Con la madre di misericordia: il Giubiuleo sulle orme di Maria

«Rendimi la gioia della tua salvezza»

Lo storpio, sublime cantore della Vergine Madre. Hermann der Lahme, Ermanno lo storpio, è un monaco della prima metà dell’XI secolo. Appartenente a una nobile famiglia, viene al mondo orribilmente deforme nel 1013. È soprannominato “il rattrappito” tanto è mal messo e contratto, al punto da non poter stare diritto e camminare. Le labbra e il palato sono deformi, così che le parole escono stentate. A otto anni è inviato nella scuola del monastero benedettino di Reichenau e qui rimane per tutta la vita, divenendo monaco nel 1043. Carattere gioviale, non fa pesare a nessuno la sua situazione. È talmente buono con tutti, che tutti lo ritengono amico. Ed egli si avvantaggia del contributo che ogni persona porta alla sua sete di cultura. Impara la matematica, il greco, il latino, l’arabo, l’astronomia e la musica. Istruisce una folta schiera di discepoli e, per i suoi lavori, si merita l’appellativo di miraculum saeculi, ricevendo attestazioni di stima e ammirazione da parte dell’imperatore Enrico III e di papa Leone IX, che vanno a fargli visita. Scrive belle preghiere mariane e – è quasi certo – compone la Salve Regina, fermandosi al verbo «ostende». Con tutte le sofferenze da lui patite, si può capire il senso di quella «valle di lacrime», che lascia a quarantun anni, da tutti rimpianto e presto venerato come beato.

«Mostraci Gesù!». In questo “esilio terreno”, chiamati ad affrontare tanti problemi, noi sperimentiamo sovente quella tristezza e nostalgia che sono segni della nostra sete d’Infinito, d’Assoluto, di quel Dio di cui vorremmo vedere il volto già qui, sulla terra. Ma il testo della Salve Regina c’invita a fare un salto nell’eternità: ci chiede di contemplare il volto del Signore «dopo questo esilio», quando finalmente saremo come Dio, perché lo vedremo faccia a faccia. Sembra quasi dirci che a noi sarà dato di contemplare il frutto del grembo di Maria quale frutto della nostra continua conversione, del nostro desiderio sempre più ardente di liberarci dai vincoli di questa «valle di lacrime» per avere finalmente ali per volare negli spazi eterni, verso Colui che è sempre stato la sorgente dei nostri desideri più puri: amare Dio ed essere da Lui amati, per sempre.

Il nostro sogno di realizzarci come essere umani – la cui essenza è amare ed essere amati da Dio e dai fratelli – e il sogno di essere “misericordiosi e perfetti come il Padre” cozzano contro una realtà che ci sbatte spesso in faccia il nostro limite, la nostra miseria, il nostro peccato. Benché ci sia chiaro che, pur peccando, noi non siamo il nostro peccato, non siamo i nostri errori, questi – fossero anche solo di metodo – ci pesano, ci turbano, ci portano via la pace. Per questo si fanno urgenti e impetuosi l’invocazione della divina misericordia e il grido rivolto alla comune Madre: «Mostraci Gesù!».

E Maria, essendo viva in cielo – viva perché assunta nella gloria con il suo corpo – e, come tale, dotata della possibilità e grazia di farci partecipi della divina misericordia, ci mostra suo Figlio, nostro Fratello: Gesù. Ce lo offre in dono. Ci fa capire che solo con Lui non cammineremo nelle tenebre e nell’ombra della morte. Con Lui che dà un senso al tempo presente. Con Lui che valorizza tutto il passato. Con Lui, che ci proietta in un futuro animato dalla speranza di una pienezza di vita oltre la morte.

