Un altro volto della povertà

Anche papa Francesco continua a ripetersi. Rientra nello stile, nel metodo dei Gesuiti rispondere ad una domanda con un’altra domanda. La motivazione è chiara: la risposta chiude gli orizzonti, la domanda li allarga. Poichè papa Francesco è un Gesuita, non si scosta dal metodo appreso dalla sua congregazione. Ha fatto il giro del mondo, a più riprese, la sua risposta a chi gli chiedeva che cosa pensasse degli omosessuali: «E chi sono io per giudicare?». E a chi gli domanda se non gli sembra di esagerare nel continuare a ripetersi e a parlare dei poveri, chiede: «Perché, è forse sbagliato?».

Per lui, il tema della povertà è prioritario in senso assoluto all’interno della Chiesa e per tutti i popoli della terra, mentre va dicendo di non stancarsi di ripetere sempre la stessa cosa: «A tutti noi viene la tentazione – quando si torna su un tema che non è bello, perché è brutto parlarne – di dire: “Ma, finiamo: questa cosa stufa troppo”. Io sento che la stanchezza esiste, ma non mi fa paura. Io devo continuare a parlare delle verità e di come sono le cose».

Confortato da questa testimonianza, ritorno sul tema della povertà, alla luce di quanto sto sperimentando in Asia. Premetto che è impossibile pretendere di conoscere il mondo orientale: nella dozzina di Paesi visitati – mi scuso della generalizzazione – trovo gli asiatici “mistici” e interessanti proprio perché misteriosi, rassegnati, predisposti ad accettare la situazione così come è, estremamente riservati. Rivelano nulla della loro vita, non vogliono che qualche cosa trapeli della loro situazione, perchè il sentire comune non solo è importante: è legge. Legge che impone il silenzio, l’obbedienza, il rispetto dell’anzianità e della carica che una persona ricopre. E la legge suprema: non perdere mai il proprio onore agli occhi della comunità di appartenenza.

In confronto con l’Africa. Questa estate, nel Congo ex Katanga, la malaria mi stava distruggendo, indebolito com’ero dalla mancanza di cibo e di acqua. Essendo un europeo, e come tale non povero, anche se cerco di vivere una vita semplice, senza comodità – anzi fin troppo parsimoniosa – ho potuto prendere tre aerei, cercare cliniche private, mettermi in salvo. Un africano, senza le mie possibilità, sarebbe morto e la diagnosi sarebbe stata: «Stroncato dalla malaria cerebrale». In realtà: morto di fame.

Morire di fame… I bambini africani vengono sepolti in fretta, nella foresta che, crescendo, ne cancellerà il ricordo. Ecco una madre del Ghana che ferma la sua bicicletta per mostrarmi un cestino nel quale giace morto il suo bambino: «Benedicilo, padre. Sto andando a seppellirlo».

E un bambino domanda: «Mamma, si mangia oggi?». Se la madre mostra le mani vuote, il piccolo si oganizza con i compagni, per cercare vermi e termiti.

Circa vent’anni fa, scrissi La povertà dignitosa del Malawi. Forse oggi non potrei più ripetere le stesse cose, anche se ho vissuto esempi stupendi di povertà dignitosa. Ad uno studente nigeriano avrei voluto dare un po’ di soldi, dopo aver sentito in che condizione vivevano i suoi familiari: «Padre – rispose, mostrando che non voleva che io mi privassi dei miei pochi soldi – non toglierò mai dai miei genitori la loro povertà e dignità». E da uno studente della Sierra Leone, al quale volevo pagare il viaggio per tornare al suo Paese, mi sono sentito dire: «È segno di sapienza saper vivere con quel poco che si ha».

La (non) coscienza dei propri diritti. Le ribellioni, le uccisioni e le violenze che vengono perpetrate in molte parti dell’Africa forse stanno segnalando una presa di coscienza dei poveri, che non sopportano più di essere privati dei loro diritti, dopo aver visto alla televisione come vivono gli occidentali. In Asia, invece, la forma più grave di poverà consiste nella mancata presa di coscienza di avere dei diritti. Anche là dove sono state abolite le caste, chi appartiene ad una classe inferiore si sente destinato solo a servire, in silenzio. Non può aspirare a elevarsi di grado. Un esempio: a Dacca, ogni tanto, al mattino presto – quando gli studenti celebrano la messa nelle loro lingue locali – vado da solo in refettorio, per un po’ di colazione. Il giovane bengalese che mi serve a tavola non so che voce abbia. È un’ombra che fugge, a piedi scalzi, per non disturbare. Dopo tre mesi che lo saluto, alla fine abbozza un sorriso, nascondendolo subito con la mano.

