Pierre Teilhard de Chardin: “Uni-verso: la frangia del mantello di Cristo”

«Perché, Signore? Le tue creature stanno davanti a te sperdute e angosciate, chiedendo aiuto; e a te, se esisti, basterebbe, per farle accorrere verso di te, mostrare un raggio dei tuoi occhi, l’orlo del tuo mantello; e tu non lo fai?». L’esegesi ci insegna che a volte il “se” non esprime un’ipotesi, ma equivale a “poiché”. Teilhard de Chardin crede fermamente nell’esistenza di Dio che mette alla prova coloro che ama. Prova di fede, che obbliga il credente a supplicare il Signore, come Mosè nascosto nel cavo di una roccia: «Signore, mostrami il tuo volto… o, almeno, la frangia del tuo mantello».

E al filosofo, paleontologo e teologo Teilhard de Chardin viene concessa la grazia non solo di vedere l’orlo del mantello, ma di “VEDERE”, vale a dire: “unificare” tutta la realtà nel volto di Dio, reso visibile nel volto di Cristo. Vedere e aiutare l’essere umano ad aprire gli occhi sul centro d’attrazione di tutto l’universo: Cristo, Alfa e Omega di tutta la creazione. Cristo, cuore dell’evoluzione. Cristo, attrazione di tutto il creato aspirante all’unità perfetta, che raggiungerà nella sua pienezza allorché – come dice San Giovanni – noi saremo come Dio, perché lo vedremo faccia a faccia (cfr. 1Gv 3,2).

Pierre nasce nel castello di Orcines (Francia) nel 1881, quarto di undici figli. Il padre è un naturalista. La madre, pronipote di Voltaire, non condivide nulla del grande filosofo francese deista, cioè seguace della “religione naturale” (che vede la divinità come estranea al mondo e alla storia), scettico, anticlericale e uno dei principali ispiratori del pensiero razionalista e non religioso moderno. La grandezza di questa madre consiste nell’introdurre il figlio alla devozione del Sacro Cuore, presentato come una fornace ardente che attira a sé ogni vivente. E questo sarà il centro di tutto il pensiero di Pierre che si fa gesuita, diventa prete, subito s’impone per la vastità della sua scienza, ricopre cattedre prestigiose ma… per poco tempo. Presto il suo pensiero è giudicato non ortodosso, panteista, pericoloso soprattutto per i giovani, affascinati dal suo stile poetico e dalla profondità del suo pensiero. È la sorte del profeta.

Dai Gesuiti, è mandato in esilio in Cina e lì si impone ulteriormente come paleontologo, contribuendo a scoperte importanti, che gli giovano riconoscimenti internazionali e offerte di cattedre in Francia, Cina e America. Muore a New York nel 1955. Quattro anni dopo, soprattutto grazie a Bernhard Häring, il suo pensiero entrerà in modo determinante nel documento più importante del Concilio Vaticano II, la Gaudium et spes.

Tra i numerosi suoi scritti, tre sono fondamentali per conoscere il suo pensiero, intuire l’essenza della fede e comprendere il meglio del Cristianesimo: Fenomeno umano, Ambiente divino e Inno dell’Universo. Testi complessi, ma particolarmente utili per quanti cercano Dio e da Lui si lasciano trovare. Ecco, sia pure con tanti limiti, una rapida sintesi.

L’Uni-verso: tutta la creazione tende verso l’Uno, verso la Trinità, là dove i Tre sono Uno. L’Uno che attira a sé ogni realtà, affinché tutto sia consumato nell’Amore, tutto diventi Amore. Il Signore si rivela nel creato, “frangia del mantello di Cristo”. Si manifesta nascondendosi nell’ostia consacrata: Teilhard de Chardin, contemplandola, la vede espandersi così da abbracciare tutta la realtà. Quando poi si ridimensiona, sorretta dalle sue mani, il corpo di Cristo riassume tutti e tutto: «Per l’estensione misteriosa dell’ostia, il mondo diventa incandescente, simile, nella sua totalità, ad una sola grande ostia».

