Saint Louis, Dicembre 2007

Senegal: "La pace è con te?". (Parte prima)

In un solo giorno passo dalla foresta tropicale, che ingloba il Gambia, alla pianura popolata dai goffi baobab, alla steppa per poi sfociare nello Sahel. Sono diretto verso l’antica capitale del Senegal, Saint Louis. La strada è buona. L’ambiente piuttosto monotono. Le case sono belle in confronto con gli altri paesi africani. Belle. Ma quante vite umane sono costate? Quelle costruzioni sono il frutto del lavoro degli emigranti che da oltre venti anni sfidano il mare, su piroghe costruite localmente. “Le nostre piroghe”: questo significa il nome “Senegal”. Piroghe che spesso si capovolgono, lasciando nessun superstite.

È il mese di dicembre 2007. Mentre sto facendo un corso di aggiornamento teologico al clero indigeno, il vescovo Iean Noel che m’introduce agli uditori con una preghiera, si rivolge a Dio perché abbia pietà dei cento quaranta annegati durante la notte. Cento quaranta i corpi trovati. Forse le vittime del naufragio erano più numerose. E i cadaveri sono messi in una fossa comune. La notizia è accolta senza segni di stupore. Ci si abitua a tutto nella vita.

Ebbene, quelle “belle” case che osservo, viaggiando, grondano sangue, e, purtroppo, sono di stimolo ad altri giovani ad essere “eroici” nell’affrontare i rischi del mare, per raggiungere l’Europa. Là guadagneranno a sufficienza per costruirsi una casa e comperarsi un’automobile. Le mamme si sono abituate al “sacrificio” dei loro figli…

E quei Senegalesi che sfidano il mare e i controlli degli addetti ad impedire sia la fuga, sia lo sbarco in terra straniera, una volta arrivati nella terra tanto sognata, come verdeggiante Eden, cominciano una vita d’inferno: clandestinità, lavoro in nero, domicili peggiori di quelli che avevano nel loro paese, barriera della lingua e umiliante impiego per molti di loro, che pure sono diplomati o laureati.

Loro che mai e poi mai dicono e diranno che le cose vanno male: è parte integrante della cultura senegalese caratterizzare ogni incontro prima augurando pace e poi chiedendo all’altro se nel suo cuore c’è la pace. E la risposta deve essere positiva! Quando, provocando, chiedo: “Ma va bene alla senegalese?”, vedo che l’altro è un po’ imbarazzato. Esita. E poi sorride. Ma non dà la risposta negativa. La si deve intuire tra le pieghe del discorso.

Ecco perché i figli all’estero non diranno mai quanto male vadano per loro le cose. Diranno che il clima è mite, anche se gelano dal freddo. Che il cibo è buono, anche se per loro è insapore. Che il lavoro è bello, anche se impegnati in attività che gli Italiani reputano umilianti e disdicevoli. È obbligo scrivere: “Cara mamma, la pace sia con te. In te è la pace? La pace è dentro di me. E la pace regna anche tra tanti miei amici. Qui tutti mi conoscono. Così ogni sera usciamo assieme e soprattutto alla festa ci troviamo in tanti e per tutti c’è cibo in abbondanza…”.

Sì, in Italia il cibo non manca, anche se mancano il piripiri, il peperoncino, il cuscus e quel pesce affumicato e in parte marcito – non di rado volutamente lasciato marcire – perché abbia un sapore forte. Il cibo non manca, ma che pena mangiare da soli! Da soli e chiusi in casa. Non come ai bei tempi quando, nel villaggio si mangiava sulla pubblica strada, prendendo con le mani la manioca e intingendola nelle salse piccanti. Il tutto reso ancora più gustoso e appetibile a causa di quella fame atavica che ha abituato lo stomaco a restringersi e a dilatarsi a volontà. Se il cibo scarseggia si beve tanta acqua. Se abbonda si immagazzina nello stomaco tutto quello che c’è, in previsione dei “sette anni delle vacche magre”.