Chi guida il risciò sembra uno schiavo medioevale, con quella gonna legata ai fianchi, il turbante per detergere il sudore, e tanta fatica per guadagnare venti centesimi per corsa. Venti centesimi da condividere con il padrone del risciò, che fa affari sfruttando questi poveretti che aprono la bocca solo per chiedere i venti centesimi. Per non prlare poi delle mamme che, tutte coperte (in quanto donne…), lavorano dieci ore al giorno trasportando sulla testa terra, sassi e acqua, per settanta centesimi. Il necessario per comperare due chili di riso.

A Dacca, al termine del corso nel Seminario nazionale, devo esaminare gli studenti di teologia. Come prima domanda, chiedo a tutti quale sia l’argomento che più li ha interessati durante il corso. Il tema che più li colpisce e affascina è proprio quello della povertà: “Gesù, amico dei poveri, nei Vangeli sinottici”. I seminaristi provengono dalle zone tribali o sono convertiti dall’Induismo. Sono poveri. All’inverosimile ripetono una frase che ho pronunciato in classe: «Chi vive la povertà, non solo fa la scelta che ha fatto Cristo, ma sceglie Cristo stesso». E mi citano pure un’altra frase, che avevo sentito nella miserabile periferia di Nairobi: «I poveri non si disperano, né commettono suicidio, perché sanno che Cristo è uno di loro». E mi ripetono che i ricchi non sono mai contenti, mentre i poveri vivono nella semplicità che fa loro gustare il riso con tante spezie, sanno accettare la vita come un dono, sono contenti di cantare le lodi al Signore. Anche quando non c’è la possibilità di mangiare tre volte al giorno. E sempre quel riso bollito, che cambia di gusto solo per il variare delle spezie…

Nepal: l’ultima, sorprendente mia esperienza. Ineffabile bellezza della natura, impagabile ricchezza naturale e artistica, superbe montagne che sono la firma dell’umiltà di Dio…Tutto in stridente contrasto con la povertà della popolazione, da poco messa in ginocchio dal terribile terremoto: più di ottomila morti e centinaia di migliaia i senzatetto. La religione predominante, l’Induismo, non aiuta la gente a ricattarsi dalla povertà. Il Paese sta affrontando un conflitto con l’India, offesa dal fatto che il Nepal si sia dichiarato repubblica laica e non induista. Inoltre, al confine c’è una tribù che sta lottando per l’autonomia. Infine, non accorda fiducia al nuovo governo, appena andato al potere. Così ha chiuso le frontiere con il Nepal che si trova in ginocchio: la mancanza di benzina fa lievitare i costi della vita, per cui scarseggia anche il cibo. Povertà che si aggiunge alla povertà.

Nessuno mi vuole parlare delle terribili conseguenze del terremoto. Silenzio sconcertante. Qualcuno mi sussurra che sono arrivati aiuti per i senzatetto, ma il governo non è in grado di gestirli.

Silenzio dignitoso? Decisione di non soffrire riandando ai terribili avvenimenti? Volontà di arrangiarsi con le proprie forze, ribadendo il ritornello: «Quello che è passato è passato»? Non so: solo pesante ho il cuore confrontando bellezze inaudite e accresciuta ​povertà, legata anche al fatto che i turisti non si recano più tra quelle stupende montagne, diventate silenziosa tomba per quei poveri non aiutati ad alzare la testa, a opporsi alle ingiustizie, a contestare “il cerchio della vita” – tanto buddista quanto induista – per paura di reincarnarsi in un animale immondo.

Il Cristianesimo potrebbe essere di valido aiuto a far prendere coscienza alle persone della loro dignità e dei loro diritti. Ma in tutto il Paese i cattolici sono solo ottomila, per lo più immigrati. Guardando la catena dell’Himalaya, prego: «Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l’aiuto? Il mio aiuto viene dal Signore: Egli ha fatto cielo e terra». È la preghiera del Salmista che è certo di ottenere l’aiuto dal Signore. A Lui sono tentato di chiedere: «Fino a quando, Dio, fino a quando il povero dovrà attendere? ». Ma conosco già la risposta: «Mille anni, ai tuoi occhi, sono come il giorno di ieri che è passato, come un turno di veglia nella notte. Tu li sommergi: sono come un sogno al mattino, come l’erba che germoglia…».

Valentino

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