Visitare gli ammalati

Alla scuola di chi è nel dolore. «…andare dai sofferenti, avvicinarsi come Gesù ha fatto. Imitiamo Gesù: Egli va per le strade e non ha pianificato né i poveri, né i malati, né gli invalidi che incrocia lungo il cammino; ma con il primo che incontra si ferma, diventando presenza che soccorre, segno della vicinanza di Dio che è bontà, provvidenza e amore». Così papa Francesco, senza mai stancarsi, esorta tutti i fedeli a mettere in pratica le opere di misericordia, ponendo particolare attenzione a coloro che soffrono materialmente e moralmente. Mentre stiamo accanto a chi soffre, sperimentiamo che riceviamo molto di più di ciò che diamo.

Era l’estate del 1972, anno in cui aspettavo il permesso permanente di insegnare in Nigeria. I medici riscontrarono un cancro ad un amico e lo ricoverarono in ospedale, per operarlo immediatamente. In quel periodo abitavo a Roma. Quando raggiunsi l’amico, lo trovai sorprendentemente felice. Percepiva l’amore di tante persone e questo lo curava più di tante medicine. Per un po’ la sua salute migliorò, ma non in modo definitivo. Si ripresentò il cancro: inutili e distruttive le ultime radioterapie. Per alcuni mesi feci la spola da Roma all’ospedale dove era ricoverato. Celebravamo la santa messa. Quando partivo da lui, mi salutava ripetutamente con la mano, dietro i vetri della finestra della stanza.

Ottenni il permesso di trascorrere con lui gli ultimi giorni della sua vita. La saggezza del dottore gli risparmiò gli accanimenti terapeutici. Morì a casa. Prezioso il testamento spirituale che mi suggerì una notte, poco prima di morire: «Valentino, confrontati sempre con l’Infinito: allora tutto si ridimensionerà e non ti preoccuperai del nascere e morire delle cose di questo mondo».

Un’altra esperienza. Un amico mi chiamò per confortare la mamma gravemente ammalata. Era una donna ancora giovane, un tempo piena di vita, ma un tumore molto aggressivo all’utero l’aveva abbattuta come un fulmine spezza una quercia. La chemio e la radioterapia l’avevano ulteriormente prostrata. L’operazione le aveva dato il colpo di grazia. Le dissi che avevo bisogno di lei: dovendo partire per un Paese africano con scottanti problemi da affrontare, stavo cercando persone che pregassero e offrissero il loro dolore, perché il Signore potesse avere misericordia di quella situazione. Mi sussurrò: «Ma sono troppo giovane ancora per morire!». Le assicurai che la Provvidenza non avrebbe abbandonato i suoi figli. Le citai un proverbio africano: «Quando una scimmia madre è ammazzata, Dio fa spuntare subito i denti ai suoi piccoli». Poi le dissi che avrei avuto piacere a pregare con lei e con i suoi familiari. Pianse quando ci vide accanto al suo capezzale recitando il Padre nostro, mano nella mano. Mi chiese di confessarla. Infine, dopo aver parlato a lungo di Dio, del suo amore… nonostante tutto, le diedi l’Unzione degli infermi. Le promisi – e mantenni la promessa – che l’avrei tenuta per mano, assieme ai suoi cari, quando sarebbe stato il momento d’incontrare il Signore. Dalla mia mano, alla Sua… Nel buio della tristezza si fece strada la fede, l’accettazione umile e coraggiosa del misterioso piano di Dio. Morì sussurrando: «Tutto è grazia».

Dal pulpito del dolore riceviamo lezioni straordinarie. Bambini, adulti, anziani salgono in cattedra e offrono in silenzio lezioni eccezionali: «Se il chicco di fumento…».

Perché la fede vinca ogni paura. La necessità di stare accanto agli ammalati nasce anche dal fatto che tutti noi abbiamo paura della malattia e della morte. Forse, più della sofferenza che della ineluttabilità della fine.

Anche per questo motivo ci viene richiesto di stare accanto a chi soffre: perché impariamo che il principale alunno della malattia è il malato stesso, soprattutto quando nella fede riesce a dare un senso alla sua sofferenza – a volte atroce – e si lascia illuminare dall’amore di Cristo, che ha affrontato la morte per tutti noi sulla croce.

Ecco la testimonianza di una donna, che accettando il disfacimento del suo corpo – un tempo meraviglioso – ha saputo prorompere in questa preghiera:

Signore, sei venuto chiedendomi tutto,
ed io ti ho dato tutto.
Mi piaceva la lettura ed eccomi cieca.
Amavo correre nei boschi
ed ora le mie gambe sono due tronchi immobili,
cogliere i fiori al sole di primavera
e non ho più mani.
Come ogni donna
mi compiacevo della bellezza dei miei capelli,
delle mie dita sottili, della grazia del mio corpo:
sono ormai pressoché calva
e al posto delle mie belle dita
non mi restano che pezzi di legno irrigiditi.
Guarda, Signore,
come il mio corpo grazioso è stato deturpato.
Tuttavia non mi ribello, ma ti rendo grazie.
Per tutta l’eternità ti dirò grazie
perché se muoio questa notte,
so che la mia vita è stata meravigliosamente piena.
Vivendo l’amore sono stata appagata
molto più in là di ogni desiderio del mio cuore.
O Padre mio, quanto sei stato buono
con la tua piccola Veronica.

E questa sera, mio amore,
ti prego per i lebbrosi del mondo intero.
Ti prego soprattutto
per quelli che la lebbra morale
ha prostrato, distrutto, mutilato.

Questi li amo più di tutti gli altri
e mi offro in silenzio per loro,
perché sono miei fratelli e sorelle.
O mio amore, io ti do la mia lebbra,
perché non conoscano più il disgusto,
l’amarezza e il gelo della loro lebbra morale.

Sono la tua piccola figliola, o Padre mio,
conducimi per mano
come una mamma conduce il suo bambino,
stringimi sul tuo cuore
come un padre stringe al cuore il suo piccolino.
Immergimi nell’abisso del tuo cuore,
perché io vi dimori con tutti quelli che amo,
per tutta l’eternità.

“Dalle Sue piaghe siamo stati guariti”. Oltre la malattia fisica – quella del corpo o della psiche – emerge dalle parole di Veronica l’amara realtà di un’altra malattia, ben più grave di quella del corpo: la malattia dell’anima, il peccato. Comune esperienza di tutti i mortali.
È su questa frontiera che mi trovo spesso a lottare, non solo in confessionale, ma in qualunque momento della vita. Non c’è luogo in cui non valga la pena e non sia possibile lasciar cadere una goccia di amore, di speranza, di fede: in definitiva annunciare con le labbra, ma soprattutto con la vita, che Dio c’è e ci ama e ci perdona sempre.

È Lui che ci spinge a passare dalle opere di misericordia corporale alle opere di misericordia spirituale, testimoniando con semplicità e fermezza che siamo tutti ammalati, in modi diversi. Tutti siamo peccatori, ma non siamo il nostro peccato. Tutti abbiamo bisogno della misericordia del Signore e di quella del nostro prossimo. Tutti siamo guaritori feriti, ad imitazione del Risorto che appare agli apostoli mostrando le piaghe del costato, delle mani e dei piedi. Piaghe che hanno il potere di guarire.

Valentino

Cosa ne pensi?

Comment form