Conclusione di “Fede e scienza”: «Poca scienza allontana da Dio, ma molta scienza riconduce a Lui».

Louis Pasteur (1822 – 1895): chimico e biologo francese, universalmente considerato il fondatore della moderna microbiologia, esperto in chimica e interessato pure alla fisica. Vive da fervente cristiano e, osservando la grande religiosità dei Bretoni, esprime questo desiderio: «Ho la fede di un contadino bretone e per il momento in cui muoia spero di avere la fede della moglie del contadino bretone». Ed ecco la sua convinzione: «Poca scienza allontana da Dio, ma molta scienza riconduce a Lui».

I grandi scienziati dei quali ho tracciato un breve profilo sono tutti testimoni di questa verità e dell’armonia tra fede e ragione. Inoltre, sono sulla stessa linea di pensiero di Melvin Calvin, premio Nobel per la chimica: «Nel cercare di discernere le origini della convinzione sull’ordine dell’universo, mi pare di trovarle in un concetto fondamentale scoperto duemila o tremila anni fa, ed enunciato per la prima volta nel mondo occidentale dagli antichi Ebrei: ossia che l’universo è governato da un unico Dio e non è il prodotto dei capricci di molti dèi, ciascuno intento a governare il proprio settore in base alle proprie leggi. Questa visione monoteistica sembra essere il fondamento storico della scienza moderna».

Scienza che trova il suo alveo naturale nella civiltà occidentale, illuminata dal Cristianesimo. La scienza nasce nell’Europa cristiana grazie a queste convinzioni di base: nell’universo regna l’ordine e non il caos e le leggi regolatrici di quest’ordine cosmico sono intelligibili da parte dell’intelletto umano. Lo dimostrano abbondantemente gli scritti di Ratzinger, tra i quali fondamentale la lectio magistralis Fede, ragione e università – Ricordi e riflessioni, tenuta il 12 settembre 2006 presso l’università di Ratisbona; la Lettera apostolica Porta fidei per l’indizione dell’Anno della fede 2011; il discorso ai partecipanti alla Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze del 6 novembre 2006.

Hanna-Barbara Gerl-Falkovitz – filosofa e presidente dell’Istituto europeo di filosofia e religione a Heiligenkreuz – nel mettere in risalto l’idea che il Cristianesimo è alla base dello sviluppo della scienza, riconosce il contributo fondamentale dato da Benedetto XVI nell’approfondimento del rapporto fede-ragione: «Con Joseph Ratzinger il Logos cristiano si desta a una vita inattesa. Questo “salva” non solo l’antica e primitiva Chiesa nel presente, ma la salva anche dallo scrollarsi dalle spalle la verità. Il Papa parla da una religiosità del pensiero: la conversione alla realtà».

E non è soltanto la realtà contemplata dagli scienziati del passato a portarli alla professione di fede: oggi più che mai, soprattutto molti giovani studiosi e intellettuali affermano di essere credenti. Oltre a ciò che è stato pubblicato in America sulla fede degli uomini di scienza e sul ritorno a Dio delle nuove generazioni, penso di essere un facile profeta quando ripeto: «O questa generazione diventerà mistica, o scomparirà». Siccome siamo sicuri che non scomparirà, non resta altro che scommettere sul nascente misticismo dei nostri giovani. Misticismo, forse, è una parola grossa… per cui ci accontentiamo di un loro ritorno alla fede.

L’ho sperimentato a Toronto, in Canada: dopo due ore di conferenza durante un’assemblea studentesca, avendo proposto una celebrazione eucaristica affinché, dopo aver parlato di Dio, potessi parlare a Dio, oltre trecento studenti parteciparono alla liturgia e tutti ricevettero la Comunione. L’argomento che avevo trattato era la mia esperienza di fede, sempre più approfondita grazie alla filosofia, alla teologia e alla scienza-sapienza gustata in tante parti delle terra.

La scienza come sapienza: ce lo spiega papa Francesco con parole semplici, ma con la stessa convinzione di Benedetto XVI: «Quando si parla di scienza, il pensiero va immediatamente alla capacità dell’uomo di conoscere sempre meglio la realtà che lo circonda e di scoprire le leggi che regolano la natura e l’universo. La scienza che viene dallo Spirito Santo, però, non si limita alla conoscenza umana: è un dono speciale, che ci porta a cogliere, attraverso il creato, la grandezza e l’amore di Dio e la sua relazione profonda con ogni creatura. (…) Il dono della scienza ci fa vedere la bellezza del creato, pertanto lodiamo Dio, ringraziamolo per averci dato tanta bellezza. (…) Agli occhi di Dio noi siamo la cosa più bella, più grande, più buona della creazione: anche gli angeli sono sotto di noi, noi siamo più degli angeli, come abbiamo sentito nel libro dei Salmi. Il Signore ci vuole bene! Dobbiamo ringraziarlo per questo. Il dono della scienza ci pone in profonda sintonia con il Creatore e ci fa partecipare alla limpidezza del suo sguardo e del suo giudizio».

Nel legare la scienza alla sapienza, si mette in evidenza il “gusto” (sàpere) della ricerca del senso e della gioia di vivere. L’hanno sperimentato Albert Einstein, Pierre Teilhard de Chardin, Ettore Majorana… e tanti altri scienziati, non solo quelli qui presi in considerazione. Ma lo sperimentano anche moltissimi credenti che, senza particolari studi, ma contemplando il creato e affidando completamente la loro vita nelle mani di Dio, non ricevono il premio Nobel, ma un “dottorato honoris causa”. Dottorato dato loro direttamente dallo Spirito Santo, vento impetuoso che «soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va», e crea quei capolavori che hanno fatto tripudiare di vivida gioia il Creatore, al termine della sua opera, guardando alla coppia delle origini: «E Dio vide che era cosa molto buona».

Valentino

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