Uno sguardo sereno anche alla morte

Condoglianze? Manca il prete in una parrocchia e, di fronte all’urgenza di celebrare un funerale, sono invitato a presiedere l’eucaristia. Si tratta di una persona molto anziana e i partecipanti alla cerimonia sono pochi: per avere un bel funerale, bisogna morire giovani…

È brutto dover fare l’omelia rivolgendosi a persone sconosciute e magari dover fare un accenno alla defunta mai vista, con l’obbligo di chiamarla «la nostra cara sorella». Non posso rifiutarmi di mettere in pratica una delle opere di misericordia corporale: “Seppellire i morti”.

Forse capiterà anche ad altre persone di partecipare ad un funerale e commuoversi pensando ai propri defunti… Comunque sia, quando arriva il momento di aspergere la bara con l’acqua santa, mi scendono le lacrime e l’ultima preghiera è detta con la voce strozzata. Di ritorno dal cimitero le persone commentano: «Si vede che voleva molto bene a quella povera donna!», e mi fanno le condoglianze.

«Condoglianze!». Con questa espressione si intende partecipare al dolore di una persona per qualche disgrazia che l’abbia colpita e, particolarmente, per un lutto familiare. La parola condoglianza esprime rammarico, dolore, compianto. Mi chiedo se questa espressione sia cristiana. Per tutta una vita il credente va ripetendo che desidera vedere il volto del Signore. Ora la persona defunta lo contempla. Non ha forse raggiunto lo scopo della sua vita?

Si fanno le condoglianze a chi resta in vita senza la persona cara. Lo so, è estremamente imbarazzante rivolgersi a chi è nel lutto. Non si sa che cosa dire. Un suggerimento: non si dica niente! Un abbraccio silenzioso non rovina il mistero, mentre tante parole sono devastanti.

Ho iniziato la celebrazione del funerale di un mio cugino augurando: «Buona Pasqua!» e tutti hanno capito che l’uomo di fede affronta la morte alla luce della resurrezione. La resurrezione di Cristo e la nostra. Resurrezione rivissuta in ogni eucaristia.

Amo la vita amando la morte. Forse, poiché la morte ha bussato troppe volte alla porta di casa mia e poiché nei Paesi impoveriti troppe volte ho dovuto affrontare la morte nei suoi volti più strazianti – quella dei bambini consumati dalla fame o falciati dalle epidemie e dalla guerra – ho sviluppato in me un grande amore alla vita. La precarietà dell’esistenza mi ha condotto ad aggrapparmi alla preghiera. “Precarietà” e “preghiera” hanno la stessa radice: “prex”, ossia richiesta, supplica, preghiera.

Questa vita preziosa perché precaria, precaria perché preziosa, mi porta ad aggrapparmi all’Eterno e mi rimanda al fratello che, appunto perché lui pure precario, va amato oggi. Domani potrebbe essere troppo tardi. Ed è brutto lasciare che una persona se ne vada senza averle espresso i nostri sentimenti, senza averle dato un appuntamento, senza rassicurarla che ci vedremo ancora, là dove ogni nostro amore, purificato, vivrà eterno.

Poiché amando la vita amo anche la morte, vado ripetendo agli amici di aiutarmi a vivere e di non rubarmi la morte. Dal mio diario, quand’ero diciottenne, mi sia permesso di riportare questa preghiera che sento ancora più vera, ora che i capelli sono bianchi e il cuore, più di prima, grida la voglia di amare e di essere amato.

Signore della vita, concedimi il dono
di guardare in faccia la morte
e di allontanarmi da chi profana
il mistero dell’umana esistenza
e sciupa quel parto
che proietta verso la luce.

Chiama al mio capezzale gli amici
a tenermi per mano
per assistere alla vera nascita
sì che navighi placido
verso l’altra riva,
incontro ai veri viventi.

E solo quando sarò faccia a faccia
davanti a Te, l’Eterno,
immerso nel Mistero
che ogni Amore nobilita,
si distacchino gli amici dal mio corpo
rinato alla pura Bellezza.

