Pavel Aleksandrovic Florenskij: si comprende solo ciò che si ama.

“Vedere è unificare”. Con questa intuizione di Pierre Teilhard de Chardin si può riassumere il pensiero di Pavel Aleksandrovič Florenskij. Due geni che non si sono conosciuti, ma che hanno in comune la passione per la scienza, la capacità di sintetizzare lo scibile del loro tempo, l’amore a queste realtà terrene che rimandano alle realtà eterne, la fede, la missione. Uno è prete cattolico (e di lui abbiamo già parlato), l’altro prete ortodosso. Entrambi dotati di spirito profetico, per vivere il quale Pierre subisce l’esilio in Cina e Pavel il martirio nei gulag. Due persone immerse in quel silenzio che è un urlo, un’invocazione a Colui che solo può dare un senso all’umana esistenza: il Dio che fa del silenzio il suo linguaggio. Silenzio più che eloquente per chi sa vedere e ascoltare.

La loro vita può essere sintetizzata con questa immagine del pensatore russo Vladimir Sergeevič Solov’ëv (vissuto nella seconda metà del XIX secolo): cogliere una realtà isolata dal tutto vuol dire vederla brutta. Risplende nella sua bellezza allorché rimanda alla realtà superiore, alla Bellezza assoluta. Vladimir spiega questa affermazione confrontando il carbone con il diamante. Identica è la loro composizione chimica. Ma, mentre il carbone assorbe la luce, il diamante la riflette. La bellezza del diamante non è legata alle proprietà della sua materia – simile a quella del carbone – bensì consiste nel fatto che «in esso né la materia oscura né il principio luminoso prevalgono unilateralmente, ma si compenetrano invece a vicenda in un certo equilibrio ideale».

Ogni realtà, ogni persona può essere diamante se osservata al di là della materia oscura (il carbone, il limite presente in ogni cosa e in ogni essere umano) e vista alla luce della fede. La bellezza è il risultato del gioco di luce, non trattenuta, ma lasciata circolare. Fuori di metafora, la bellezza e il senso del tutto sono colti da coloro che inseriscono la loro storia in quella di Dio.

Pavel Florenskij nasce a Evlach (Azerbaigian) da madre armena nel 1882 e cresce in Georgia. È appassionato di matematica e di filosofia. Dopo le normali crisi adolescenziali e giovanili, s’immerge nello studio della teologia. Si laurea in matematica all’università di Mosca nel 1904. Studia le lingue antiche, approfondisce gli studi biblici, frequenta l’Accademia teologica di Mosca, partecipa alla vita culturale della sua terra prima della rivoluzione moscovita. Fa progressi enormi in tutti i campi, così da essere chiamato il «Leonardo da Vinci russo» e il «Blaise Pascal russo». Si mostra esperto nello scrivere su tematiche epistemologiche, sulla matematica e su vari rami della scienza, emergendo come prolifico scrittore e inventore.

Si sposa nel 1910 e poi, secondo la consuetudine della Chiesa ortodossa, è consacrato presbitero. Indossa una talare con croce pettorale e da questa divisa non si separerà mai, eccetto quando sarà condannato ai lavori forzati nel campo di concentramento.

Diversamente da molti intellettuali russi, dopo la rivoluzione del 1917, anziché cercare la salvezza rifugiandosi all’estero, scrive per invogliare i pensatori a restare accanto a chi subisce violenze e soprusi. Teorizza una resistenza interna, per opporsi alle assurde prese di posizione del potere che impone l’ateismo ed elimina chi non è in linea con il regime comunista.

È molto fecondo nello scrivere negli anni Venti, porta avanti la ricerca tecnico-scientifica nel settore della fisica e cura molte voci dell’Enciclopedia Tecnica. Stupiscono la vastità della sua scienza e la capacità di comunicarla in modo accessibile a più persone, ma soprattutto egli insegna con la sua vita, con la sua abilità di vivere intensamente ogni istante, in modo integerrimo, con una forte passione per i valori dello spirito e particolarmente per la sua arte di celebrare i rapporti d’amicizia, che egli considera come il luogo e il vertice della comunione spirituale. Amicizia con esseri umani e con il creato, convinto – come Teilhard de Chardin – che si comprende solo ciò che si ama.

