Giovanile nostalgia di Dio

«Solo Dio basta»: questo il titolo dell’articolo che avevo scritto sull’ottantenne eremita olandese. L’articolo aveva suscitato la nostalgia di Dio in chi, dopo aver messo in evidenza la difficoltà dei rapporti umani – «guardiamo sempre agli altri, ma non li ascoltiamo; cerchiamo gli altri ma li guardiamo con occhi di ghiaccio. La vita non è un gioco virtuale guardato attraverso le pagine di Facebook…» – così mi scriveva: «Ho nostalgia della preghiera, del silenzio, della solitudine, dell’ascolto di una parola cara, di uno sguardo d’amore»… Nostalgia di Dio, perché con Lui «la vita è carne, è parola ascoltata con amore, è amicizia coltivata, è rispetto della diversità; ma per cogliere questi aspetti dobbiamo smettere di aspettarci qualcosa dagli altri: il mondo cambierà solamente quando cambieremo noi».

L’incontro con un uomo di Dio non lascia mai indifferente chi vive cercando il volto del Signore. Per me è stato positivo stare tre giorni con un anziano eremita, ma è stato ancora più stimolante dialogare con un giovane trentacinquenne e una giovane di trentasette anni: vivono nella stessa isola senza conoscersi, entrambi rivestiti del saio francescano, sganciati da qualsiasi comunità e votati alla vita consacrata come eremiti.

Il giovane gira a piedi nudi, vive di elemosina, va al mercato a chiedere verdura appassita e frutta scartata, mendica ai fornai il pane raffermo e si sposta in autostop. È interessante vedere come i ragazzi gli corrano incontro quando lo vedono da lontano, si aggrappino familiarmente al cordone del saio e gli accarezzino la grande tonsura, come quella di San Francesco. È sereno e ha lo sguardo tipico di chi vive pregando e cercando solo di far piacere a Dio.

La storia della giovane eremita. Una storia, quasi una confessione di lode, sullo schema di quanto narra Sant’Agostino nelle “Confessioni”.
Viveva nelle tenebre e ad un tratto ha visto la luce. Non era credente. Non più praticante dopo la cresima, ma cercava la Verità. La cercava in ogni angolo e in ogni religione. L’ha trovata dentro una piccola chiesa, davanti ad un dipinto di Maria.

Da quel giorno tutto è cambiato. Ha lasciato università, famiglia, amici ed è entrata in convento. Dopo dodici anni di vita religiosa, a causa di una diagnosi medica che poi si è rivelata sbagliata, ha capito che il senso di ogni cosa era oltre tutto ciò che abitualmente le sembrava importante nella vita. Un giorno si è chiesta: «Se questo fosse l’ultimo giorno della mia vita, mi sentirei “compiuta”?». E si è dovuta rispondere di no! Ha capito che nulla sarebbe rimasto di tutto ciò che la circondava e che tutto ciò che esiste non era paragonabile ad una vita vissuta nella pienezza di Dio. Tutto era più o meno chiaro: voleva vivere solo di Dio, fare di Lui ogni suo respiro. 

Così ha lasciato il convento e si è imposta un periodo di silenzio per fare discernimento. Era convinta che la preghiera può tutto, che è la chiave che apre la porta della misericordia e che la misericordia è l’atto più grande dell’amore, perché è propria di Dio. E ha cercato nella preghiera il senso della sua vita. Ha cercato e cerca di creare dentro di sé e intorno a sé un ‘luogo’ dove Dio possa abitare. Ha scoperto che la preghiera è una forza che muove il mondo, che è capace di arrivare ovunque e ad ogni persona, a quelle che incontra per la strada mentre va a fare la spesa, a quelle che non conoscerà mai. «Mi piace pensare alla preghiera come ad una carezza, una carezza che riceviamo e siamo chiamati a dare».

Ora questa giovane vive da eremita e «Come ogni eremita, mi sento una cercatrice di Dio, sempre e ovunque, nella luce e nelle tenebre, nella parola e nel silenzio, nell’incontro e nella solitudine. A volte è semplice scorgerlo, altre volte mi sembra di impazzire perché non si fa sentire!  Ma se fosse sempre buio continuerei a credere perché un giorno l’ho incontrato e quell’incontro nulla può cancellarlo dal cuore».

Quando si pensa all’eremitaggio, spesso si ha l’idea di qualcosa di triste: ai nostri giorni fanno paura la solitudine e il silenzio. Ci sembra una vita senza senso e pensiamo che una persona giovane potrebbe fare tante cose per il prossimo, invece di rinchiudersi da qualche parte a pregare. Diversa la sua testimonianza: «Non ho scelto di “buttare via” la mia vita o di allontanarmi dal mondo perché più semplice. Ho scelto di vivere in una solitudine abitata, in un silenzio che è assenza di parole, per essere spazio dell’ascolto della Parola, la sola che salva e libera. Ho scelto di percorrere la via dove il cuore trova compimento. E Dio è il nostro compimento. È la pace e il senso di ogni giorno, è ciò che rende bella ogni cosa, è la risposta ad ogni domanda».

Rifacendosi al racconto della mia esperienza di fede, l’eremita si dichiara in sintonia con le mie parole: «…è come se per un attimo puoi capire il senso della vita, puoi vedere tutto ciò che ti circonda con occhi nuovi, come se puoi dire “tutto è compiuto” in te, come trovare il proprio posto. Questa è per me la scelta della vita eremitica, una scelta di pienezza. La scelta di vivere per Dio, perché Lui per primo mi ha fatto assaporare cosa significhi il fatto che Egli vive in me».

Sulle orme di Santa Teresa di Lisieux. L’eremita aveva sentito con quanta insistenza chiedessi preghiere per me e per i missionari, soprattutto per quelli perseguitati a causa della loro fede. Aveva apprezzato l’esempio di Santa Teresa, morta a ventiquattro anni e mai uscita dal convento: poiché aveva speso la vita pregando per i missionari e per la conversione degli infedeli, è stata proclamata patrona universale delle missioni.
Sulle sue orme così mi scrive questa ricercatrice del volto di Dio: «Non andrò in Africa, non porterò il mio aiuto all’Asia, ma da quando ti ho incontrato, mi piace pensare che la mia preghiera per te farà arrivare in Africa e in Asia quella carezza di Dio che passerà dalle tue parole e dalle tue mani. Mi piace pensare che la preghiera può dare la forza a chi dà la vita per il prossimo. E se ti troverai ad avere tra le braccia, di nuovo, un bambino morente, in un modo misterioso ci sarà anche la mia carezza. A volte non c’è bisogno solo di pane, ma anche di braccia che sappiano custodire e scaldare. Spero che le tue braccia abbiano sempre la forza e la grazia di saper portare l’amore di Dio».

Valentino

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