«Non più schiavi, ma fratelli»

«Adamo, dove sei?». È il grido di Dio all’umanità che tarda a nascere. È l’invocazione struggente del Creatore che chiama alla vita le sue creature per strapparle dal nulla: il nulla dell’indifferenza, della noia, dell’insignificanza, che si protraggono nei secoli.

Descrivendo la presente generazione, papa Francesco parla di «globalizzazione dell’indifferenza». Per farci uscire da questa iniqua situazione scrive un messaggio in vista della Giornata Mondiale della Pace 2015: «Non più schiavi, ma fratelli». Descrive la schiavitù come piaga non solo del passato, ma del presente:_ _«Spesso si crede che la schiavitù sia un fatto del passato. Invece, questa piaga sociale è fortemente presente anche nel mondo attuale. Il Messaggio per il 1° gennaio 2014 era dedicato alla fraternità: “Fraternità, fondamento e via per la pace”. L’essere tutti figli di Dio rende, infatti, gli esseri umani fratelli e sorelle con eguale dignità. La schiavitù colpisce a morte tale fraternità universale e, quindi, la pace».
 
Non c’è pace al mondo perché gli esseri umani non si considerano fratelli. La globalizzazione ci rende vicini, non fratelli. È ancora lontano il sogno di Paolo VI con il quale ha voluto caratterizzare il suo pontificato: «Ogni uomo è mio fratello».

Papa Francesco sottolinea che «molteplici sono gli abominevoli volti della schiavitù: il traffico di esseri umani, la tratta dei migranti e della prostituzione, il lavoro-schiavo, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, la mentalità schiavista nei confronti delle donne e dei bambini. E su questa schiavitù speculano vergognosamente individui e gruppi, approfittando dei tanti conflitti in atto nel mondo, del contesto di crisi economica e della corruzione.
La schiavitù è una terribile ferita aperta nel corpo della società contemporanea, è una piaga gravissima nella carne di Cristo!».

Il Papa ribadisce quanto ha scritto Benedetto XVI nell’enciclica Caritas in veritate: il mondo andrà meglio quando gli esseri umani si considereranno non uno giustapposto all’altro, né solo come “prossimi”, ma come familiari, come figli di uno stesso Padre, come fratelli.
 
Quanto si dice per ogni essere umano vale molto di più per il cristiano che, in virtù del battesimo, sa di essere diventato Cristo e di trovare Dio nel fratello, per cui non esita ad accettare il messaggio del Papa che lo richiama all’obbligo di riconoscere l’inviolabile dignità di ogni persona, di tenere fermo il riferimento alla fraternità, che richiede il superamento della diseguaglianza, di impegnarsi a sentirsi “prossimo”, di contare sulla gratuità per un cammino di liberazione e di inclusione per tutti. «L’obiettivo è la costruzione di una civiltà fondata sulla pari dignità di tutti gli esseri umani, senza discriminazione alcuna. Per questo, occorre anche l’impegno dell’informazione, dell’educazione, della cultura per una società rinnovata e improntata alla libertà, alla giustizia e, quindi, alla pace».

Gioiosa esperienza di sentirsi fratelli. Spesso ci viene rivolta la domanda: «Che cosa dobbiamo fare, per vincere ogni forma di male?». Ma non è innanzitutto al fare che deve essere rivolta la nostra attenzione: dobbiamo vivere un’esperienza concreta e prolungata sulla bellezza di essere e di sentirci fratelli, di stare con gli altri, di condividere ciò che siamo prima di ciò che abbiamo, di provare l’ebbrezza di mettere in comune la nostra fede e la nostra preghiera.

Santa Elisabeth Seton (americana, vissuta nel XVIII secolo, battezzata come protestante e – rimasta vedova – convertita al cattolicesimo e fondatrice di una congregazione di suore adoratrici), mentre invitava i fedeli a mettere tutta l’anima nel più piccolo dei gesti, per trovare ovunque Cristo, non si stancava di ribadire questo concetto: ai poveri bisogna offrire sì il pane materiale, ma soprattutto il pane eucaristico. I poveri, i semplici e gli umili capiscono il mistero d’amore. Sono capaci di vivere come fratelli.

Non è possibile capire questo se non si fa un’esperienza diretta, prolungata, con chi può farci sperimentare che solo il povero (in senso evangelico) capisce il povero. Solo il povero aiuta il povero. Solo il povero riesce ad essere sereno, perché sa che Cristo è come lui, si è identificato con i poveri, con gli ultimi, con i più piccoli.

Un’esperienza prolungata. Non serve molto andare in Africa “per un mesetto”, per poi tornare a casa dicendo che gli Africani sono sempre contenti, ridono sempre, sanno vivere meglio degli Occidentali. Bisogna stare con loro, parlare bene la lingua ufficiale del loro Paese, essere presenti nei momenti salienti della loro vita, mangiare il loro cibo, sentire la loro fame, sapere quanti muoiono di fame o a causa delle varie forme di schiavitù che papa Francesco non si stanca di ricordarci.

Fare esperienza: dice poco l’informazione televisiva su come stiano andando i popoli impoveriti. Bisognerebbe familiarizzare con chi ha vissuto per anni in quegli ambienti dove manca tutto, dove le baracche maleodoranti generano disgusto e malattie, dove si sentono bambini chiedere: «Mamma, si mangia oggi?», dove si fanno programmi di educazione allo sviluppo e alla nutrizione, per arrivare alla conclusione che bisogna coltivare i vermi, perché sono ricchi di proteine…

Gioiosa esperienza? Sì. Basta provare. Durante le feste, dopo l’eucaristia, i cristiani africani e asiatici cercano di mettere in comune quello che hanno. Riso e sempre riso in Oriente. Manioca con un po’ di sugo pepato in Africa. E che festa quando ci sono i vermi fritti! Fritti per il missionario, mentre tanti bambini li mangiano così, come li trovano.

Gioiosa esperienza, che si può fare anche senza andare tra i popoli impoveriti. Basta decidere di spendere un po’ di tempo in campi scuola, esercizi spirituali, appuntamenti sistematici con persone scelte non in base alla simpatia, ma alla comune ricerca di Dio e al desiderio di sentirsi fratelli.

“Stare con”. In un mondo che si va sempre più caratterizzando in base all’etnia, all’identità e alla professione, in una società che tende sempre più a isolare i singoli individui, s’impone di ritornare alla pedagogia di Cristo per sentirci fratelli: «Ne scelse dodici perché stessero con Lui». Tutto qui: stare con. Compartecipare. Condividere. Stare assieme a tavola, almeno per la cena in famiglia. Trovare momenti per condividere quello che siamo, quello che abbiamo e la nostra fede.

Gesù non inizia il suo ministero istruendo le folle. Va nel deserto. Si ritira sul monte a pregare. Invita i discepoli a stare con Lui, a riposare lontano dalla folla, a stare aggrappati a Lui come tralci alla vite. Vivere in comunione. Da questa intimità con Lui, che è Dio, nasce il bisogno di considerare tutti come fratelli.

Con Lui impariamo a vedere il mondo da un punto di vista originale e nuovo, liberandoci da quella abitudine che ci rende monotoni, ripetitivi, vecchi dentro perché incapaci di meravigliarci, di cogliere lo stupore di essere vivi, di apprezzare il privilegio di camminare con persone che — lungi dalla tentazione di schiavizzare — ci fanno sperimentare il privilegio di amare e di essere amati. Valentino Salvoldi

Valentino