Dar da mangiare agli affamati

«Dacci da mangiare». Luiza, grosso villaggio del Congo, ai confini con l’Angola. Sede del giovane vescovo Félicien, che – dopo aver studiato in Italia ed essere stato Segretario della Conferenza Episcopale del suo Paese – è pastore di una grande diocesi, sperduta nel mezzo del nulla. Ma dire nulla è poco: le strade sono greti di fiumi, manca l’elettricità, è un privilegio avere l’acqua piovana. Per arrivare a Kananga – centro amministrativo – bisogna percorrere duecento chilometri che, se va bene, si fanno in otto ore. Non continuo la descrizione, perché è impossibile rendere una pur vaga idea della realtà.

Alcuni ragazzi che avevano assistito alla messa domenicale, mi riconoscono e mi corrono incontro, chiamandomi «papà». Mi chiedono soldi e io mostro le tasche completamente vuote. Mi chiedono pane e io ribadisco di non avere nulla. Ma qualcuno insiste: «Dacci da mangiare!».

Il pensiero va subito al Vangelo: «Voi stessi date loro da mangiare». Divento triste, mentre una dodicenne mette il dito nella piaga: «Ma non sei un figlio di Dio?».

Quante volte ho ripetuto la frase di Cristo: «In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi…»! Ed eccomi a guardare lontano, pensando ai miei primi anni in Nigeria, quarant’anni fa. In questa zona del Congo la situazione è ancora peggiore: nulla è cambiato, anzi, tutto è peggiorato perché la nostra televisione mostra il tipo di vita che conducono gli occidentali. Peggiorato, perché comune aspirazione è di recarsi in Europa, là dove si vive “da nababbi”. Espatriare: ideale comune non infranto, nonostante in questi giorni (primavera 2015) televisione e radio continuino a ripetere il numero dei morti africani che giacciono in fondo al mare, a ridosso delle nostre coste.

Mi diventano lucidi gli occhi. L’imbarazzo è lenito dalla richiesta di quella ragazza che pensava avessi il potere di operare miracoli, magari cambiando le pietre in pane: «Ma almeno ci dai la benedizione?».
Eccoli tutti inginocchiati mentre fanno il segno della croce. Poi mi accompagnano in seminario, là dove una suora viene in mio soccorso dandomi un po’ di arachidi, che i ragazzi si dividono tra di loro, cominciando dai più piccoli.

I poveri dei Paesi ricchi. Quando, in Occidente, i poveri mi chiedono soldi, preferisco dare qualcosa da mangiare, ospitarli, dare l’appartamento in affitto facendo pagare una cifra simbolica, quasi irrisoria.
Alla fine, noi Europei diamo sempre dei soldi. È il metodo più sbrigativo, più rapido e più comodo. Anche se ci sentiamo a disagio. In ogni caso sono sempre briciole, che non risolvono granché. Siamo assediati dai poveri che chiedono aiuto agli angoli di molte strade. E a volte dubitiamo: sarà vero che hanno bisogno? Cosa ne faranno di questi soldi?

Un giorno passeggiavo con il cardinale Pavan lungo il Tevere. Un mendicante ci tese la mano e il porporato, vestito in borghese, gli diede diecimila lire. Essendo Pavan un amico, non esitai a dirgli: «Pietro, questa volta l’hai fatta grossa! Non hai sentito che puzzava di vino?». E lui: «Da mia mamma ho imparato che a fare del bene non si sbaglia mai. In più, se quel poveraccio avesse avuto davvero bisogno?».

Ai poveri noi diamo solitamente qualcosa, senza troppa convinzione o con la sensazione di essere stati ingannati. Storie pietose… Sarà vero? Non abbiamo la possibilità di conoscere meglio questi fratelli in difficoltà. Non abbiamo tempo di seguirli a casa loro – se ce l’hanno – per poter offrire un aiuto valido e duraturo. Cerchiamo di orientarli verso la loro parrocchia. Ma non abbiamo mai tempo. Siamo sempre occupati.

Così facciamo con i poveri che si presentano alla porta di casa o del convento. C’è sempre qualcuno che apre. Ci sentiamo mortificati del poco che diamo, e ancor più mortificati quando apriamo la porta a fratelli in miseria, in genere allegri, gentili, grati per quel poco che possiamo dare. A volte, invece, sono aggressivi: tanta rabbia alberga nel loro animo, perché si sentono defraudati dei beni essenziali.

Una volta, un giovane rifiutò seccamente i cinque euro che gli offrivo. Non potevo dargli torto! Ma mi fece male sentirmi dire che da un prete si sarebbe aspettato almeno dieci volte tanto.

Non posso dimenticare ciò che raccomandò San Vincenzo de’ Paoli quando, sul letto di morte, gli presentarono una novizia perché la benedicesse: «Fa’ in modo che per i poveri non sia troppo difficile perdonarti per ciò che a loro dai!»…

Ad un parroco, per rispetto alle persone che chiedevano un aiuto, ho suggerito di dar loro la possibilità di guadagnarsi i soldi dati in elemosina. Inventare qualche lavoro non sarebbe stato difficile. I risultati sono stati deludenti: si stancavano subito. C’è chi vive di espedienti, campando alle spalle degli altri. Anche in questi casi, nessuno può essere giudicato perché non conosciamo le situazioni particolari. Però torna alla mente l’amara constatazione di Qoèlet: «Con il crescere dei beni, i parassiti aumentano».

Dalla mensa comune alla mensa eucaristica. Se mai fossi stato parroco, mi sarebbe piaciuto aprire una mensa comune per i poveri e avrei ogni tanto mangiato anch’io con loro. Mi è sempre piaciuto condividere quello che ho. Dove mangiano in tre, mangiano anche in quattro o cinque. Quando si condivide qualcosa ce n’è per tutti, anzi si moltiplica, senza arrivare necessariamente a miracoli come quelli che operava, per esempio, Don Bosco. C’era minestra per dieci e i ragazzi erano 200. Niente paura. «Servo io», diceva e afferrava il mestolo. «Sotto un altro», invitava. E il cibo bastava per tutti.

Questa fede che muove le montagne ci invita a spezzare un altro pane, quello ben più necessario, di cui Gesù disse: «Se non mangerete la mia carne e non berrete il mio sangue, non avrete in voi la vita».

È Gesù che ci ricorda: «Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio». Questo “pane che esce dalla bocca di Dio” – di cui parla stupendamente San Giovanni –, questo “pane di vita eterna” è l’alimento che non perisce. Questo Pane è la Sua parola, la Parola che si ascolta e quella che si fa cibo, cioè l’Eucarestia.

Ringrazio il Signore di non avermi mai fatto mancare il pane quotidiano, anche negli anni più bui in Africa. Lo ringrazio per avermi permesso di condividere, con tanti fratelli e sorelle, la gioia e la pace del pane eucaristico. Lo ringrazio anche per l’esperienza di aver patito la fame, soprattutto i primi cinque anni del mio ministero sacerdotale in Nigeria, quando condividevo in tutto la vita dei miei studenti: dalla fame materiale sono passato a quella spirituale. Tutto a mio vantaggio!

Commenti

  1. Maria
    mag 3, 23:32 #

    Molto intenso come è stata questa esperienza

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