Tutte le virtù oppure nessuna

«Manicheo». Questa l’accusa, sia pure benevola, che un amico mi rivolge dopo una conferenza sull’amore geloso di Dio nei nostri confronti. Non avevo inventato nulla: le mie parole erano tutte tratte dalla Bibbia che presenta il Signore come innamorato folle di questa umanità. L’ama con l’intensità e la freschezza di due giovani che altro non desiderano che amare, come è poeticamente descritto nel Cantico dei Cantici. Stupendo poema che inizia così: «Baciami con i baci della tua bocca» e termina con l’invito a “salire sul monte degli aromi”, cioè a fare l’amore.

Se Dio è Dio, non può essere messo al secondo posto nella nostra esistenza. Vuole essere amato al di sopra di tutto e di tutti, come Lui ci ama: un amore unico, irripetibile, provvidenziale per ciascuno di noi. Ci dà tutto, ma esige pure tutto. Chiede che tutta la nostra esistenza sia orientata verso di Lui. Un’esistenza virtuosa, vale a dire sorretta da quella “virtus”, da quella forza che da Lui proviene e che ci permette di vivere santamente qui sulla terra. Non per nostro merito, ma per puro effetto del suo amore.

Stando così le cose – concludevo – il cristiano o possiede tutte le virtù, o non ne ha nessuna. Perché tutte le virtù, sia teologali che cardinali, sono una sola virtù, vista da prospettive diverse. La fede è speranza che si consuma in amore. La speranza è la capacità di creare cose nuove, generare amore, grazie alla fede in Dio e nell’umanità. E l’amore è fede sminuzzata in quella speranza che aiuta ad essere “prudenti”, cioè a cercare il meglio di ogni situazione, a essere “giusti” nell’osservanza della legge eterna, essere “forti” nello sconfiggere il male e “temperanti”, capaci di moderare l’attrattiva dei piaceri ed equilibrati nell’uso dei beni creati. Chi fa un grave sbaglio volutamente, dimostra di non avere nessuna virtù. Ma fino a che il cuore è in Dio e noi siamo tutti orientati verso di Lui, possiamo dire di essere virtuosi. Di essere santi.

A questo punto il mio interlocutore ha buon gioco nel ritenermi non solo “manicheo”, ma anche presuntuoso. Ma mi sento in buona compagnia: secondo San Giovanni noi siamo luce o tenebra. Buoni o cattivi. Belli o brutti. Caldi o tiepidi. Diversamente “Dio ci vomita” (cfr. Ap 3,16). Sono pure in compagnia di San Paolo che chiamava santi i cristiani. E con me sorride l’apostolo San Matteo che, scrivendo quella lunga genealogia di Cristo, lascia intravedere che tra gli antenati del Figlio di Dio erano fedeli al Signore poche persone di cui sappiamo quasi nulla; tutti gli altri erano fedifraghi, violenti, assassini, adulteri, immorali. Se il più santo è Davide, progenitore del Messia, vuol dire che c’è posto anche per me in paradiso…

«Bisogna riconoscerlo – scrive Charles Péguy –: la genealogia carnale di Gesù è spaventosa. Pochi uomini hanno avuto forse tanti antenati criminali, e così criminali. Particolarmente così carnalmente criminali. È in parte ciò che dà al mistero dell’Incarnazione tutto il suo valore, tutta la sua profondità, un arretramento spaventoso. Tutto il suo impeto, tutto il suo carico di umanità. Di carnale. Quantomeno per una parte, e per una gran parte».

Ma tutti quegli antenati, come noi, sono virtuosi nella misura in cui non hanno permesso al peccato di prevalere nella loro vita. L’hanno riconosciuto. Si sono sforzati di tornare ogni giorno da capo, ricercando in Dio la loro forza, la loro virtù. Ponendo in Lui – e in Lui solo – tutte le loro speranze.

«Speranza è la fede che mi piace» (Péguy). Ho parlato della fede e dell’amore in quasi tutti i miei articoli. Ora vorrei fare un accenno alla speranza perché, forse, è la più fragile di tutte le virtù. Se uno ha la fede, lo si nota subito per la sua capacità di rendere bella e significativa la vita. Se uno ha l’amore… non lo può nascondere, così come non si può nascondere il raffreddore. Ma è alla speranza che non si sarà mai dato troppa importanza. È questa la virtù alla quale siamo tutti chiamati, non per merito, ma per pura misericordia.

