La bellezza e la gioia di viaggiare

«Credo di essere nato viaggiatore! In senso lato la vita è un viaggio con due soli punti fissi e sicuri: la partenza e l’arrivo, l’utero materno e quello di Dio. Tutto quello che è in mezzo è un’avventura fatta di tappe ed incontri, alcuni voluti, altri – la maggior parte – imprevisti e quindi forse i più belli e interessanti».

Così inizia la lunga lettera di un amico che – prendendo lo spunto dall’introduzione al mio sito: «Meta del viaggio è viaggiare», come canta Fabrizio De André (e io aggiungo: «Meta del viaggio è raccontare») – narra la storia di un singolare viaggio di recente intrapreso. Un viaggio in compagnia di quell’“Angelo” che molti descrivono vestito di nero, con la falce in mano, e che io abbozzo vestito da sposa, nell’atto di avvolgerci nelle sue bianche ali, per introdurci alla vera vita. La vita eterna.
Quando l’amico era piccolo, sognava sempre di viaggiare. Era contento di approfittare di ogni occasione per mettersi in viaggio. Bello programmare. Meglio ancora cogliere l’occasione al volo: niente di più bello che un’avventura imprevista. Ogni esperienza lo portava a casa arricchito, anche quando le cose erano difficili e non piacevoli. Perché il viaggiare è movimento, è vita, è crescere.

Nella sua vita pubblica, Cristo era sempre in viaggio: non aveva un sasso su cui posare il capo. Lo afferma il Vangelo, che addita lo stile di vita del Maestro come paradigmatico per il cristiano, sempre in marcia, verso la città santa e verso la patria celeste. Il fascino del viaggiare mi ha portato a proporre  più volte l’ideale di vivere con una tenda a spalle. Con poche cose nelle zaino. Con tanto cuore. Con il desiderio di incontrare sempre gente nuova, inedita, bella.

Di gente in gente. Soli. O con compagni di viaggio sempre nuovi. Finché arriva il compagno più strano, non scelto e latore silenzioso di un misterioso dono, senz’altro provvidenziale per chi ha la fede. Quel dono di cui parla Luigi Pirandello nell’atto unico “L’uomo dal fiore in bocca”.
Un uomo malato di tumore (il fiore in bocca) indaga nel mistero della vita e tenta di penetrarne l’essenza: di fronte alla morte tutti i particolari e le cose, insignificanti agli occhi altrui, assumono un valore e una collocazione diversa.
Pure il tumore un’opportunità? Dalla lettera dell’amico amante dei viaggi colgo queste intuizioni che sarebbe opportuno per un credente fare proprie, senza aspettare la morte per aprire gli occhi:
- Ogni cosa ha un senso. Nulla avviene per caso nella vita. Dietro ogni evento si cela un messaggio, una provocazione e una proposta.
- «Sto iniziando a pensare di raccogliere i frutti di tutto quello che ho seminato in questi anni. Che senso ha tutto questo che all’improvviso mi cade addosso? Davanti a me si preparano due strade: una che porta alla fine in pochi mesi e l’altra, molto più favorevole, che mi costringe ad una battuta d’arresto lunga, con una vita che non sarà più la stessa di prima. In entrambi i casi, perché?».
- Nell’interpellare il Creatore si prospettano due figure bibliche: Giobbe («Nudo uscii dal grembo di mia madre e nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore») e Qoèlet («…vanità delle vanità: tutto è vanità. Quale guadagno viene all’uomo per tutta la fatica con cui si affanna sotto il sole?»).  Possiamo aggiungere: tutto è vano tranne l’amare e l’essere amati. E nell’ora della prova si sperimenta la bontà di Dio e del prossimo. Bontà spesso velata, ma che il dolore svela.
- Nella sofferenza si fa un bilancio: «Il matrimonio, la vita a due è un viaggio, che deve essere preparato. Cosa mettiamo nella valigia? Tante cose utili, ma il consiglio è di lasciare uno spazio vuoto: è lo spazio di Dio, che Lui riempie come vuole. È il più importante, e se noi riempiamo tutta la valigia, non lasciamo a Lui la possibilità di entrare nel nostro viaggio. Lo lasciamo fuori».
- Ed ecco l’esperienza liberatoria: «Da questa sofferenza nasce la rivelazione di una nuova teologia: la sofferenza non è una punizione di Dio, ma una tappa normale della vita. Ciò che importa non è la sofferenza, che prima o poi accomuna tutti, ma come ci si pone di fronte ad essa».
- Quel Dio che fa le croci, fa le spalle proporzionate ad esse e fa dono di nuovi compagni di viaggio, nuove persone alle quali puoi dare molto e dalle quali ricevi ancora di più. Aiutano a scoprire  che nel mondo c’è tanta bontà: «Alcuni scienziati hanno individuato un’area del cervello in cui sono rilevabili i cosiddetti neuroni dell’empatia, a dimostrare che la natura dell’uomo è sociale e cooperativistica».
- Nella sofferenza si impara a vivere più profondamente il rapporto con gli altri, perché la malattia e la morte superano la superficialità e la mediocrità e ci costringono a relazioni vere e significative.
- La difficoltà è un momento di crollo per rimettersi in marcia ad un passo nuovo. Gesù per risorgere ha dovuto prima toccare il fondo. Così Giobbe (ancora lui!). Solo chi sperimenta il fondo, può risorgere e cambiare la vita propria e altrui.
- E pensando al tempo passato in famiglia, pregando con la moglie e i tre figli, conclude: «È strano parlare di bellezza di fronte alla malattia, ma quante esperienze belle abbiamo fatto in questi giorni! È proprio vero che condividere le scelte è positivo e dà forza. Nelle situazioni drammatiche tutto ciò che è banale scompare, rimane solo l’essenziale («L’essenziale è invisibile agli occhi», dice il Piccolo Principe), e questo è solo l’amore.