Di fronte alla triste realtà di un secolo che va alla deriva, di fronte alla decadenza del tutto, Florenskij cerca un punto di consistenza intellettuale e la verità che egli presenta come dialettica, multiforme, «coincidenza degli opposti». Parla – opponendosi al positivismo e al razionalismo – di una “verità antinomica” (capace di conciliare le contraddizioni) esistente nella realtà che è colta in maniera fruttuosa da chi ama. La verità è amore. E gli esseri umani sono chiamati a lasciarsi abbracciare da questo amore che trova un terreno fertile nella Chiesa, intesa come il corpo di Cristo e come “colonna e fondamento della verità”. In questa concezione illustra, con passione, il nesso tra cultura e culto, per cui presenta la celebrazione liturgica come espressione alta della celebrazione della Bellezza, della Verità e dell’Unità.

Nei suoi scritti – tanto scientifici come teologici – parla di sé, della sua vita, del valore dei simboli, della sacralità delle icone, dell’armonia della matematica: non scinde la ricerca scientifica dall’esperienza personale. Lotta contro le aride astrazioni. Esprime soprattutto il meglio di sé nelle lettere, particolarmente quelle scritte negli anni di prigionia: condensato di scienza e di sapienza, espresso in modo stringato, dato che può usufruire di poca carta e di pochi permessi di comunicare con amici e familiari. Cerca di supplire all’espulsione dalla scuola dei suoi cinque figli – quale punizione per avere un tale padre… – facendo loro da maestro tramite le lettere che, con sacrifici enormi, lavorando oltre i tempi stabiliti, riesce a far loro recapitare.

Accusato dal regime di essere oscurantista e giudicato socialmente pericoloso, viene condannato al confino. Si rifiuta di andare in esilio a Parigi. Sente pesare su di sé una crescente ostilità e la rabbia da parte di chi non può accettare che un pope possa essere tanto competente in materie scientifiche, faccia scoperte, brevetti progetti socialmente molto utili, ma mal tollerati a causa di quella tonaca. Essere sacerdote e insieme scienziato è una palese e vivente smentita dell’ideologia comunista. La dittatura non può tollerare chi armonizza fede e ragione.

Per questi motivi, nel 1933 Florenskij è condannato al lager. L’anno successivo riceve l’ultima visita della moglie e dei tre figli più piccoli. Vive altri tre anni in mezzo agli stenti, alle umiliazioni, al dolore – interno ed esterno – che anziché distruggerlo, lo rendono sempre più grande e fertile nel pensiero, nelle sue sintesi intellettuali nelle quali unisce fede e ragione, mistica e pensiero, religione e cultura. Di lui Bulgakov dirà: «In Florenskij si sono incontrate e unite cultura e Chiesa, Atene e Gerusalemme». Potremmo aggiungere: sofferenza e gioia di vivere un’esistenza agli altissimi livelli ai quali conduce una feconda sintesi tra fede e ragione. Gioia proporzionata alla sofferenza, perché la propria grandezza – i doni ricevuti – si paga con il martirio, vissuto anche questo come un privilegio.

Nella festa dell’Immacolata del 1937, assieme ad altri cinquecento compagni di prigionia, nei pressi di Leningrado viene fucilato. È ucciso per quell’inveterato odio che i nemici della verità nutrono nei confronti del giusto: «Tendiamo insidie al giusto, perché ci è di imbarazzo ed è contrario alle nostre azioni (…) Proclama di possedere la conoscenza di Dio e si dichiara figlio del Signore. È diventato per noi una condanna dei nostri sentimenti; ci è insopportabile solo al vederlo, perché la sua vita è diversa da quella degli altri, e del tutto diverse sono le sue strade» (Sap 2,12-15).

Il mondo si scaglia contro il giusto. Il regime comunista riesce per oltre cinquant’anni a tenere nascosti gli scritti di Florenski. Ma ora questi ci offrono un motivo in più per apprezzare quanto è scritto nel Salmo 112,6: «Il giusto sarà sempre ricordato».

Commenti

  1. Anna
    feb 26, 01:42 #

    Stupende parole, come sempre.. Faccio tesoro della metafora del carbone e del diamante. Grazie

Cosa ne pensi?

Comment form