… ma la mamma non deve venire a conoscenza di queste tristi situazioni e dei ricordi che attanagliano il ventre. Lei deve farsi forte pensando che nel figlio c’è la pace. Lei, la mamma! Non il papà. Perché qui siamo in una società prevalentemente matrilineare (comanda il fratello della mamma), mentre il padre conta ben poco. La mamma, forse, si è asciugata una lacrima alla partenza del figlio. Il papà si è limitato a toccargli quattro volte con la sua testa la testa. Il bacio qui è sconosciuto. Soprattutto tra uomo e donna sarebbe uno scandalo il baciarsi sulla pubblica strada.

E se è già in sé penoso vedere un battello normale lasciare il porto, o l’aereo che prende il volo, che dire quando si sa che il figlio scappa dal Paese, rischiando d’essere ingoiato dal mare?

L’obbligo – proveniente dalla tradizione e dalla cultura – di mettere in evidenza solo le cose belle e di far emergere solo la pace che regna in tutte le situazioni, mentre è segno di nobiltà d’animo, nasconde una profonda insidia: quando esplode la collera, non ci sono più mezzi termini e compromessi, ma l’omicidio o la guerra. Per questa ragione Paolo VI, nella “Populorum progressio” dopo aver messo in risalto i motivi per cui gli Occidentali devono sentirsi solidali con i popoli poveri – o impoveriti – non esita ad affermare che, se noi non vogliamo aiutare gli Africani per motivi umani e religiosi “cerchiamo per lo meno di temere l’ira dei popoli poveri che, quando verranno alla ribalta, ci schiacceranno”.

Valentino

Commenti

  1. Silvia (VE)
    gen 28, 22:27 #

    Tempo fa un’amica mi chiese di partecipare ad un incontro parrocchiale con alcuni ragazzini. Tema: il servizio. Mio compito era portare la testimonianza del servizio di volontariato che opero presso una Casa d’accoglienza per immigrati. Nella verifica conclusiva che la mia amica ha chiesto di fare ai ragazzi, l’incontro cui ho partecipato è risultato, per un paio di loro, tra i meno graditi.
    Eppure avevo raccolto le storie di vita più significative che conosco. Un ex calciatore attaccante della nazionale somala che oggi pulisce i bagni in aeroporto. Un ventiseienne bangladese che lotta tra la vita e la morte per un tumore che gli è stato riscontrato appena giunto in Italia, che non ha alcun sostegno economico o affettivo, visto che amici e famiglia sono in patria. Un rumeno laureato con il massimo dei voti in ingegneria, costretto ai lavori più umili. Le storie sono tante, ma sono storie di uomini che sanno ridere, che hanno fede, che portano nel portafoglio le foto dei loro bambini e non tradiscono le loro mogli, che si aiutano a vicenda, che cantano sempre.
    Il disagio tra i ragazzi che mi ascoltavano era palpabile: criminalità, spaccio, stupro e furto sono il denominatore comune degli stranieri. È più facile amare a scomparti, amare solo le categorie che ci piacciono. Amare il prossimo, a condizione che ci faccia pena.
    Generalizzare, inserire negli stereotipi, attribuire pregiudizi: è più economico. Affermare che sia la nostra società a macchiarsi di furto e violenza sulla dignità degli immigrati – con i lavori peggio retribuiti, insicuri e privi di diritti sindacali, con la diffidenza e con il disprezzo – equivale a far cadere le certezze su chi recita il ruolo di vittima e chi quello di predatore.
    Penso a me, immagino di essere una ragazza somala in un autobus pieno di gente in piedi, l’unico posto vuoto quello accanto a me. So che non ce la farei, urlerei. E a volte vorrei sentire davvero urlare, perché quel silenzio è l’accusa peggiore.
    Ma so anche un’altra cosa: nell’umiltà il Cristo che c’è in ogni uomo e donna si esalta. È anche per questo che il più piccolo gesto di solidarietà acquista per gli ultimi un valore nuovo. Una cortesia, un sorriso, una parola gentile che scacci l’indifferenza: non serve molto. Credo che a volte bastino davvero questi piccoli atti a dare una nuova speranza.

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