Beato chi vive e muore nel Signore. La parola “beatitudine” è legata al concetto di felicità. Come può allora essere accostata alla morte? Che cosa significa nella mente dell’autore dell’Apocalisse: «Beati coloro che muoiono nel Signore»? A che cosa allude il “riposo dalle fatiche” con la strana aggiunta «perché le loro opere li seguono»? L’ultima beatitudine della Bibbia si capisce quando si considera la morte nel progetto eterno di Dio, concretizzata nella vita e morte di Cristo, proiettata nel mistero della nostra resurrezione in virtù dello Spirito
Santo. Tante volte ho trattato questo argomento, per cui mi limito a un accenno all’Apocalisse, là dove proclama beati quelli che muoiono in Cristo, «perché le loro opere li seguono».

Nell’altra vita non staremo immobili a contemplare Dio, con le palme in mano, ripetendo continuamente: «Santo, santo, santo». Faremo, sì, anche questo, ma la nostra eternità consisterà in un progressivo crescere in conoscenza, in amore, in bellezza. Saremo ricolmi di tutto il bene operato sulla terra, rivedremo quanti abbiamo amato e, progressivamente, diventeremo sempre più simili a Dio. Per questo scopo avremo a disposizione tutta l’eternità, in un universo che già qui, sulla terra, sembra espandersi all’infinito, nelle infinite galassie, nel tempo senza fine.

«…le loro opere li seguono»: l’unica cosa che portiamo nella vita eterna è il bene concreto che abbiamo fatto agli altri: ai nostri cari, alle persone che Dio ci ha messo accanto in questa nostra esistenza. Da questi non saremo separati, anzi, grazie alla loro morte, essi saranno a noi più vicini. E quando noi saremo in paradiso, l’amore nutrito in terra si potenzierà all’infinito, perché ameremo come ama Dio.

Valentino

Commenti

  1. Anna
    dic 3, 01:31 #

    Le tue parole sono sempre nutrimento per l’anima e traccia concreta per il cammino. La Parola diventa ancora più bella quando passa dalla tua bocca, e a tua volta tu acquisti bellezza nella Parola. Grazie

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