Albert Einstein: «La luce, ombra di Dio…»

«Sia fatta la luce!»: questa la prima parola del Creatore. Parola – “dabar” in ebraico – non è solo espressione verbale, ma evento, fatto, realizzazione. «Sia fatta la luce» per dissipare le tenebre, per dare un colore alle cose, per rallegrare il cuore dei viventi e del Creatore: «E Dio vide che la luce era bella e buona» (Gen 1,4). Tutta la Bibbia è percorsa da questa luce che narra qualcosa di Dio stesso e nel contempo annulla le tenebre, simbolo della morte. La prima luce del giorno, l’alba, sigilla il trionfo della vita, al punto d’essere salutata come il sorriso del Creatore. La luce è Dio stesso.

«Dio è luce e in lui non c’è tenebra». Questa professione di fede dell’apostolo San Giovanni trova una corrispondenza in Albert Einstein, allorché, scrivendo un trattato di fisica, mentre parla della luce fa uno splendido inciso: «La luce, ombra di Dio…». E una volta, discutendo con Gustavo Adolfo Rol, alza la mano, la frappone fra la lampada e il tavolo e gli dice: «Vedi? Quando la materia si manifesta, proietta un’ombra scura, perché è materia. Dio è puro spirito e dunque quando si materializza non può manifestarsi se non attraverso la luce. La luce non è altro se non l’ombra di Dio».

Basterebbe questa testimonianza per illustrare la sua fede e l’armonia – anzi l’intrinseca unità – tra la sua fede e la sua ragione.

ALBERT EINSTEIN. Nasce a Ulma nel 1879 e muore a Princeton nel 1955. Fisico e filosofo tedesco naturalizzato svizzero e statunitense.** Premio Nobel per la fisica. Contribuisce in modo determinante alla fisica teorica.** Muta in maniera radicale il paradigma di interpretazione del mondo fisico.
Fin da ragazzo approfondisce le varie scienze e s’impegna nella ricerca del bene e del male. È noto a molti l’incontro con un professore ateo dell’università di Berlino. Questi sfida gli studenti: «Dio ha creato tutto quello che esiste?». Uno di essi risponde: «Sì, certo!». Il professore continua: «Se Dio ha creato tutto, allora Dio ha creato il male, poiché il male esiste e, secondo il principio che afferma che noi siamo ciò che produciamo, allora Dio è il Male».

Lo studente lo interrompe: «Posso farle una domanda, professore?». «Naturalmente!», risponde il docente. «Professore, il freddo esiste?». «Che razza di domanda è questa? Naturalmente, esiste! Hai mai avuto freddo?». Gli studenti sghignazzano.

Il giovane replica: «No, signore, il freddo non esiste. Secondo le leggi della fisica, ciò che noi consideriamo freddo è, in realtà, assenza di calore». Lo studente continua con una serie di esempi, per dimostrare che l’oscurità è mancanza di luce, il male è assenza di bene. Dio non ha creato il male. Il male è il risultato di ciò che succede quando l’uomo non ha l’amore di Dio presente nel proprio cuore. Tutti si alzano in piedi ad applaudire il giovane. Il professore, scuotendo la testa, rimane in silenzio, poi si rivolge al giovane studente e gli domanda: «Qual è il tuo nome?». «Mi chiamo Albert Einstein, signore».

Chi non crede in Dio giudica questo racconto un aneddoto ricco di esempi non dimostrabili e quanti sono atei cercano di trarre Einstein dalla loro parte, giungendo al punto di proporlo come “Presidente onorario dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti”. Ad essi, sorridendo, il grande scienziato ribadirebbe: «Solo due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana. Riguardo all’universo ho ancora dei dubbi».
Fede e ragione. Mentre è un luogo comune che uno scienziato debba essere ateo, ecco quanto afferma Einstein:** **«La scienza contrariamente ad un’opinione diffusa, non elimina Dio. La fisica deve addirittura perseguire finalità teologiche, poiché deve proporsi non solo di sapere com’è la natura, ma anche di sapere perché la natura è così e non in un’altra maniera, con l’intento di arrivare a capire se Dio avesse davanti a sé altre scelte quando creò il mondo» (Holdon, The Advancemente of Science and Its Burdens, Cambridge University Press, New York 1986, pag. 91).

In altre parole, nel rapporto tra fede e ragione, Einstein afferma che la scienza intuisce la presenza del Mistero. Non è suo compito dimostrare se Dio esista o no. Anzi, non può dimostrare la non esistenza. Ma è aperta al divino, come stimolante pungolo per continuare la ricerca della verità.

Il vero scienziato è affascinato dall’armonia del creato e dalla bellezza del tutto. Non può non percepire una Presenza. Se non è incatenato da pregiudizi, ammetterà che Dio esiste, quale necessità di dare un senso al tutto: «Gli atei fanatici – scrive Walter Isaacson nella biografia Einstein: His Life and Univers – sono come schiavi che ancora sentono il peso delle catene dalle quali si sono liberati dopo una lunga lotta. Essi sono creature che – nel loro rancore contro le religioni tradizionali come “oppio delle masse” – non possono sentire la musica delle sfere». Ecco che volto dà Einstein alla sua fede: la forza che gli fa percepire la musica delle sfere.

Musica e mistero. E la musica richiama alla bellezza, al miracolo, al Mistero, da non intendersi come oscurità, bensì come pienezza di luce. Luce che abbaglia e crea quel senso di meraviglia espresso, etimologicamente, proprio dalla parola “mistero”: mettere la mani alla bocca, a causa di un’esperienza indicibile. Riferendosi a questo concetto, così Einstein scrive a Maurice Solovine: «Trovi sorprendente che io pensi alla comprensibilità del mondo come a un miracolo o a un eterno mistero? A priori, tutto sommato, ci si potrebbe aspettare un mondo caotico del tutto inafferrabile da parte del pensiero. (… Invece) compare il sentimento del “miracoloso”, che cresce sempre più con lo sviluppo della nostra conoscenza. E qui sta il punto debole dei positivisti e degli atei di professione, che si sentono paghi per la coscienza di avere con successo non solo liberato il mondo da Dio, ma persino di averlo privato dei miracoli».

Nella lettera del **3 gennaio 1954, **indirizzata al filosofo Erik Gutkind, a Princeton, scrive: «La mia religiosità consiste in _**un’umile ammirazione di quello Spirito immensamente superiore **che si rivela in quel poco che noi, con il nostro intelletto debole e transitorio, possiamo comprendere della realtà. Voglio sapere come Dio **creò questo mondo. Voglio conoscere **i suoi pensieri; in quanto al resto, sono solo dettagli»._

Anche se il grande scienziato non riconosce l’idea trascendente del Dio dei cristiani, parla della necessità di postulare un Creatore immanente come spiegazione ultima della realtà. Einstein, pur non riuscendo a credere che Cristo sia figlio di Dio, lo ammira moltissimo. Lo percepisce – alla stessa stregua di Gandhi – come un uomo perfetto, che ha cambiato la storia del genere umano.

Francesco Severi – matematico, amico di Einstein – nel suo libro _Dalla scienza alla fede _ parla di una confessione fatta dal grande scienziato poco prima di morire: «Chi non ammette l’insondabile mistero non può essere neanche uno scienziato».

Valentino

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