Una coscienza sempre in discussione

«Non prendere mai nulla per scontato». Avevo ventisette anni quando sbarcai all’aeroporto di Lagos con l’incarico d’insegnare nel seminario teologico di Ibadan, ad oltre cinquecento studenti. I docenti residenti, oltre al rettore, erano tre e io sarei stato il quarto. Inoltre, io avevo la faccia da bambino: appena mi vide, il rettore non voleva credere che io fossi l’inviato da Roma per insegnare a studenti più vecchi di me.

La mia scelta di vivere con i diaconi anziché con i docenti, di mangiare con gli studenti (mangiare… si fa per dire!) e di condividere in tutto la loro vita di formazione e di preghiera – mi chiamavano “il seminarista bianco” – fece presto cambiare opinione al rettore sulla mia giovane età. Egli un giorno mi disse: «Hai la faccia e il cuore da bambino. Sono molto contento di te. Roma non si è sbagliata. Non ho nulla da rimproverarti, se non che ogni tanto sarebbe opportuno che tu mangiassi con i professori. Puoi sentirti libero d’insegnare come vuoi: vedo che gli studenti sono contenti di te. Solo una cosa ti raccomando: non prendere mai nulla per scontato. Non pensare che quando tu parli della “grazia” gli studenti sappiano quello che tu intendi dire loro. Fa’ luce sulle parole che adoperi. Già questo è fare teologia».

Il messaggio era chiaro: non dovevo presumere di essere subito compreso, né pensare che una parola da me usata fosse capita nel suo senso giusto. Dovevo rendermi conto che mi trovavo tra persone con una cultura diversa dalla mia, con valori diversi, con diversi interessi e motivazioni. Dovevo cercare di essere estremamente chiaro, non tergiversare, non mandare messaggi ambigui, non fare domande odiose, non pescare nel vago. Stare attento alle battute. Andare all’origine dei fatti. Fare proposte concrete.

Queste semplici norme di buon senso stanno alla base dell’arte del comunicare, del rispetto dovuto ad ogni persona, dell’obbligo di cercare la verità, con un coscienza sempre messa in discussione. Senza queste norme, si cade in una serie di fraintendimenti che portano a tanti litigi nel rapporto di coppia e a tante guerre nel rapporto tra i popoli.

Il prendere tutto per scontato porta le persone a credere che le parole abbiano un significato univoco, che la verità sia una realtà “assoluta” nel senso etimologico di “slegata”, cioè priva di ogni relazione.

La reciprocità delle coscienze. La coscienza si forma nell’ascolto degli altri. Primo tra questi “altri” è Dio. Ce lo insegna la religione ebraica che obbliga il fedele a recitare ogni mattina, al risveglio, lo «Shemà Israel»: l’invito a mettere il Signore al primo posto nella sua vita e ad ascoltare con il cuore, pronto all’obbedienza, al cambiamento, alla conversione.

Lo stesso messaggio ci viene dalla cultura orientale, che presenta l’ideale umano e religioso nella scelta di fare silenzio per ascoltare se stessi, per dare un valore alle parole, per essere aperti a percepire i valori umani e divini. E ciò è ben espresso nelle regole del dialogo: nei dibattiti, chi vuole intervenire a esporre il proprio pensiero deve prima congiungere le mani, fare un inchino e attendere che l’inchino dell’interlocutore dia il permesso di iniziare la replica. Non è diverso l’atteggiamento che si riscontra nell’America Latina, dove chi prende la parola deve prima salutare almeno con un rispettoso: «Buon giorno!», arte bene appresa da papa Francesco. E, infine, dal mondo anglofono ci è trasmessa la regola del ringraziare chi dà la parola o accetta di continuare il dialogo.

In Francia, Italia e Spagna questo non avviene: tanti dialoghi televisivi sono una chiara dimostrazione dell’incapacità assoluta di comunicare. Tutti parlano in contemporanea, adoperando parole che non hanno lo stesso significato per i diversi interlocutori e palesemente si nota che molti parlano non per cercare la verità – e illuminare la propria e l’altrui coscienza – ma per sopraffare l’altro.
Chi non ascolta – chi non confronta la propria coscienza con quella degli altri – si condanna a diventare muto. Ma non muto perché impara a tacere, bensì perché non ha più nulla da dire che sia significativo per sé e per gli altri.

Quanto una coscienza sia formata e quanto sia in ascolto è facilmente sperimentato dai confessori: chi non conosce l’arte di ascoltare e di confrontarsi, trascorre anni e anni senza accostarsi al sacramento della riconciliazione e, quando accosta un prete, afferma di non avere nulla da confessare, dichiara di non aver rubato né ammazzato – non sapendo che si è omicidi in molti modi … – e addirittura dice al sacerdote: «Non so che dire. Veda lei… Dica lei. Faccia lei!». Capita d’incontrare penitenti che affermano: «A sentire certi predicatori, sono in peccato come trasgressore di tutti i comandamenti e precetti. Ma, in pratica, io mi sento a posto con la mia coscienza. Mi rasserena il fatto che cerco sempre di amare e di non fare violenza agli altri. Se mi metto d’accordo con una persona nel non farci del male, che cosa rubo agli altri anche se trasgredisco certi comandamenti? E il Papa non ha detto forse: “Chi sono io per giudicare?”».

«Chi sono io per giudicare?». Nel mio ministero, sono quasi sempre chiamato a esprimere giudizi non solo riguardanti il bene e il male, ma anche rispetto alle presone. Vivo con sofferenza i momenti in cui devo ammettere o no al sacerdozio i miei studenti, o quando sono richiesto di dare una valutazione sui formatori del clero dei Paesi africani o asiatici.

