Ci si abitua a tutto nella vita?

La frangia del mantello del Signore. Il piccolo aereo a elica, volando accanto alla catena dell’Himalaya – “il tetto del mondo” – mette sulle mie labbra la preghiera di Mosè: «Signore, mostrami il tuo volto». Ma, come più volte si ripete nell’Antico Testamento, “non si può vedere il volto di Dio senza morire”. “Morire” nel senso di cambiare radicalemnte il proprio modo di vivere. Morire all’uomo vecchio perché nasca il nuovo, inondato dallo Spirito di verità, giustizia e santità… Chiedo a Dio di vedere anche solo la frangia del suo mantello. E duplice è la risposta: una immediata, la rilevazione dell’umiltà di Dio. E l’altra, dopo poche ore: la sconvolgente rivelazione del Signore nella mano tesa dai mendicanti.

“Apocalisse”: rivelazione nel nascondimento. L’universo, firma dell’umiltà del Creatore che si nasconde dietro ogni forma di bellezza. L’ostia consacrata, firma dell’umiltà di Cristo che si nasconde in un frammento di pane. Il corpo di ogni essere umano, firma dell’umiltà dello Spirito Santo che si nasconde in ogni sospiro d’amore.

Il povero, «la carne di Cristo». Dalla catena dell’Himalaya al viaggio in barca per recarmi al campo dei rifugiati del Tibet, che hanno posto le loro baracche e tende attorno ad un monastero buddista… Il cuore tripudia di gioia nel ringraziare il Signore per il dono della fede e per il senso della meraviglia che alimenta la gioia di credere, per la rinnovata esperienza che “tutto è grazia”.

A Pokhara, in attesa che i monaci (un centinaio, prevalentemente giovani) inizino la preghiera, consumo un pasto in riva al lago. Un ragazzino mi chiede qualcosa da mangiare, indicando il cibo sul mio piatto. Si siede per terra e, in fretta, consuma il tutto.

Subito dopo una signora anziana, dai marcati tratti tibetani, stende in silenzio la mano. Mi chiedo: e se fosse mia madre in quelle condizioni? Piango.

Imbarazzato, l’amico che condivide la mia esperienza continua la sua analisi sul Nepal, non volendo far caso alle mie lacrime. Il questo pianto confluiscono, come un fiume in piena, anche i sentimenti provati il giorno prima a Kathmandu allorché una mamma, mostrandomi il suo bambino, mi chiese di comperargli qualcosa da mangiare: «Non soldi, ma latte». E mi indicava una piccola bottega. Il commerciante mi imbrogliò chiedendomi tante rupie quante un operaio ne guadagna in cinque giornate lavorative. Anche i poveri hanno il peccato originale. Anch’essi imbrogliano… e io mi lascio imbrogliare e addirittura mi commuovo fino alle lacrime. Non è forse eccessiva questa reazione dopo quarantacinque anni di lavoro nei Paesi impoveriti? Il mio amico volge lo sguardo verso la pagoda della pace, oltre il lago, per non guardarmi in faccia, mentre pacate le mie lacrime non si vogliono fermare. Risuonano in me le parole del profeta Isaia: «Così dice il Signore: Ho visto le tue lacrime», e del Salmista: «Le mie lacrime nell’otre tuo raccogli».

Può essere imbarazzante, forse addirittura assurda, la commozione di un settantenne per una mano tesa a mendicare cibo e quattro soldi. Per me sarebbe peggio se mi abituassi ai limiti e al male del mondo. Mi ha sempre infastidito la frase che risuona sulle montagne bergamasche: «A së abìtua a töt ‘nda ëta (ci si abitua a tutto nella vita)». L’abitudine porta all’assuefazione, alla perdita del senso della meraviglia e all’indifferenza.
Quella mano del ragazzino che svuota svelto il mio piatto, l’altra tesa dall’anziana signora tibetana profuga nel Nepal, e anche quella della mamma che – senz’altro d’accordo con il commerciante – mi ha imbrogliato, per un abitamte del Nepal rappresenterebbero i tre occhi del Buddha: uno rivolto al passato, uno al presente, uno al futuro. Per me, cattolico, quelle tre mani sono l’unica mano di Cristo che mi invita a mettere la mia mano nella piaga del suo costato.

Piaga che non deve rimarginarsi. Il costato del Cristo risorto è ancora aperto e attende che altri “Tommaso” vi pongano la loro mano per ripetere la stupenda professione di fede: «Signore mio e Dio mio!».

Valentino

Cosa ne pensi?

Comment form