Venga la morte, frutto della vita. Commentando il brano evangelico della vedova di Nain, papa Francesco così si esprime: «Questa “compassione” è l’amore di Dio per l’uomo, è la misericordia, cioè l’atteggiamento di Dio a contatto con la miseria umana, con la nostra indigenza, la nostra sofferenza, la nostra angoscia. Il termine biblico “compassione” richiama le viscere materne: la madre, infatti, prova una reazione tutta sua di fronte al dolore dei figli. Così ci ama Dio, dice la Scrittura. E qual è il frutto di questo amore, di questa misericordia? È la vita! Gesù disse alla vedova di Nain: “Non piangere!”, e poi chiamò il ragazzo morto e lo risvegliò come da un sonno. Pensiamo questo, è bello: la misericordia di Dio dà vita all’uomo, lo risuscita dalla morte».

Il frutto dell’amore è la vita. Vita che, vissuta tra le braccia del Padre, affronta la morte con quella serenità che si esprime con un atto di fede. Alfa e omega. Inizio e fine. Vita e morte. Ponte tra questi estremi è l’amore che crea per ciascuno la sua morte. Siamo originali nella nascita, lo saremo nella morte. Ognuno di noi si crea la sua morte così come vive. Così come ama. Così come soffre. Così come impara a vivere, alla scuola della Parola e della Creazione.

La Parola illumina la morte proiettandoci nella resurrezione. La Creazione illumina la morte, mostrandoci il cadere delle foglie autunnali che rendono gli alberi essenziali. Belli nella loro nudità, con quei rami che, visti in prospettiva del cielo, anche spogli e secchi scrivono parole di speranza. Non parlano della fine: tra poco ritorneranno verdi, più belli di prima, con fiori perfetti in ogni petalo.

Poesia vuota e incosciente? Non so come sarà la mia fine: invocherò la morte perché straziato dalla malattia? L’affronterò sereno come quando, in Africa, mi si prospettava una fine violenta? Avrò il conforto di una mano che mi condurrà fino alla soglia dell’eternità? Sarò solo? Solo Dio lo sa. E tocca a me pregarlo perché non venga meno la speranza, perché sia di buon esempio fino alla fine, perché non tema l’incontro con la Misericordia infinita.

E la preghiera più semplice prende lo stesso volto di quella che scrisse il diacono Bergoglio, pochi giorni prima dell’ordinazione sacerdotale: «Voglio credere in Dio Padre, che mi ama come un figlio, e in Gesù, il Signore, che ha infuso il suo spirito nella mia vita per farmi sorridere e portarmi così al regno di vita eterna. Credo nella mia storia, che è stata trapassata dallo sguardo di amore di Dio (…) Credo nel mio dolore, infecondo per l’egoismo, nel quale mi rifugio. Credo nella meschinità della mia anima, che cerca di inghiottire senza dare… senza dare. (…) Credo di voler amare molto. Credo nella morte quotidiana, bruciante, che fuggo, ma che mi sorride invitandomi ad accettarla. Credo nella pazienza di Dio, accogliente, buona come una notte d’estate. (…) E aspetto la sorpresa di ogni giorno nel quale si manifesterà l’amore, la forza, il tradimento e il peccato, che mi accompagneranno fino all’incontro definitivo con quel volto meraviglioso che non so come sia, che fuggo continuamente, ma che voglio conoscere e amare».

Valentino

Commenti

  1. Marco (Mesero)
    gen 15, 01:40 #

    “Più forte della morte è l’amore” dice il Cantico dei Cantici.
    Siamo nati e non moriremo mai più. Ho letto questa frase tra gli scritti di Chiara Corbella Petrillo madre eroica per virtù e fede. Ho capito che senso della vita non è godere nel viverla ma donarla nella gioia per poi riaverla bellissima purificata.grazie per gli spunti Valentino. Spero di rivederti presto.
    Marco g

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