Visitare i carcerati

È molto difficile, in Italia, avere il permesso di visitare i carcerati. Ho comunque sempre aderito alla poche occasioni che mi sono state offerte e non si è mai attenuata la mia attenzione nei loro confronti, specialmente nei Paesi impoveriti, in cui la situazione è spesso allucinante. Le violenze di ogni tipo sono normali anche tra gruppi etnici, con tragiche vendette e rese di conti che occupano spesso le prime pagine dei giornali. Le attese di giudizio sono eterne, le ingiustizie la regola. Ha ragione chi ha soldi. Se entri nel carcere, puoi uscire solo peggiore di prima. I cappellani possono fare ben poco. Potrebbero forse compiere gesti clamorosi, come incatenarsi davanti al Parlamento…

A Manaus – in Brasile – incontrai suor Ines, meravigliosa in tutto, specialmente con i più poveri e i derelitti. Operava miracoli di bontà, superando qualunque ostacolo per visitare, rincuorare, liberare i “suoi” carcerati: quelli che, essendo gli ultimi, non avevano alcuna voce. Se era necessario, riusciva a parlare anche con i governanti, con umile fermezza.

Qui in Italia, ricordo il vescovo Riboldi che, dopo aver lottato contro la mafia, ad Acerra ha continuato il suo impegno contro la camorra. Si è trovato ad esercitare un’opera di carità delicatissima con molti reclusi, aiutandoli a ricuperare la propria dignità e a ritrovare il proprio ruolo nella società. Inoltre, si è impegnato nell’opera delicata e preziosa di seguire i parenti dei reclusi. Credo che, in fondo, ci sia un senso di colpa verso i congiunti in carcere. Per loro si fa qualunque sacrificio, si rinuncia al cibo purché a “lui/lei” non manchi nulla, anzi abbia il meglio.

In Nigeria – durante la mia prima estate in quella terra – lavorai per un po’ di giorni in un carcere minorile, assieme ad un gruppetto di diaconi. Conoscevo la situazione di una ragazza quindicenne. Quando andai a visitarla, mi trovai in una situazione drammatica. Alcune ragazze, per scappare, avevano tentato di uccidere una “maestra”, una sorvegliante. Pesanti erano stati gli inasprimenti disciplinari.

Sia pure a fatica, i diaconi erano riusciti a farmi accettare come intermediario tra i reclusi e le autorità carcerarie. Parlai a lungo con tutte le ragazze. La più facinorosa voleva vedere ad ogni costo sua madre, perché era angosciata dal timore che non le volesse più bene… Convinsi la direttrice a farle incontrare la mamma. Tornò la pace. Nacque una buona intesa specialmente con le ragazze internate e con i responsabili.
Da quella volta, con altri seminaristi e un gruppo di giovani catechisti, almeno una volta al mese andavo a visitarli. Si passava la domenica mattina con ragazzi, ragazze e anche bambini. Giochi, chiacchiere, poi la Messa all’aperto.

In Italia, il mio primo impatto con le carceri avvenne in una città della Lombardia: non con i reclusi, bensì con le guardie carcerarie. Era la loro festa. Il vescovo mi invitò a presiedere l’Eucaristia.

Scelsi quella lettura degli Atti in cui si racconta come Paolo, in catene, nel buio della cella cantava. Quando un terremoto scosse le mura del carcere, scardinando le porte e frantumando le catene, il carceriere si svegliò di soprassalto. Sicuro che i prigionieri fossero già scappati, dato che ne rispondeva personalmente, prese la spada per uccidersi. Ma Paolo gridò: «Non farti del male, siamo tutti qui» (At 16,28).

Evidentemente, per Paolo la vita di quel pover’uomo (che poi si convertì al Cristianesimo con la sua famiglia), valeva di più della sua libertà. Ma dov’è un carcerato che non scappa, quando può farlo? Non dimentichiamo che, nelle carceri dell’epoca, i prigionieri subivano trattamenti terribili.

Ecco che cosa dissi ai secondini lombardi: «Paolo rompe il cliché del carcerato. Non scappa. Anche voi non vi lasciate imprigionare dal cliché del carceriere. Non sono necessari la durezza gratuita, il disprezzo, l’oppressione, la violenza verbale o fisica verso i carcerati. Prima di essere carcerati e carcerieri siamo tutti fratelli, figli dell’unico Padre».

Avevo lanciato una sfida. Non chiedevo di liberare i prigionieri, a volte innocenti, spesso colpevoli. Chiedevo loro di liberarsi dal condizionamento del ruolo di cui erano investiti. Non giochiamo a guardie e ladri. Impariamo ad essere noi stessi, qualunque sia il ruolo che ci compete.

Scrive Ignazio Silone: «Nessuno può toglierti la libertà e nessuno può dartela». Ed è verissimo. Non sono le sbarre di una cella di rigore che ti tolgono la libertà. Ti tolgono solo la possibilità di uscire e di andare dove vuoi. Non puoi fare ciò che ti piacerebbe, ma la libertà fisica è solo una dimensione della libertà.
Nessuno può piegare la tua volontà. È vero che l’esperienza del carcere può distruggerti fisicamente e psichicamente, piegare la tua resistenza, spezzare la tua volontà, ma fino all’ultimo istante di vita e fino all’ultimo respiro l’essere umano è libero, se lo vuole. Se si imprigiona lui stesso nei ceppi e butta la chiave, non pianga per essere in carcere.

L’opera di misericordia in questione, dunque, non è solo – o principalmente – quella di liberare dal carcere coloro che stanno al di là delle sbarre. Non serve a molto, se siamo schiavi nel cuore. Certamente possiamo prendere coscienza che, pur scorrazzando in qualunque posto, viviamo coi ceppi di tutte le cose che non ci permettono di essere veramente liberi. Noi stessi, molto prima degli altri, restringiamo gli spazi della nostra libertà e viaggiamo incatenati ai nostri vizi, accecati dai pregiudizi, inchiodati ad idee autodistruttive, a desideri e aspirazioni fallaci che ci rendono paurosamente schiavi del denaro, dei successi, del piacere.
La libertà, nessuno te la dà e nessuno te la toglie. Cristo ha proclamato: «La verità vi farà liberi» (Gv 8,32).

Valentino

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