Gioia e bellezza: nuova morale di papa Francesco

«Percorri l’uomo e troverai Dio». Questa intuizione di Sant’Agostino può far da base a una teologia morale che sia una ventata d’aria fresca per tanti cattolici, così come lo è stata per la Chiesa l’elezione di papa Francesco: la teologia narrativa.

Postmodernità, ultra modernità, liquidità postmoderna… e tante altre definizioni caratterizzano con tinte forti e preoccupanti l’oggi umano nel quale siamo immersi. Ma questo fragile oggi umano, dall’oggi divino – l’oggi della Chiesa – può essere rafforzato da un afflato di speranza, un sogno, una carezza. La carezza stessa del Vangelo che, nella logica di tutta la Bibbia, offre verità eterne attraverso racconti sconvolgentemente semplici: un gruppo di beduini che si struttura attorno alla fede di Abramo; un popolo perseguitato in Egitto; una comunità che Dio purifica nel deserto… E poi racconti di fulgide figure profetiche, di tradimenti, di assurde guerre, di esilio e ritorno in patria, per ricostruire il tempio. Finché Dio stesso viene a porre la sua dimora nel tempio del corpo umano e a portare una salvezza raccontata in modo scarno da quattro Evangelisti, affascinati dalla sorpresa di essere stati chiamati ad evangelizzare il mondo con mezzi poveri, arricchiti solo dalla forza dello Spirito d’Amore.

L’incontro con il Gesù di Nazareth ribalta l’esistenza umana, per il fatto che Egli proclama un messaggio liberatorio: l’essere umano è chiamato a scoprire la propria divinizzazione, dal momento che Dio si è fatto come noi, per farci come Lui. Vocazione del cristiano: scoprire la bellezza di essere salvato, grazie all’Incarnazione. Non ripiegarsi sul proprio peccato cercando una perfezione legata allo sforzo umano, ma lasciarsi invadere dallo Spirito Santo che pone armoniosamente in relazione la persona con se stessa, con gli altri e con il Creatore. Come il Dio Trinità vive di relazione, così l’uomo non può fare a meno di costruire la sua esistenza sulla comunione come dono di sé, privilegio di comunicare con tutti e con tutto, gioia di sentirsi immagine e somiglianza di Dio. Di sentirsi Dio.

Per troppi secoli la teologia morale è stata centrata sul peccato. Certamente, questo esiste. Nessuno ha bisogno di spiegare il dogma del peccato originale: lo sperimentiamo ogni giorno. Noi pecchiamo, ma non siamo il nostro peccato.

Se abbiamo a cuore la crescita nella grazia, nell’amicizia con Dio e con tutto il creato, dobbiamo andare oltre l’analisi delle nostre colpe. Dobbiamo prendere coscienza che il più grave peccato consiste nel non essere in gioiosa relazione con Dio e con i fratelli, nell’avere spezzato l’armonia tra Creatore e creatura, nell’aver cercato una redenzione basata sulle nostre forze miranti ad adeguarci alla legge, ai comandamenti e ai precetti, anziché entrare nella logica della bellezza di essere un dono e dunque vivere di accoglienza, di apertura, di amore.

Abbiamo coltivato una teologia morale che ci ha resi “autoreferenziali”, cioè – secondo papa Francesco – ripiegati sul nostro ombelico, illudendoci di essere noi gli artefici della nostra conversione, vissuta alla luce di un “cambio” morale della nostra vita.

La vera conversione dell’uomo di fede, invece, consiste nel lasciarci “inabitare” dallo Spirito Santo che trasforma l’umano nel divino, grazie all’incontro con Cristo, all’accettazione del suo messaggio, alla decisione di vivere nella Chiesa. Questa è stata fondata non per essere nuova sinagoga, con nuove leggi, ma come grembo fecondo che trasforma in Cristo chi già in virtù della nascita è figlio di Dio. Non “cristiano” quindi mi rende il battesimo, ma Cristo. Sono io il Risorto del Terzo Millennio.

