Il pudore nel parlare di Dio

«Chi è Dio per te?». Il pudore è l’arte di riservare il corpo, i sentimenti, le intuizioni più intime alla persona amata. Ora, come ci insegna Sant’Agostino, essendo Dio più intimo di quanto noi lo siamo a noi stessi, è inevitabile sperimentare un certo pudore nel parlare di Lui. Chiedere a una persona chi sia Dio per lei, è come invitarla a denudarsi, a raccontare la sua vita, a svelare il proprio mistero.

Quando questa domanda fu rivolta a David Maria Turoldo, ormai sul letto di morte, rispose con enigmi e immagini. Affermò che poteva solo intonare un canto, tentativo ultimo di dire l’Indicibile, tanto è vero che dopo il canto c’è solo il silenzio. Chiedere chi sia Dio, come e dove lo si scopra, è come domandare di parlare dell’innamoramento, del nascere di un fiore o dell’abbozzarsi della collana di una colomba in amore. È come la pretesa di parlare della vita: la si intuisce guardando il chicco di grano che marcisce… Gli occhi umani colgono un fenomeno di corruzione. Gli occhi della fede, invece, già intravedono la spiga. Così il credente cade in ginocchio. Contempla. Ringrazia. E trasforma la sua fede in opere di giustizia. Non parla di Dio, ma da Lui trae la forza di amare questa umanità.

A questo riguardo, vedremo in seguito la figura di Dag Hammarskjöld: come segretario generale delle Nazioni Unite, per non presentarsi come uomo di parte, in pubblico mai parlò di Dio e della sua religiosità luterana, ma ad un amico lasciò il suo diario dal quale emerge il mistico, sulle orme di San Francesco d’Assisi, San Giovanni della Croce, Santa Teresa d’Avila.
E che dire di Albert Einstein che, mentre sta parlando della luce, fa un sublime inciso: «La luce, ombra di Dio…»?

Fede e ragione. Giovanni Paolo II, nell’enciclica Fides et ratio, afferma che Dio non manda in pensione l’intelligenza dell’uomo. Fede e ragione convivono: si può essere un genio e amare il Creatore. Anzi, ci si può servire della fede per approfondire sempre di più la propria ricerca scientifica perché ragione e fede non sono in contraddizione. La fede nel Dio di Gesù Cristo, che è l’incarnazione del “Logos”, del “Verbo” – e cioè pensiero e razionalità – ha consentito lo sviluppo della ricerca filosofica e scientifica. E questo è un dato storico, che resta vero anche se nella Chiesa ci sono stati tempi di errore e di peccato. La valorizzazione della ragione e della ricerca dell’uomo – che in tal modo diventa co-creatore del mondo insieme a Dio – è nata nel Cristianesimo e non poteva nascere in altre tradizioni religiose a causa delle loro diverse premesse culturali. Mentre, d’altra parte, lo stesso Illuminismo ha alla sua base nient’altro che i fondamenti del Cristianesimo, che sono esattamente “libertà, uguaglianza, fraternità”.

Molti scienziati riconosciuti come geni credevano in Dio, pregavano e non riscontravano dissidi insuperabili tra la loro professione di fede e la loro ragione, che utilizzavano al massimo. I più grandi filosofi credevano in Dio. Per citarne solo alcuni dei tempi moderni: Pascal, Vico, Cartesio, Bergson… erano cattolici. Credenti Kierkegaard e Solov’ëv. E anche Kant credeva in Dio.

Dalla filosofia alla scienza: Copernico era un religiosissimo canonico; Newton passava dagli studi sulla gravitazione universale alle pratiche di religione e di carità: poteva saltare un pasto, ma mai la preghiera. Galileo Galilei era cattolico convinto. Credeva in Dio il fisico Ampère, e cosi Pasteur, il fondatore della microbiologia e della immunologia. Era profondamente religioso Mendel, lo scopritore delle leggi che regolano l’ereditarietà dei caratteri. Il Nobel Rubbia, scienziato di prim’ordine e credente in Dio, ha dichiarato: «Noi (fisici) arriviamo a Dio percorrendo la strada della ragione, altri seguono la strada dell’irrazionale»…

«L’antitesi scienza-fede è la più grande mistificazione di tutti i tempi. La scienza studia l’immanente, le cose che si toccano. Come ha già detto Galilei, l’immanente non entrerà mai in conflitto con il trascendente che appartiene alla fede. Mondo materiale e mondo spirituale hanno la stessa origine dal Creatore» (Antonino Zichichi).

Stessi ragionamenti si possono fare passando dai geni della scienza a quelli della letteratura e della poesia. Stesso discorso nel campo dell’arte: tanti nostri grandissimi pittori e scultori medioevali, rinascimentali e moderni, non si spiegherebbero senza la fede. Essi si ergono a emblema della convivenza tra Fede e Ragione. Fede che ha innalzato l’essere umano al piano della divinità. Senza la fede si corre il rischio stigmatizzato da Gustave Thibon, il grande filosofo contadino che non pretendeva di illuminare gli uomini con la sua luce, ma aiutarli soltanto a contemplare meglio il sole: «Chi rifiuta di essere l’immagine di Dio, sarà in eterno la sua scimmia».

Proposta.

Inizio, con questo articolo, una serie di riflessioni sui più grandi scienziati del nostro tempo, dando risalto alle loro affermazioni in onore di quel Dio al quale hanno sottomesso la loro intelligenza. Per usare un’immagine manzoniana, non hanno temuto di piegarsi «al disonor del Golgota», anzi hanno fatto della croce un trampolino di lancio per convertire il dolore in uno stimolo a superare i limiti della ragione, hanno creduto nella «Verità antica e sempre nuova» e ci hanno tramandato un patrimonio che ha arricchito, nobilitato e rese sempre più forti e affascinanti le radici cristiane dell’Europa.

Sarebbe interessante sentire alcune rapide riflessioni dei lettori sul tema fede-ragione. Certo… bisogna vincere il senso del pudore che ci fa tacere davanti a Dio. Vincerlo perché la nostra società ha bisogno di trovare anche solo un piccolo resto che non si vergogni di Cristo, affinché Egli “non si vergogni di noi nell’ultimo giorno”.

Penso che scriverò un articolo ogni quindici giorni, anche perché quest’anno sarò spesso all’estero: in Bangladesh (dove dovrei restare fino a metà dicembre, se mi daranno il permesso di residenza per quattro mesi), forse sarà difficile avere regolare accesso a Internet.

Se è imbarazzante parlare di Dio, spero lo sia meno criticare quanto scrivo, servendosi dello spazio predisposto al termine di ogni articolo. E le vostre osservazioni mi serviranno per essere più preciso nello scrivere, per essere un po’ più nuovo, per lavorare alla luce dell’intuizione di Henry Newman: «Vivere è cambiare e si arriva alla perfezione cambiando di frequente».

Cosa ne pensi?

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