maria attendono l’alba radiosa del primo giorno della settimana, per incontrarsi con il Risorto e così pregano:

«A Te, Donna che ascolti, credi e ti abbandoni totalmente al Mistero; a Te, Donna il cui latte è diventato il sangue di Dio; a Te Donna che hai il privilegio di sentirti chiamare “Mamma” dal Figlio di Dio, a Te chiediamo il dono di credere come Tu hai creduto. La fede dilati gli orizzonti della speranza e si consumi nell’amore, affinché, quando busseremo alla porta del paradiso, gioiosa Tu ci corra incontro, accogliendo ciascuno di noi con l’entusiastico saluto a Te rivolto da Elisabetta: “Beata te che hai creduto”».

Valentino

Commenti

  1. Antonio7
    mar 27, 16:24 #

    Stupendo. Grazie.

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