Dar da bere agli assetati

«Avevo sete e mi avete dato da bere» (Mt 25,35). Ogni minuto nel mondo muoiono quattro bambini per mancanza d’acqua. Più di un miliardo di persone non ha accesso all’acqua potabile e più del doppio – intorno ai due miliardi e mezzo – non ha acqua corrente. Sto scrivendo queste riflessioni nel Seminario Maggiore di Kananga (in Congo, al confine con l’Angola), dove tengo un corso sulle virtù teologali e cardinali. Ebbene, tutte le discussioni vanno sempre a urtare contro il tema scottante della povertà. Una povertà che non è frutto di una scelta, ma della mancanza di elementi necessari, a cominciare dall’acqua. Quante acrobazie per lavarsi con tre o quattro litri di acqua piovana o attinta al lontano pozzo, da donne che percorrono chilometri e chilometri portando sulla testa secchi contenenti venti litri d’acqua! E per lavare i denti io, occidentale, sono stato consigliato di adoperare l’acqua comperata al costo di due euro (per un litro e mezzo) in un paese dove la paga di un insegnante è di due o tre dollari al giorno: con quale coraggio consumare più di mezza bottiglia al dì?…

Parliamo dell’acqua come bene concreto: un bene indispensabile, primordiale. Nessuno può farne a meno. Possiamo resistere anche a lungo senza mangiare. Ma se non beviamo, il tempo di sopravvivenza è breve.
Nel nostro emisfero, non abbiamo idea di cosa voglia dire non avere acqua. Non apprezziamo il fatto che ogni volta che apriamo il rubinetto… esce acqua. In tanti posti ciò non è scontato, anzi si lotta per avere questo bene prezioso. Nei lunghi, interminabili viaggi negli oltre trenta paesi africani dove sto esercitando il mio ministero, sono sempre sorpreso nel vedere “carovane” di persone il cui lavoro consiste nell’andare a prendere secchi d’acqua – il più delle volte sporca – al fiume, al rigagnolo o alle pozze che conservano un po’ di acqua piovana. Mentre io sto male per loro, esse vanno cantando lungo la via e mi salutano, gioiose, finché scompaio dal loro orizzonte.

Mi ricordo che una volta, nella Repubblica Centrafricana, pensavo di consolare una ragazza dicendole che stavo andando da un missionario, frate cappuccino, che aveva in programma di far arrivare nei villaggi l’acqua corrente, cominciando da una fontana centrale. Interessante la reazione: «E io che cosa farò, allora?»…

Manca acqua. A volte le tubature sono insufficienti oppure deteriorate. Altre volte è colpa della siccità. E non mancano mai i furbi che si appropriano tranquillamente della poca acqua disponibile – costruendo anche grandi piscine – quando la gente non ne ha neppure per bere e cucinare.

Dare un po’ d’acqua è un gesto di carità che vale molto e costa poco. Tanto che Gesù cita proprio l’acqua per indicare l’importanza di gesti anche piccoli di carità. «Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli (…) in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».

La nostra terra è la casa di tutti. Balza evidente la necessità di garantire a tutti un bene tanto necessario. Dar da bere agli assetati vuol dire quindi impegno sociale e politico, lotta perché nessuno resti escluso dalle risorse naturali della terra, che per principio sono di tutti. Aprendo queste prospettive ci troviamo coinvolti nel vastissimo campo dell’ecologia, nel rispetto della terra, di quegli equilibri naturali messi a repentaglio in nome di un progresso spesso irrazionale e distruttivo. Anche la terra fa impressione quando soffre la mancanza di acqua. Fa male vedere una terra secca, arida, stopposa, screpolata, spaccata dalla siccità. Questa nostra terra… casa comune!

«Ho sete». Questo grido di Cristo dalla croce ci presenta un’immagine che ci rimanda a un’altra sete. Quel Gesù che aveva proclamato: «Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia», ha gridato questa sconvolgente frase: «Ho sete». Di che cosa? Sete di verità, non del fumo delle parole; sete di una vita piena; sete di gioia autentica, non di soddisfazioni o piaceri o successi rubacchiati qua e là; sete di una vita che valga la pena di essere vissuta; sete di affetto, di stima, di appoggio, di compagnia, di pace, di serenità, di conoscenza, di cultura, di verità, di amore. In fondo… sete di Dio.

L’angoscia del Salmista gli fa confessare: «Giorno e notte pesava su di me la tua mano, come per arsura d’estate inaridiva il mio vigore» (Salmo 31).

Un’angoscia che solo in Dio troverà ristoro: «Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio». Anelito di Dio cercato nella preghiera e trovato quando c’è una risposta al nostro bisogno di compagnia, di amicizia, di contatto, di comunione, di un punto di riferimento, di una comunità accogliente che ci permetta di vivere relazioni autentiche, positive. Quando è appagata la “sete” di dare un senso, un significato alla nostra vita, e abbiamo una ragione per vivere. Quando qualcuno ci dà una mano nei momenti di tristezza, di buio, di disperazione. Quando un raggio di luce attraversa il non-senso che tante volte, col passare degli anni, cala su di noi come una cappa plumbea. Quando qualcuno ci apre gli occhi, ci incoraggia ad accettare anche la sofferenza e le sconfitte e – a poco a poco – a comprendere il loro significato.

Saper rispondere a questa sete profonda è l’arte di amare. Vera carità è quella di chi ci apre i sentieri della speranza, ci conforta nella fede, ci aiuta a comprendere il valore della nostra vita, la grandezza delle piccole cose, la fecondità dei semi di bontà che tutti possiamo lasciar cadere lungo il cammino.

Benedetto colui che si siede accanto a me, sa ascoltarmi e mi permette di prendere coscienza della mia realtà, in tutti i suoi aspetti, positivi e negativi.

Benedetto chi mi aiuta a ricucire i frammenti della mia vita e a tessere una storia ricca di significato: una storia in cui Dio, dietro le quinte, ha continuato a lavorare incessantemente.

Benedetto chi mi fa comprendere che anche la mia è una storia di salvezza.

Benedetto colui che mi spalanca gli orizzonti della verità, di cui tutti abbiamo una sete inestinguibile.

Valentino

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