Cosciente di questa vocazione di aiutare i fratelli a tornare al Padre, grazie all’incontro con Cristo, il cristiano deve “rifarsi il sangue”, rinnovando le idee basi della sua teologia morale alla luce della bontà, della bellezza, del fascino di vivere la propria fede. E ciò deve essere fatto testimoniando con la propria gioia il privilegio d’essere cristiano, di essere Cristo. Con la gioia, va ripetendo papa Francesco, che sfida la Chiesa-gerarchia, i teologi e tutti i fedeli ad essere coerenti testimoni della propria esperienza di fede, mentre ribadisce che «l’assuefazione a comportamenti non cristiani e di comodo ci narcotizza il cuore!». Comportamenti privi di gioia, di entusiasmo, di quell’attrattiva che è propria della “bellezza, splendore di verità”.

«La bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo morto e risorto»_ è il cuore del Vangelo, scrive papa Francesco nell’Evangelii gaudium, (n. _36). Bellezza che affascina i cristiani convertiti, vale a dire, quanti hanno fatto l’esperienza dell’amore del Signore, «effuso nei nostri cuori mediante lo Spirito che ci è stato dato» (Rm 5,5). Esperienza del divino che passa in quel nuovo luogo sacro che è l’amore di Dio verso il prossimo.

Narrare il bello, il vero e il buono. La vita morale in Cristo è possibile, secondo papa Francesco, per chi sente la necessità di liberarsi dalla logica mondana, e aggrapparsi alla famosa triade sulla quale la tradizione cattolica si è sempre fondata: il “bello, vero e buono”. Bello in primo luogo: «senza la bellezza non è possibile parlare in maniera credibile della verità e del bene. Quindi riprendere a guardare alla bellezza, in tutte le sue forme e declinazioni, è la strada per uscire dallo scacco della modernità e della post-modernità, dal suo relativismo imperante che impedisce di dire la verità o di affermarla, di parlare di principi etici e/o morali validi e comuni a tutti gli uomini, di affermare diritti umani veri e fondati su di una corretta antropologia, di ribadire che la verità fa liberi gli uomini e che la schiavitù risiede nel non comprenderla e non ricercarla tra le vie del mondo.

Papa Francesco sta muovendo una immensa riflessione sui veri principi che ordinano il mondo, sulle priorità per aiutare i deboli, gli ultimi, nelle periferie esistenziali, ma senza dimenticare che è Cristo stesso che salva e che non dobbiamo portare solo pane, che non dobbiamo portare solo vestiti, che non dobbiamo portare solo amicizia, che non dobbiamo portare solo misericordia, ma tutte queste cose insieme, appunto Cristo tutto intero, portando la bellezza di Cristo: quella che permette agli uomini e alle donne del nostro mondo di vedere una luce di speranza» (Rodolfo Papa).

“La bellezza educherà il mondo”: è il titolo di un libro scritto dal cardinale Bergoglio. Consiste in una raccolta di testi – pubblicati tra il 2008 e il 2011 per la diocesi di Buenos Aires – con lo scopo di dimostrare che la bellezza è il principio identificativo della verità e del bene.

«La bellezza salverà il mondo»: questa intuizione di Dostoevskij può far da cardine al rinnovamento della teologia morale, il cui fondamento va cercato non tanto in una sistematizzazione di principi razionali, quanto nella descrizione di quel vissuto attraverso il quale lo Spirito Santo vuole ora ammaestrare il popolo di Dio. La bellezza si gusta, non si analizza. Si vive, non si teorizza. Si testimonia, non si dimostra.

Il teologo morale – e ogni cristiano cui stia a cuore una formazione permanente ai valori umani e divini – deve essere una persona dotata di una speciale sensibilità nei confronti della bellezza: di quella bellezza che ha il potere di farci passare dal fascino delle realtà terrestri, dall’originale bontà dell’essere umano, dalla sete di verità a Colui che è la Verità fatta persona, all’Amore elargito ai credenti, al Bellissimo che ci ha creati a sua immagine e somiglianza.

Valentino

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