Ritornare bambini al presepe*

  • «Attingiamo dal presepe la gioia** e la pace profonda che Gesù viene a portare nel mondo»: questo il messaggio lanciato con un tweet, alla fine del 2013, da papa Francesco. Questi parla più con segni che con espressioni verbali. Per esempio, per dimostrare che non ha dimenticato Lampedusa, a Natale ha donato alla comunità ecclesiale lampedusana un presepe artistico in terracotta, raffigurante la Natività su una barca, con San Giuseppe nell’atto di accogliere sull’imbarcazione un migrante in mare. Segue le orme di San Francesco: quando il poverello di Assisi ha creato il primo presepe a Greccio non ha detto nulla, ma tutti hanno capito il suo messaggio. Hanno grandemente apprezzato quel segno che «onora la semplicità, esalta la povertà e esprime l’umiltà».

Da quel primo presepe l’umanità si è sbizzarrita nell’interpretare il mistero dell’Incarnazione, adattandolo alla propria cultura, rivisitandolo e dando ad esso – spesso inconsciamente – il compito di esprimere il mistero di un Dio che assume su di sé tutto ciò che è umano e si rivela, con diverse facce, nelle varie culture. Dimostra quanto sia arricchente la diversità razziale, culturale, linguistica e religiosa. Mantiene viva la fede con quel segno mirabile del Natale, dimostrando coraggio nel non indietreggiare di fronte a quanti – appellandosi al rispetto delle diverse religioni – vorrebbero eliminare questa meravigliosa tradizione, soprattutto nelle scuole. Invece è proprio lì che questo segno del Cristianesimo può essere arricchente e affascinante per i bambini. Affascinante e utile per la formazione di quanti partecipano con fede, entusiasmo e creatività alla sua realizzazione.

La gioia del presepe in famiglia. Alcuni genitori, male interpretando il concetto di libertà religiosa, non introducono più i figli alla fede cristiana. Si reputano intellettualmente aperti nell’affermare che, arrivati alla maggiore età, i figli faranno le loro scelte. Ma su quale base? Se nelle scuole elementari gli insegnanti parlano solo di Babbo Natale, se nelle medie – durante l’ora di religione – i docenti si limitano a parlare di argomenti di attualità, se nelle superiori i ragazzi si avvalgono del diritto di dispensarsi dall’ora di religione, se non frequentano la parrocchia… come faranno a rifiutare quel Dio che non conoscono?

Recentemente, in Scozia, ho interpellato i giovani educati da genitori che non hanno mai parlato di Dio, in famiglia. Tra le tante domande, quando ho chiesto che cosa ricordasse loro la parola “pasqua”, ho avuto come risposta: «La festa del cioccolato». Il Natale? «La festa della famiglia». E Dio? «What do you mean? The man over there? (Che cosa intendi? L’uomo sopra le nubi?)». Vagamente, alcuni hanno sentito parlare di persone che credono in un Creatore del mondo: Dio sarebbe oggetto di credenze antiche, irrilevanti nell’epoca moderna, non interessata ad andare oltre le comunicazioni orizzontali, grazie ai mezzi della moderna tecnologia.
Grazie a Dio non è così dappertutto, anzi in altre nazioni si nota un considerevole ritorno alla ricerca di Dio: non solo in Africa e nell’America Latina, ma anche nell’America del Nord. Lì i giovani, ormai disincantati e delusi dalle vuote promesse del mondo consumistico, tornano a pregare e a considerare importante il rapporto con il mondo soprannaturale.

Se in Europa, invece di considerare il Natale solamente come la festa della famiglia, si tornasse a celebrarlo come la tradizione ci ha insegnato, l’aggrapparsi ai valori in esso contenuti fornirebbe alle giovani generazioni quegli elementi necessari per dare un senso alla vita, per tornare a valori etici e morali, indispensabili per uscire dalle attuali crisi economiche, finanziarie, culturali, esistenziali.

Urge, quindi, mantenere viva e ricca l’espressione della nostra cultura – abbozzata nei presepi e sviluppata nell’educazione ai valori cristiani – perché, oltretutto, in essa si trovano le radici più profonde della cultura europea. Cultura che si è propagata in tutto il mondo: in questo modo, il presepe è diventato un potente segno di incontro e di dialogo tra tutti popoli, nella consapevolezza che apparteniamo tutti alla stessa umanità.

E in questa umanità, «Dio si è fatto uomo, affinché l’uomo si faccia Dio». Nella notte santa, nel più eloquente dei silenzi, il più bello tra i figli dell’uomo è venuto a rendere vera e sacra ogni nascita, ogni vita e ogni morte. È venuto a illuminare le nostre tenebre, a sussurrarci che la morte non è l’ultima parola: per chi ha fede, l’ultima parola è sempre “vita”. Vita nuova nel suo, nel nostro Natale.
 
Oltre alla encomiabile abitudine di creare il presepe in famiglia, è bella pure la tradizione di fare visita ai vari presepi della propria comunità. È sorprendente notare come ogni presepe riveli una faccia del Mistero: ogni famiglia racconta se stessa e i suoi valori nel modo in cui raffigura la Natività, nei materiali usati per realizzare il presepe, nei simboli che rivelano ciò in cui si crede o ciò che si ritiene importante in un preciso momento storico. Ogni presepe può svegliare la propria fantasia, aiutare a cogliere verità antiche e sempre nuove e tenere vivo il sogno che ogni giorno può essere Natale.

Valentino

Commenti

  1. silvia
    dic 26, 01:53 #

    Ho fatto il presepe anche questo Natale.
    Ho fatto molta fatica,
    ma sono contenta di avere realizzato ancora il segno
    di quel sogno di cui anche tu dici.
    Ogni giorno può essere Natale.
    Fede.Preghiera.Silenzio.
    Luce, nel buio della vita.
    Promessa di gioia,nella sofferenza indicibile.
    Anticipo, di gioia.
    Vita Nuova.

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