Orizzonti dilatati, sguardo da innamorato

«Il piccolo, nudo, guardava il cielo, e nella sua mente smarrita salì una domanda: “Dove sarà mai la strada del paradiso?”. Il cielo non rispose, solo le stelle scintillavano, lacrime nella notte silenziosa».

È un brano di Rabindranath Tagore, scritto qui nell’antico Bengala, dove ora mi trovo. Il contesto: il papà torna a casa dopo la cremazione del corpo della moglie e trova suo figlio, di sette anni, silenzioso, con lo sguardo perso nel vuoto. «Dov’è la mamma?», chiede il bambino. «In paradiso», risponde il padre e va a letto. Straziato dal dolore, non riesce a prendere sonno. Si alza e trova che il piccolo, nudo, sta guardando il cielo…

Guardare il cielo. Non solo non mi fa paura il cielo, ma – oltre a dilatare gli orizzonti – apre alla speranza, dà un senso di serenità anche quando ci sono le nuvole e invita a volare, cambiare, andare verso altra gente per imparare come essa ama, vive, dialoga. Non mi fa paura il cielo. Forse fa paura la terra: paura d’incontrare gente diversa che metta in discussione le mie certezze, paura di non riuscire a dare speranza a chi è nel dolore, paura di essere guardato negli occhi alla scoperta delle mie debolezze, paura di essere come quel bambino di cui parla Tagore. Paura di essere lontano dagli ideali proclamati da Cristo che mi dice di prendere la mia croce, che m’invita a scegliere e amare la morte se voglio amare la vita. E viceversa.

Ho vissuto, nel passato, tre mesi in Pakistan, ora ne sto vivendo altrettanti nel Bangladesh… Popoli indiani dai costumi, dai corpi e dagli sguardi uguali, eppure tanto diversi nei sentimenti, tutt’altro che positivi nei reciproci rapporti: la guerra tra i due Paesi ha distrutto non solo le case, ma anche le anime. Eppure gli sguardi sono ancora pieni di aspettative. Sguardi “che tengono”: non sono mai i pakistani o i bengalesi i primi ad abbassare gli occhi. Corpi aggraziati, profumati, coperti di veli variopinti. E ovunque fiori, tanti fiori offerti in ogni circostanza. Basta un saluto, ed ecco una corsa a raccogliere anche solo un fiore da donare a chi saluta o viene da lontano, con un messaggio di vita. Di pienezza di vita.

Qui non tutto è grazia, bellezza e profumo: l’ambiente non è bello, il clima è pesante e i bengalesi non sono immuni dal peccato originale. Ma dei peccati altrui non voglio parlare: cerco di guardare il mondo con gli occhi stessi di Dio che ci vede tutti belli, come i genitori vedono i propri figli.

Ho appena terminato gli esercizi spirituali al clero. Circa duecento preti e sei vescovi. Non ho seguito nulla dei testi che avevo preparato, ma in base alle risonanze del primo incontro, mi sono lasciato coinvolgere dal rapporto stesso, demandando allo Spirito Santo il compito di suggerirmi le parole giuste. C’è troppa organizzazione nella Chiesa e nel mondo, ma c’è troppo poco spazio per lo Spirito, per l’Amore.

Nell’ultimo giorno, le risonanze dei partecipanti mi sono servite per capire maggiormente i valori in cui credo e che vado cercando nei Paesi impoveriti, e per mettere a fuoco il metodo che io, come prete, dovrei adottare nei confronti dei laici per instaurare un giusto rapporto, allo scopo di apprendere sempre di più i “semi del Verbo” o “le mozioni dello Spirito” nelle diverse culture. Mi convinco sempre di più che devo:

- liberarmi dal “tribalismo”, dall’etnocentrismo, dal legalismo e dal clericalismo. Questo bisogno di dilatare gli orizzonti si apprende viaggiando di gente in gente, non per curiosità, ma per capire sempre di più la realtà umana e spirituale di chi incontro. Ciò è possibile solo se si parlano le lingue; diversamente, ci si condanna a cogliere l’opposto dei messaggi che la gente può dare. Molte persone che stanno in Africa un mese, tornano a casa affermando: «Ah, i neri sorridono sempre». Non sanno delle paure che attanagliano il loro ventre, né hanno sperimentato la loro fame.

- Convincermi che nessuno ha il monopolio della verità, che va cercata in ogni essere umano rispettato nella sua dignità, sia come persona, sia come tempio dello Spirito Santo che in tutti vive, parla, ama.

- Sperimentare che si conosce solo ciò che si ama. E quando si vive da innamorati, si trovano le parole giuste al momento opportuno. La gente non cambia vita per i nostri ragionamenti, ma se si sente amata. Nessuno si converte per una bella predica, perfetta nell’esegesi, se la parola non nasce dal silenzio e non crea emozioni.

- Essere certo che la salvezza è per tutti. E c’è salvezza, vita e grazia quando una persona impara dall’altra, quando c’è coinvolgimento nell’essere e nel fare, quando c’è senso di appartenenza, di comunità nella comunione con Dio.

- Cercare la comunione, non l’uniformità, grato al Signore che a Babele ha disperso le lingue, affinché ogni gruppo etnico conservasse i suoi valori e li offrisse a chi fa lo sforzo d’imparare una nuova lingua, di ascoltare, di coinvolgersi e di coinvolgere, dopo aver operato il giusto discernimento.

- Avere sete del confronto con chi sa vivere e pregare. Per fare ciò è importante la ricerca dei maestri di vita, direttori spirituali, confessori o… “guru” (radice di questa parola: “gu” = tenebre; “ru” = scacciare…).

- Saper ascoltare gli altri e motivarli alla ricerca dell’Infinito. Ascoltarli con il cuore, dare la propria testimonianza e parlare da innamorato, perché una persona coglie dall’altro prevalentemente la sua fede e il suo amore.

Non so quello che veramente porto nei Paesi dove sono invitato, ma so quello che ricevo. Mi sento stimolato dalle persone e dalle situazioni: guardo intensamente la realtà, provo un sentimento e lo esprimo per iscritto, con il desiderio di rendere partecipi gli amici di ciò che lo Spirito Santo mi va regalando. Vivo situazioni pesanti in Paesi difficili. Ma ciò accresce lo stimolo ad aiutare le persone che incontro ad allargare gli orizzonti, dilatarli, non porre rigidi confini. Aiutare a guardare tanto la terra quanto il cielo. La strada del paradiso e la strada del cuore.

Viaggiare per vedere. Viaggiare per incontrare. Viaggiare per raccontare. Viaggiare per confrontarmi, nella speranza di essere sempre aiutato a cambiare, per avvicinarmi all’ideale proposto dal Cardinale Newman: «Vivere è cambiare e si arriva alla perfezione cambiando continuamente». Certo, mi si potrebbe chiedere: «E chi non può viaggiare?». Risponderei con le parole di Proust: «Il vero viaggio non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi».

Valentino

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