Vestire gli ignudi

Non si accorgono più di essere nudi. Quando consideriamo l’opera di misericordia “Vestire gli ignudi”, ci torna difficile scavalcare nella memoria molte immagini che appaiono alla TV, anche durante i telegiornali che – pure nel tentativo di aggiornarci sulla moda – spesso esaltano più il nudo che il vestito.

Nulla da eccepire rispetto alla bellezza del corpo umano. Il Creatore indubbiamente ha superato se stesso quando ci ha fatti. Un capolavoro. Quello che non si capisce è come si possa chiamare vestito qualcosa che non veste affatto. Se ci proponessimo di vestire gli ignudi (specialmente le ignude), ci definirebbero retrogradi, ingenui, ignoranti specialmente nel campo della moda. Ma questa “ignoranza” non andrebbe esorcizzata…

C’è da sperare che la dabbenaggine umana, per quanto felicemente regnante nel pianeta, non arrivi al punto di farci denudare anche d’inverno, per aderire ai dogmi della moda. Ma tutto è possibile. A meno che si arrivi al “riciclaggio” dell’opera di misericordia in questione.

Una prima forma di “recupero” potrebbe essere il tentativo di rivestire gli esseri umani di ciò che hanno perduto: il senso del pudore. Questo è così definito dalle nostre enciclopedie: “sentimento di riserbo e vergogna nei confronti di quanto riguarda la sfera sessuale”. Io l’ho definito “l’arte di riservare il proprio corpo alla persona amata”. Non so quanti concordino con questa definizione. Di fatto trionfa la moda di spogliarci, senza pudore, specie nel mondo dello spettacolo.

Un giornalista commentava argutamente la frase di una prosperosa ragazza-squillo, che bazzicava negli ambienti della TV in odore di ricatti sessuali dichiarando: «Non ho nulla di cui vergognarmi». «È vero – diceva il giornalista – che non hai nulla di cui vergognarti. Ma il motivo è che non sai più vergognarti, in quanto hai perso il senso del pudore, il rispetto di te stessa, quindi non hai vergogna». “Vergogna” viene da “vereor-gognam”, cioè temo, ho paura della “gogna”: il luogo, il legno su cui venivano esposti al pubblico ludibrio gli indegni, i malviventi… gli spudorati.

Riservare il corpo alla persona amata. Il primo vestito che dobbiamo offrire all’umanità ignuda consiste nell’invito a riconquistare il senso del pudore. Vestire gli ignudi significa innanzitutto restituire ad ogni persona il rispetto di sé, l’amore verso se stessa, l’adorazione del mistero della vita che ha ricevuto e di cui è responsabile. Rispetto, quindi, di quelle parti del corpo depositarie del mistero della vita, sia come espressione d’amore, sia come privilegio di procreazione. Questo riserbo, proprio della nostra civiltà, sia pure nelle forme più diverse esiste in qualunque cultura, anche primitiva.

Non credo che questo “riserbo” ora possa essere allegramente squalificato in nome della libertà, o inalberando il vessillo della lotta contro “moralismi stantii”, difesi da “religioni arcaiche”, come da molti viene considerato il Cristianesimo.

Contro il trionfo della mediocrità. È in atto, nel nostro tempo, un processo di banalizzazione universale, che pretende di appiattire tutti i valori, svuotandoli del mistero. Assistiamo inermi al trionfo della mediocrità. Le persone geniali non servono. I santi è meglio guardarli da lontano, per evitare il contagio… Anche nello sport – mi si dice – succede lo stesso. Avevo letto, alcuni anni fa, articoli sulla polemica legata alla svendita dei fuoriclasse del calcio. Non sapevano dove metterli. Non c’era più posto nelle squadre per i veri campioni, sostituiti da robot calcistici, atleti che corrono instancabilmente per 90 minuti – come formiche umane – in perfetta obbedienza agli schemi previsti.

A questo punto, rivestire gli ignudi diventa un’opera titanica. Non si tratta più di fornire vestiti a chi non ne ha, o coperte a chi ha freddo. Si tratta di rivestirci dei valori dei quali soprattutto i mass media ci hanno privato, in nome del progresso o della libertà. Ma la libertà di essere se stessi, dove la mettiamo? Esiste ancora la libertà di poter pensare con la propria testa e non secondo le “mode” di chi manovra la cosiddetta cultura? Come è garantita la libertà di accedere alla verità e non a informazioni truccate? Esiste la libertà di affacciarsi all’orizzonte delle cose belle e buone? Fino a che punto siamo liberi di non assistere sistematicamente, in TV, a una valanga di proposte che ci offrono – in varie salse – l’unica minestra che a troppe persone piace e che economicamente rende? Minestra fatta sempre con gli stessi ingredienti: banalità, violenza e sesso. «Fermate il mondo… – qualcuno ha detto – voglio scendere!».

Vestire gli ignudi, allora, è rivestire i nostri fratelli e noi stessi di quei valori che fanno grande l’uomo, o – più semplicemente – gli permettono di dirsi uomo veramente. Circondare del rispetto che meritano i valori più grandi, quelli che disegnano la nostra autentica dignità. E non dimenticare ciò che diceva Pascal: «Uno solo dei tuoi pensieri vale più di tutto l’universo fisico».

Bella e utile è quindi l’esortazione di San Paolo a rivestirci ogni giorno dei veri valori: «Fratelli, rivestitevi, come eletti di Dio, santi e amati, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza… Non conformatevi alla mentalità di questo mondo» (Col 3,12 e Rom 12,2).

Vestire gli ignudi: la prima opera di misericordia corporale e spirituale praticata dal Creatore. Quando Adamo ed Eva s’accorsero delle conseguenze del loro peccato, Dio, con inaudita tenerezza, procurò un vestito per coprire la loro nudità e il loro peccato.

Valentino

Commenti

  1. adalberto bertelli
    feb 11, 18:38 #

    Inquadratura molto attuale dei problemi che affliggono la nostra società contemporanea in cui l’apparire è molto più importante dell’essere,la scorza è più importante della polpa !

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