È la speranza la virtù che ci permette di guardare con simpatia alla disastrosa genealogia di Cristo, cercando di vedere in essa come il Signore agisce con chi è povero in virtù dello Spirito Santo, con chi è umile, con chi non si dispera del suo peccato, con chi pone in Dio la sua attesa, la sua felicità già qui sulla terra, nell’invocazione che perfetta sia la gioia nella vita oltre la vita.

Bella la descrizione di papa Francesco: «Si dice che la speranza è la più umile delle tre virtù, perché si nasconde nella vita. La fede si vede, si sente, si sa cosa è. La carità si fa, si sa cosa è. Ma cosa è la speranza? Cosa è questo atteggiamento di speranza? Per avvicinarci un po’, possiamo dire che la speranza è un rischio, è una virtù rischiosa, è una virtù, come dice San Paolo di un’ardente aspettativa verso la rivelazione del Figlio di Dio. Non è un’illusione».

Un’ancora della nostra vita, sicura e salda. La lettera agli Ebrei afferma che nella speranza «noi abbiamo come un’ancora della nostra vita, sicura e salda» (6,19). Un’ ancora per approdare nell’Infinito, per stare abbarbicati all’Eterno, quando il mare è agitato dall’infuriare delle onde. Ancora che… ha la forma della croce, con tutto quello che essa rappresenta: dolore delle doglie del parto, che genera la vita.
Icone africane della speranza: gli occhioni dei bambini, che si aspettano tutto da un incontro e regalano un ineffabile sorriso quando ricevono qualsiasi cosa: non fosse altro che un po’ di attenzione, un saluto, per il quale ringraziano, per il semplice fatto che qualcuno si è accorto di loro. Le notti trascorse con amici in silenzio, pregando nel deserto, nell’attesa della tenue lama di luce che si profila all’orizzonte e in poco tempo infiamma il cielo. Il sogno di una festa, magari anche quella del funerale, che prevede una notte di danza e del banchetto sacro: finalmente si mangia!…

Icone di speranza per l’Occidente? La sete di Dio: anche chi fatica a frequentare la Chiesa, sente il bisogno di aggrapparsi a ciò che dura eterno. Le contestazioni nei confronti di chi parla di Dio rivelano una non celata gelosia dell’altrui fede. Lo conferma il ritorno alle celebrazioni eucaristiche di tanti giovani nordamericani che, stanchi delle vuote promesse del mondo consumistico, sazi dei messaggini telematici, si ancorano a Chi promette un senso alla vita, grazie alla Parola che rigenera alla Speranza.

Questa virtù ci fa desiderare Dio come nostra vera felicità. Questa non è il risultato delle nostre forze, alla ricerca disperata di un senso e di una pienezza che il mondo prospetta, ingannando, ma è un dono legato alla fede: «Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è fedele colui che ha promesso» (Eb 10,23). È Dio che purifica le attese che animano il nostro essere, operare e tendere verso quell’Oltre che nulla e nessuno sulla terra può eguagliare. È Lui che ci salva dallo scoraggiamento e dall’angoscia che attanagliano chi è cosciente del peso del peccato originale che – mentre sottolinea la nostra sete di essere come Dio – ci fa sentire il peso di avere i piedi per terra, di essere egoisti, di “vedere il bene, approvarlo, per poi seguire il male”.

La speranza cristiana ha il suo volto più bello nelle Beatitudini: le “sinfonie dei folli”, in virtù delle quali apprendiamo l’arte di andare contro corrente rispetto alle proposte del mondo: scegliamo di vivere poveri, perché Dio sia la nostra ricchezza; impariamo ad essere “miti”, cioè docili all’ascolto; inondati dalla divina misericordia, impariamo non solo a voler bene al prossimo, ma ad amare anche i nemici, «rivestiti con la corazza della fede e della carità, avendo come elmo la speranza della salvezza» (1Ts 5,8), rafforzati dalla preghiera che ci rende «lieti nella speranza, forti nelle tribolazioni» (Rm 12,12).

Con queste armi, rivestiti di tutte le virtù tendiamo alla gloria del cielo, alla ricompensa eterna, che il Signore ci darà assieme a quanti abbiamo amato e a quelli per i quali abbiamo pregato, affinché fossero salvi. E così, grazie alla speranza, più lotteremo, più renderemo interessante questa vita e più grande l’amore, che – come dice ancora il Cantico dei Cantici – “è più forte della morte”.

Valentino

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