Io devo giudicare gli atti. Continuamente devo prendere una decisione, scegliendo spesso il minor male di una determinata situazione. Non giudico la colpevolezza di una persona, ma le sue qualità in vista del suo ministero.

Ciò premesso, si pone il problema di come vada interpretata la frase di papa Francesco tanto strumentalizzata – impropriamente – dai mass media e da chi ha l’interesse a ricorrere all’autorità per giustificare situazioni che la morale cattolica ha sempre indicato come illecite: «Chi sono io…?». Sia il Papa che quanti si riferiscono alla sua domanda fanno appello alla “coscienza”, ma senza definirla allo stesso modo, anzi, intendendola in modo radicalmente diverso.

Per papa Francesco è chiaro il rimando a quanto proclamava Pio XII: «La coscienza è un santuario davanti al quale tutti devono fermarsi, perché in essa risuona la voce del Signore». È il sacrario dello spirito umano, il luogo dove Dio si manifesta e dirige il credente verso il bene personale e collettivo, seguendo i dettami della legge naturale, della legge mosaica e della nuova legge, quella che Gesù ha proclamato sul monte delle Beatitudini.

Per i laici moderni, invece, la coscienza è quel mutevole sentire dell’individuo che guarda ai suoi impulsi e proclama la libertà di soddisfare tutte le sue pulsioni, non giudicabili da nessuno se non da se stessi.
La coscienza cui il Papa allude è quell’ineffabile dono che il Signore ci dà, illuminandoci con la fede, affinché siamo in grado di evitare il male e di operare il bene. La coscienza è quindi luogo in cui prende corpo la Rivelazione, per chi ascolta in religioso silenzio quanto lo Spirito Santo gli suggerisce: l’orientamento da prendere, i principi base dell’agire, precisi punti di riferimento e quell’orizzonte che parte dalla Parola e arriva all’eternità. Ciò è quanto si evince dall’enciclica di papa Francesco Lumen fidei. Il suo insegnamento è radicalmente opposto rispetto a certi “atei” non disposti all’ascolto, al confronto, al cambiamento del proprio cuore. Persone che San Paolo pesantemente bolla con questo giudizio: «Hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa» (Rm 1,21).

Ma non solo alcuni atei cadono nell’errore di fraintendere il significato del termine “coscienza” e di rifiutare la verità oggettiva: ci sono pure dei cattolici che non vogliono o non sono in grado di prendere posizione, deviati nei loro ragionamenti da una falsa concezione del rispetto dovuto alla persona e da un malinteso concetto della divina misericordia.

Falso rispetto della persona: per evitare di offendere il sentimento di un musulmano – che per nulla è disturbato dal Crocefisso e che teneramente ama la Madonna, come la grande madre del santo profeta di Nazaret – tolgono i crocifissi dalle aule scolastiche, non allestiscono il presepio, parlano di Babbo Natale e non del bambino Gesù e non invitano più il prete cattolico a parlare nelle scuole…

Malinteso concetto di misericordia: certamente Dio è «buono, clemente, misericordioso, lento all’ira e grande nell’amore», ma ci addita suo Figlio che prende la frusta e scaccia i venditori dal tempio, impone di tagliare la mano se è motivo di scandalo e di cavare l’occhio se è causa di peccato; presenta la sconcertante parabola del fariseo e del pubblicano, come l’ha menzionata l’allora cardinale Ratzinger (L’elogio della coscienza, la verità interroga il cuore, Cantagalli, 2009, pp. 19-20).

Quando la coscienza non ci accusa più. Per il futuro Benedetto XVI, chi non cerca la verità, non forma la propria coscienza e facilmente si autogiustifica, è un “perso” agli occhi di Gesù. «Se il pubblicano, con tutti i suoi innegabili peccati, sta davanti a Dio più giustificato del fariseo con tutte le sue opere veramente buone (Lc 18,9-14), ciò avviene non perché in qualche modo i peccati del pubblicano non siano veramente peccati e le buone opere del fariseo non siano buone opere. Ciò non significa affatto che il bene che l’uomo compie non sia bene davanti a Dio e che il male non sia male davanti a Lui, e neppure che ciò non sia poi in fondo così importante. La ragione vera di questo giudizio paradossale di Dio si mostra proprio a partire dalla nostra questione: il fariseo non sa più che anch’egli ha delle colpe. È completamente in pace con la sua coscienza».

Che tipo di pace? Quella dei cimiteri. Il silenzio della coscienza del fariseo è un’assordante accusa alla sua presunzione di essere giusto, di possedere la verità, di non aver bisogno di essere continuamente messo in crisi dalla stimolante parola di Dio. Il fariseo ha una coscienza falsa, deformata, perché reputa di non aver più bisogno di cercare la volontà del Signore, ritmata sui suoi interventi nel tempo come provvidenziale grazia, come stimolo a un continuo cambiamento. Il pubblicano, invece, grazie alla sua coscienza che lo rende inquieto, è capace di ascoltare Dio, il prossimo e se stesso, alla ricerca della verità e dell’amore. «Per questo – conclude Ratzinger – Gesù può operare con successo nei peccatori, perché essi non sono diventati, dietro il paravento di una coscienza erronea, impermeabili a quel cambiamento che Dio attende da essi».

Un cambiamento continuo per ciascuno di noi. Una capacità di metterci sempre in discussione. Una crisi al giorno, per non trovarci ad avere “una coscienza di ogni giorno”, sorda alla novità dello Spirito Santo, che ci chiama alla conversione dall’io egoistico all’io di Cristo.

Valentino

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