Dio, Padre di misericordia, oltre al Figlio ci ha messo accanto la Madre della misericordia. Lei, cantando il Magnificat, vede tutto il cammino della storia con i suoi alti e bassi e ai suoi figli – che di generazione in generazione la proclameranno beata – addita la Misericordia fatta carne: Gesù.
Grazie a Maria, la storia di ogni credente è innestata in Cristo, che continuamente ci rigenera a vita nuova, al di là dei nostri peccati, delle nostre omissioni, della fatica che facciamo a renderci conto che, più grazie riceviamo, più abbiamo bisogno di una continua conversione e di un supplemento di misericordia. Abbiamo bisogno di sentirci sorretti da una Madre, alla quale non ci stanchiamo di rivolgere preghiere antiche e sempre nuove: «Salve Madre di misericordia, Madre di Dio e Madre del perdono, Madre della speranza e Madre della grazia, Madre piena di santa letizia».

Commentando questa invocazione, papa Francesco ci invita a non stancarci mai di pregare «la Vergine Maria, anzitutto, come Madre della misericordia. La Porta Santa che abbiamo aperto è di fatto una Porta della Misericordia. Chiunque varca quella soglia è chiamato a immergersi nell’amore misericordioso del Padre, con piena fiducia e senza alcun timore». Varcata la soglia, il fedele è aiutato a vincere ogni paura, perché non è solo nel suo cammino. Con lui c’è la comune Madre: «Maria è Madre di Dio, è Madre di Dio che perdona, che dà il perdono, e per questo possiamo dire che è Madre del perdono. Questa parola – “perdono” – tanto incompresa dalla mentalità mondana, indica invece il frutto proprio, originale della fede cristiana. Chi non sa perdonare non ha ancora conosciuto la pienezza dell’amore. E solo chi ama veramente è in grado di giungere fino al perdono, dimenticando l’offesa ricevuta».

Nelle ferite umane la divina misericordia. In questo anno giubilare il credente, accettando il proprio peccato e perdonando se stesso, è chiamato a ricorrere a Maria perché interceda presso suo Figlio, affinché sperimenti la gioia celebrare la “confessione di lode”: dopo aver ringraziato il Signore per una particolare grazia ricevuta, riconosca il proprio limite (legato spesso al fatto di non sfruttare adeguatamente i talenti avuti in dono) e rivolga lo sguardo fiducioso al futuro, proponendo di tendere a quella santità che non consiste nel non commettere più peccati, ma nel tornare ogni giorno da capo, pronto a rinascere più bello di prima.

Il credente-peccatore impara a godere del sacramento della Riconciliazione come mezzo di conversione – e chi non sa che la conversione è per i “giusti” più che per chi si riconosce peccatore? – e come indispensabile veicolo per permettere a Cristo di versare nelle sue ferite la divina misericordia. Il sacramento della Riconciliazione è paragonabile alla tecnica Kintsugi: i Giapponesi ricompongono il vaso infranto con l’oro. Ne risulta un capolavoro: l’oggetto riparato è molto più bello, artistico e prezioso di quanto lo era prima della rottura.

Quando davanti ad un prete accusiamo il nostro peccato, nelle nostre ferite Cristo non versa oro, ma il suo stesso sangue. Quel sangue che sua Madre gli ha dato perché sia vita della nostra vita. Lei, la Madre della misericordia. Lei Madre della speranza e Madre della grazia, Madre piena di santa letizia. Come magistralmente la dipinge papa Francesco: «La speranza, la grazia e la santa letizia sono sorelle: tutte sono dono di Cristo, anzi, sono altrettanti nomi di Lui, scritti, per così dire, nella sua carne. Il regalo che Maria ci dona dandoci Gesù Cristo è quello del perdono che rinnova la vita, che le consente di compiere di nuovo la volontà di Dio, e che la riempie di vera felicità. Questa grazia apre il cuore per guardare al futuro con la gioia di chi spera. È l’insegnamento che proviene anche dal Salmo: “Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo. (…) Rendimi la gioia della tua salvezza” (51,12.14)». Valentino Salvoldi

Commenti

  1. enza
    lug 25, 20:32 #

    c’è tanto da riflettere e vedersi dentro e commentare e chiedersi in che cosa noi “noi crediamo”? cosa vuol dire “ Credere?”

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