I nuovi volti della misericordia

Sferzate di nostalgia. «Lo scenario del mondo sta cambiando e ci troviamo tra il diluvio e l’arcobaleno. Quanti guasti, quante miserie, quanta sofferenza, quante ingiustizie, quante torture affliggono l’umanità! Non è difficile prevedere che masse di disperati tenteranno nell’immediato futuro di spingersi verso l’Europa industrializzata.

Tuttavia ci sono i segni premonitori del tempo che verrà. L’anelito di giustizia, di pace, il volontariato, il bisogno di essenzialità: sono questi i segni dell’arcobaleno. Ai giovani dobbiamo dire che bisogna moltiplicare gli sforzi di progettualità e di elaborazione, per disegnare gli scenari di un mondo nuovo; devono sapere che è prioritario combattere l’egoismo e il particolarismo».

Le parole del vescovo Tonino Bello sono sferzate di nostalgia. Mi riportano a quell’orizzonte di carità immenso, in cui è nata la mia vocazione: il sogno di un amore senza limiti. L’aspirazione di voler bene a tutti, sempre e senza mezze misure. La determinazione di essere per tutti un dono.

Vocazione e aspirazione che non sono l’esclusiva di una persona chiamata a consacrare tutta la vita nel ministero sacerdotale, ma sono un imperativo categorico per tutti i battezzati. Dio ci indica cosa fare di bene, dove, come e quando. La nostra sapienza consiste nell’interpretare ciò che Egli vuole. È un impegno personale, in obbedienza a quanti il Signore mette sul nostro cammino: dai genitori ai maestri dello spirito. Dal magistero ecclesiastico, al “magistero” dei poveri. Sono loro i nostri signori, i nostri maestri, i nostri superiori. Sono loro il filtro privilegiato che ci fa conoscere la volontà del Padre.

Di ciò, ogni credente che non bari con la sua coscienza, è pienamente convinto e da qui sgorga l’obbedienza al Signore, alla Chiesa e a quanti la Provvidenza ci fa incontrare ogni giorno. Obbedienza che non è schiavitù: l’uomo sapiente, prudente e saggio fa sempre ciò che vuole, perché vuole ciò che fa con passione, come se tutto fosse un gioco, anche le cose più difficili e, spesso, dolorose. Anche queste ultime, per chi crede e conta sui tempi lunghi, si trasformano in grazia.

«Mi amavi di più quand’eri giovane». Personalmente ho vissuto questi ideali fin dalla giovinezza. Ho pagato, e spesso molto, per le mie convinzioni. Ho sempre alimentato il sogno di lavorare con i più poveri della terra. Però, invecchiando, mi chiedo: ho veramente realizzato quel sogno? Si applica anche a me il rimprovero che il Signore fa al vescovo di Efeso: «Mi amavi di più quand’eri giovane» (Apocalisse 2,4) ?
Non so. Temo che i confini del mio amore siano risultati, sovente, più ristretti di quanto pensavo. Non credo di aver realizzato quei gesti di ordinaria pazzia che fanno i santi. E le opere di misericordia corporale avrebbero dovuto occupare un posto più rilevante nella mia vita.

Praticamente, mi sono trovato dovunque alle prese con una girandola di impegni. Il tempo è stato sempre troppo poco. Pur parlando sempre d’amore, non è stato facile dedicarmi pienamente alla carità “corporale”. Gli studi, le opere da realizzare, i limiti connessi alla vita comunitaria nei seminari – sedici anni come studente e oltre quaranta come docente –, le mille cose che ci sono sempre da fare… tutto ha finito per appesantire le ali della carità spicciola, concreta, corporale.

Ed ora che mi confronto con chi ha praticato in pieno le opere di misericordia e mi accingo a vederne la concretizzazione ai nostri giorni, non potrò evitare qualche imbarazzo, nei confronti di quella “porta stretta” per cui devo passare.

Prima di tutto perché non potrei eludere l’incontro con Gesù, il quale mi presenterà la ben nota lista del rendiconto finale: «Avevo fame: e tu…? Hai saziato la mia fame, o ti sei voltato dall’altra parte? Avevo sete: e tu…? Ero nudo: e tu…? Ero in carcere e ammalato: e tu…? Non avevo un tetto: e tu…?».
Quell’«e tu…?» spesso ritarda il mio sonno, nei notturni esami di coscienza. Mi piacerebbe accorgermi quel giorno di aver donato la vita come tanti santi, come don Tonino, come Madre Teresa, come Madre Speranza, come Madre Agostina, fondatrice delle Suore del Buono e Perpetuo Soccorso … Ma temo che mi toccherà arrossire di vergogna.

«Se questi e quelli, perché non io?»*. Quando lavoro tanto, soprattutto per preparare testi da dare agli studenti africani e asiatici, tento di autogiustificarmi dicendo al Signore che sto perdendo anche le mie notti per l’avvento del suo regno sulla terra. Mi chiedo: non sto già lavorando troppo per le opere di misericordia spirituale? Come, inoltre, non sentirmi impotente di fronte alla marea di sofferenze fisiche e morali che mi assediano, anche quando sono in Europa, in questa zona “ricca e opulenta” del pianeta in cui ho la “fortuna” di essere nato?

Onestamente, se avessi saputo organizzare meglio il mio tempo e mi fossi impegnato seriamente, avrei trovato anche lo spazio per la carità “corporale”.

Peraltro, pur senza programmi, in genere rispondo alle occasioni che la Provvidenza mi offre. Quando mi avvisano, visito i malati gravi. Quando posso, rispondo agli inviti per conferenze o incontri con i giovani nelle scuole, anche se mi costa essere perpetuamente in viaggio. Non mi tiro mai indietro quando mi chiamano nei seminari dell’Africa e dell’Asia. Perché lo faccio? Non certo per il cosiddetto “mal d’Africa”, ma perché lo ritengo utile e … perché non voglio che la coscienza mi rimproveri!

Nella mia situazione si trova tanta gente buona che potrebbe e vorrebbe esercitare la “carità corporale”, ma non ci riesce. Farebbe un gran bene! Basterebbe fare il salto iniziale e si troverebbe nel mondo del volontariato, ricco di persone chiamate dal Signore a trovare gioia nel lavorare nella sua vigna.

Con le riflessioni che farò nei seguenti articoli – stimolato dall’indizione fatta da papa Francesco dell’Anno Santo della Misericordia – vorrei collocarmi accanto a quanti si sforzano di aiutare il prossimo, per scoprire quanti semi di bontà concreta già offrono, senza farci caso, senza piani, né organizzazione. Nella famosa parabola del giudizio universale, sia i bocciati che i promossi formulano la stessa domanda, con la medesima sorpresa: «Quando ti abbiamo incontrato, Signore?». E la sorpresa è legata anche al fatto che le opere di misericordia corporale spaziano su un orizzonte più ampio e più profondo di quel che risulti a prima vista. Non c’è un solo tipo di povertà. La fame non è solo di pane, né la sete è solo di acqua. La malattia, la mancanza di lavoro, di un tetto, ogni situazione di sofferenza, indigenza, dolore… la morte stessa meritano una lettura più profonda. Questa, forse, ci permetterà di scoprire di aver già operato un bene più abbondante di quanto credevamo e di poterci ulteriormente impegnare a cercare il volto di Dio e a trovarlo nei poveri, negli ultimi, negli affamati: «la carne di Cristo».

Valentino

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