La bellezza di credere nell’amore

La barista che ammazzerebbe Dio. È lungo il tempo dell’attesa all’aeroporto della Malpensa. Lo occupo recitando piano piano il breviario, mentre cammino avanti e indietro. C’è pochissima gente, e la barista non ha nulla da fare. Mi guarda più volte, finché decido di prendere un cappuccino. Mi chiede dove stia andando e, saputo che sono un missionario, mi offre dei cioccolatini: tanti, perché vuole essermi vicina moralmente durante il mio viaggio. E nasce una conversazione. Lei ammira i missionari ma non i preti di parrocchia. Così come ama Cristo, ma non suo Padre. Anzi, suo Padre “non c’è”. Non può esistere un Dio che lasci morire di fame i bambini africani: «Buon per Lui che non c’è, altrimenti lo ammazzerei».

L’eterno problema del male… Balbetto qualche idea non con lo scopo di convincerla, ma di farle intuire che il Signore si serve di noi per offrire a ciascuno la porzione di pane e d’amore di cui ha bisogno, e per dissetarci a quella fonte dove Cristo incontrò la Samaritana: «Donna, dammi da bere». Cristo aveva chiesto acqua per suscitare un’altra sete. Io avevo chiesto un cappuccino come pretesto per comunicare una briciola d’amore a lei, barista tutta sola, alla ricerca di una persona che sconfiggesse le sue paure e permettesse a me di riflettere sulla bellezza di vivere credendo nell’Amore.

Al di là di tutti i nostri problemi. Non dobbiamo chiedere alla ragione di dimostrare l’esistenza di Dio. Suo compito consiste nel prepararci all’incontro con il Signore e nell’intervenire dopo l’atto di fede per approfondire il mistero e scoprire l’armonia delle verità da noi credute. Ragione e scienza si possono spingere là fino dove è possibile, ammettendo onestamente di non avere tutte le risposte ai nostri quesiti. E l’ultima parola della ragione è la prima della fede.

È consolante il fatto che mai nessuno sia riuscito a dimostrare che Dio non esiste. Se lo facesse, mi potrebbe anche ammazzare, perché la mia vita perderebbe il suo senso, la sua armonia, la sua bellezza.
Certo, se uno ammette – grazie alla fede – che Dio esiste, deve conseguentemente ritenere che Egli sia il Creatore, che possa parlare a noi per facilitare il nostro cammino verso di Lui, che venga incontro alla nostra debolezza diventando uno di noi per farci come Lui, che ci mandi il suo Spirito perché impariamo ad amare come ama Dio.

L’armonia della Rivelazione, tutto quello che il Signore dice dell’uomo e il logico concatenarsi dei misteri della fede mi aiutano ad intuire che per capire l’essere umano devo partire da Dio. Con Lui tutto ha un senso. Senza di Lui più nulla “tiene”. Con Lui, il mondo resta pur sempre un mistero, ma senza di Lui tutto cadrebbe nell’assurdo.

Più volte ho percepito che sarebbe stato assurdo non ammettere l’esistenza di Dio: in tanti incontri, tante situazioni che hanno gettato bagliori di luce sul Mistero.

Una mamma, nell’incantevole parco di Dunfermline (Scozia) passeggia danzando con il figlio adolescente, bellissimo, ma portatore di un grave handicap. Lei riesce ad essere serena, mentre il mio spirito è a pezzi nell’udire i suoni inarticolati che escono dalla bocca di quella povera creatura. E sentire la mamma che ringrazia Dio per il dono di quel figlio. Un Dio che ella implora per avere la forza di non venire meno al suo impegno di madre.

Un ammalato, da anni inchiodato ad un letto, va a Lourdes a pregare non per la sua guarigione, ma per un amico cieco, affinché Dio gli conceda la luce della fede, onde evitare la disperazione…

Di fronte a fatti del genere e a tante esperienze di sofferenze trasformate in lode al Signore – soprattutto da parte di tante persone incontrate in Africa – percepisco la presenza di Dio e il suo amore per l’umanità come un fatto richiesto dal buon senso, dal sentire comune di tanti popoli, dalla ragione che si ribella all’idea che un esiguo gruppo di persone sia “privilegiato”, mentre tanti sono condannati ad una vita di dolore. Dolore provocato spesso da quei pochi “privilegiati”. Anzi, proprio quando penso al male del mondo, non mi pongo la domanda: «Dove è Dio?», ma: «Dove è l’uomo?». E solo partendo dalla Rivelazione e dall’Incarnazione riesco a capire l’essere umano, ad accettarlo, anzi, ad amarlo con i suoi limiti. Lo capisco nel momento stesso in cui accolgo la mia fragilità. Accoglienza che mi procura pace e dolcezza allorché trasformo il mio dolore in un mezzo per “completare nel mio corpo quello che manca alla passione di Cristo”, come insegna San Paolo.

Per comprendere e servire l’uomo. Si scopre la bellezza di credere nell’Amore quando si capisce che Dio si fa “impotente” per renderci “onnipotenti” nell’amore. Non interviene per non rubarci il dono di essere come Lui, creatori, grazie alla libertà dei figli di Dio. Libertà di accoglierlo o di rifiutarlo, di operare il bene o quel male di cui Lui, Dio, è la prima vittima, perché paga le conseguenze d’averci fatti liberi.

Per non lasciarci schiacciare dal male del mondo e per trovare gioia nel dare agli altri ciò che noi stessi abbiamo ricevuto senza alcun nostro merito, giova non stancarci mai di cercare Dio, approfondire lo studio della Rivelazione, leggere con passione i segni dei tempi e ritirarci spesso in preghiera, per ricevere la grazia di continuare a credere e a concretizzare la nostra fede con atti di giustizia.

Naturalmente, più si progredisce nella conoscenza e nell’amore delle verità eterne, più si soffre nel vedere quante persone vivono un’esistenza apparentemente insignificante – non tocca a noi giudicare… – , faticano a volare in alto e non si rendono conto di quante energie vitali si privano, allorché praticamente escludono Dio dalla loro vita o lo prendono per scontato, non sentono il bisogno di stare aggrappati a Lui e di percepirlo con il loro respiro. Con loro, di che cosa si parla? Quali valori si condividono? Che cosa si ha in comune?

La difficoltà della mia relazione nei loro confronti è parzialmente superata grazie alla determinazione di crearmi spazi ancora più significativi con Dio: invece di essere fanatico nel parlare sempre di Lui, cerco di parlare di più a Lui; invece di voler convertire gli altri, mi sforzo di convertire me stesso; invece di cercare nuovi mezzi di comunicazione, rispondo alla chiamata di ritirarmi nel deserto. Ed è in questi contatti con il Signore che riesco a riscattare la caducità del tempo immergendolo nell’Eterno; ad accettarmi con la mia finitudine trasformandola in invocazione e aspirazione all’Assoluto; a provare compassione della mediocrità di tante persone, suggerendo loro di cercare Dio e di sperimentare la gioia di credere nell’Amore.

Valentino

Commenti

  1. Ivana
    feb 4, 11:57 #

    Nel mio piccolo piccolo mondo familiare ho adottato la stessa “tecnica di sopravvivenza” prego, prego per avvicinarmi a Dio, smettendo di parlare di Lui a chi non l'ascolta, parlando a Lui per lenire le mie sofferenze.
    Ancora un grazie a Valentino che apre il mio cuore alla speranza…

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