«Per non buttare via la mia vita»

Baruffa dei genitori in famiglia. Se ne va il diciassettenne sbattendo la porta. Non sopporta che papà e mamma litighino e non si curino tanto di lui. È venerdì sera. I suoi compagni di classe sono in discoteca. Lui non ha soldi per entrarvi. Si siede su una panchina. Ascolta dall’esterno l’assordante musica, poi si incammina lungo il fiume. Arriva sul ponte e pensa ai sentimenti dei genitori alla notizia del suo suicidio: finalmente si sarebbero accorti di lui…

All’apice della depressione, sente la sirena di un’autombulanza. La ritiene un provvidenziale invito ad andare al Pronto Soccorso per ricevere qualche antidepressivo. Viene ricoverato e per una settimana si confronta con malati mentali. Alcuni lo deprimono di più; altri, invece, indirettamente l’aiutano a capire l’importanza di godere la vita, finché c’è la salute e la fortuna di essere giovane.

La chiave della risoluzione del suo problema viene da una giovane dottoressa, che lo invita a dare un’occhiata all’ultimo capitolo del libro Il sorriso dell’ottavo giorno, là dove parlo dell’arte di litigare con se stessi. Gli legge il primo paragrafo: «Tutto abbiamo in noi per lodare e per maledire, per amare e per odiare, per adorare e per bestemmiare». E gli dà il mio numero di cellulare.

Nel mio studio il “bell’ombroso” racconta la sua storia, al termine della quale gli chiedo se abbia mai sentito il bisogno di alzare gli occhi al cielo. «Quando papà e mamma urlano – risponde – chiedo al Signore che non si separino». «E quando tutto va bene, non senti il bisogno di ringraziare Dio?». «Ringraziare?!». E nasce una discussione sulla necessità e bellezza di pregare sempre, in modo che, grazie al dono della fede, impariamo a vedere il mondo bello come lo vede Dio.

Replica: «Ho la fede, ma non so che cosa fare per non buttare via la mia vita. Anche la dottoressa che mi ha dato il suo libro mi ha detto di parlare con lei che insegna la morale… Che cosa fare per non finire al manicomio?». Ecco la sintesi del colloquio, presentato con parole più semplici di quanto segue.

Un cammino dalla legge all’amore. A chi mi pone la domanda: «Cosa devo fare?», rispondo che la morale cristiana, prima di essere interessata a ciò che un credente debba fare, mira a prospettare un cammino di fede, un radicamento in Dio, un fiducioso abbandono all’opera dello Spirito Santo.

La morale non può prescindere dall’interrogarsi sul progetto di vita che Dio ha nei confronti di ogni essere umano. Aiuta a scoprire il senso dell’avventura umana nel suo inizio, nel suo svolgersi, nella sua fine. Nelle cose, negli avvenimenti invita tutti a cogliere la domanda del senso della vita: bisogno d’amare e di essere amati. È l’amore che aiuta a cercare il senso e il gusto di vivere, in qualsiasi situazione, nella salute e nella malattia, nella gioia e nella sofferenza. In qualsiasi condizione ci troviamo, se siamo con Dio non siamo soli, anzi entriamo in quel silenzio che è il guardiano dell’anima e un privilegiato mezzo per dilatare gli orizzonti dello spirito, scoprendo dentro di noi “i gemiti dello Spirito Santo”, i sospiri dell’Amore.

Un cammino per contemplativi. Il Vangelo prima di indicarci quello che è richiesto al cristiano, ci sprona ad essere “Cristo”, a vivere come Lui, figlio di Dio che è diventato figlio dell’uomo, si è fatto carne della nostra carne per immettere lo Spirito Santo in questa nostra umanità. Si è “incarnato”. Questa la nostra professione di fede, diversa dalla visione dei musulmani per i quali Dio si è fatto libro. Per noi “si è incarnato, non incartato”. Ha permeato la carne umana, per insegnarci a vivere secondo lo Spirito, i cui frutti sono «amore, gioia, pace, pazienza, gentilezza, bontà, fede, mansuetudine, autocontrollo», come ci insegna San Paolo.
Ogni essere umano può comprendere e apprezzare il cuore della morale cristiana, se presentata come contemplazione dell’affascinante mistero nel quale è stato immerso agli inizi della sua esistenza.

È lui, ora, “il Vivente”, il Risorto, il Cristo del Terzo Millennio. È lui il Signore che passa in mezzo alla gente facendo del bene, trovando gioia nel fare contenti gli altri.

Un cammino verso la gioia. Ancora San Paolo incoraggia il credente a fidarsi dello Spirito che abita in lui, liberato dalla legge del peccato e della morte. La legge dello Spirito rende liberi in Cristo (Gal 6,2), liberi dalla complicità nel male, liberi per amare: l’amore autentico (dilectio) sceglie (dilige – elige) il bene della persona amata. Solo in questa prospettiva si può ripetere con Sant’Agostino: «Ama e fa’ ciò che vuoi», nella fedeltà a Cristo. Vale a dire: cerca il bene dell’altro, poi tu diventi morale a te stesso. E con questa scelta di vivere secondo lo Spirito, si ha per ricompensa già qui, su questa terra, un incommensurabile potenziale di gioia. Pure in mezzo alle tribolazioni, il fatto di sapere di essere amati da Dio, è un privilegio tanto grande da “mutare il mesto incedere in passi di danza”. E trasforma in gioia anche i sacrifici che si compiono per rendere contenti gli altri. Si sperimenta la verità della frase che San Paolo mette sulla bocca di Cristo: «C’è più gioia nel dare che nel ricevere».

**… e una messa per la famiglia. **Dopo aver spiegato a quel giovane questi tre volti della morale, gli propongo di celebrare con me, lì, nel mio studio, una messa per i suoi familiari. Sussurra che è molto che non si confessa e io gli assicuro che è mia grande gioia aiutarlo nella confessione di lode: confronto su una pagina del Vangelo da lui scelta; ringraziamento per la luce che il brano infonde nella nostra vita; riconoscimento del nostro più grande limite. E ricerca di una via per superarlo, per trasformarlo in grandezza.

Sceglie Giovanni 13: la lavanda dei piedi. Gli faccio notare che l’evangelista non parla dell’istituzione dell’eucaristia, ma descrivendo la lavanda dei piedi, adopera le stesse parole che i Sinottici riferiscono riguardo all’eucaristia: «Fate questo in memoria di me». Lavare i piedi ai fratelli equivale ad un’eucaristia…
Capisce il messaggio il giovane che si confessa. E mentre io m’inginocchio davanti a lui per lavargli i piedi, mi bacia sulla testa: sigillo della volontà di non buttarsi via e di tornare a casa per dire a papà e mamma che ha pregato per loro, che vuole loro bene e che farà di tutto per non buttare via la sua vita.

Valentino

Commenti

  1. Mauro
    dic 16, 17:01 #

    Una triste storia a lieto fine……
    spero che un gesto così disperato ed estremo, che nessun ragazzo debba arrivare a fare o ad emulare, possa aver portato un raggio di luce e di buon senso nel cuore dei suoi genitori.
    La provvidenza ha voluto che giungesse a te prima compiendo un gesto estremo, e poi attraverso la dottoressa…..senza ombra di dubbio un ottimo punto di partenza a dimostrazione che il Signore fa sempre le cose migliori per noi.

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