Una persona può vedere l’universo, l’ostia e tutto il resto senza scoprirvi nulla, anzi può essere colpita dal limite, dal peccato, dal male e… perdere la fede. Teilhard invita tutti a imparare a vedere ciò che è positivo, attraverso il costante esercizio di scoprire il tutto nel frammento e il frammento nel tutto; a percepire l’“energia radiale” (la forza che proietta un elemento in strutture di una complessità più grande) e l’“energia tangenziale” (forza che tende a legare un elemento agli altri, nello stesso livello di organizzazione). A vedere tutto convergere verso il punto Omega (Cristo), ponendo la propria fede nel progresso, nell’umanità, nel centro sovrumanamente attraente di personalità: il Cristo totale, Lui il capo e noi le membra. Membra divinizzate, in virtù dell’Incarnazione del Verbo eterno, come per sette secoli hanno ripetuto i Padri della Chiesa: «Dio diventa uomo, perché l’uomo diventi Dio».

Per vedere, perciò per credere, è necessario amare la bellezza, desiderare l’unità e percepire la sacralità del tutto. Grazie a questo costante esercizio, Teilhard si fa sempre più uno con tutti, diventa mistico come San Francesco che considera ogni elemento del creato come fratello e sorella, e porta abbondanti frutti nei suoi studi scientifici, grazie alla verità cercata in tutta la natura e trovata grazie alla sua fede. Ne avvantaggia grandemente la sua ricerca della paleontologia, le sue scoperte sull’identità, origine, evoluzione del passato organico e inorganico della Terra. Teilhard, in qualità di “paleoantropologo”, è presente alla scoperta dell’Uomo di Pechino, “Homo erectus”, fatto risalire tra il 680.000 e i 780.000 avanti Cristo, durante il Pleistocene.

Potremmo, semplificando, affermare che diventa credente chi apre i suoi occhi sull’universo che ha generato, come il suo fiore più bello, Cristo. Chi apre le sue labbra nella lode, cosciente – come dice la teologia orientale, ortodossa – che «Dio ascolta la nostra preghiera solo se lo Spirito Santo apre le nostre labbra per lodare il Padre». Chi apre il proprio cuore ad accogliere l’amore, attinto dalla fornace ardente che è il Sacro Cuore. Chi apre le proprie mani nel custodire l’universo, per tramandarlo, migliorato, ai posteri. E quando occhio, labbra, cuore e mani sono aperte a dare e ricevere Amore, allora anche i piedi si mettono in moto verso i fratelli coinvolti nell’opera di “amorisation”: energia fisico-morale che costruisce fisicamente l’universo.

È chiaro, quindi, il messaggio che Teilhard ci lascia per “vedere Dio”: cercare di unificare il proprio cuore (come suggerisce il Salmista, e come insegnerà anche Enrico Medi), sforzarsi di vedere ogni realtà collegata e attratta in Cristo, studiare molto e amare il prossimo, senza dimenticare che il primo prossimo è Dio. Convinzioni queste talmente radicate in Pierre da fargli gridare: «O vedere o morire». Poiché: «La totalità della vita risiede nel verbo vedere» . Vedere l’evoluzione dell’energia che porta la materia organica originale (cosmogenesi) a passare al pensiero (noogenesi), per sfociare nella nostra “divinizzazione”, la nostra assimilazione con il Figlio di Dio (Cristogenesi).

Panteismo? No, perché il Signore rimane il Creatore dell’universo: Egli ha messo in noi semi di divinità che fioriranno nella vita eterna, allorché, come dice San Paolo, diventeremo come Dio, che «sarà tutto in tutti» (1Cor 15,28).

Visione troppo irenica della realtà? Teilhard parla del peccato come forza che blocca l’evoluzione. Ne sente tutto il peso. Ma afferma che lo scopo dell’incarnazione del Figlio di Dio non può essere legato solo alla redenzione dal peccato. Cristo sarebbe venuto al mondo anche se l’uomo non avesse peccato. Il Padre l’ha voluto fin dall’eternità, come mirabilmente canta il prologo della lettera di Paolo agli Efesini: «Benedetto sia Dio, Padre del Signor nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei luoghi celesti in Cristo, allorché in lui ci ha eletti prima della fondazione del mondo». La “redenzione” quindi consiste nel riunire tutti in Cristo, secondo Adamo. In Lui ogni vivente può arrivare al Padre, per intonare l’Inno dell’universo.

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