Le sfide sempre nuove del deserto

Alla scuola dei santi. Dopo una quindicina d’anni (la prima esperienza avvenne nel 2000) mi ritrovo ancora in Egitto, al Cairo, con il desiderio di confrontarmi nuovamente con un mondo tanto diverso da quello occidentale. Più che fare conferenze, lancio sfide ai miei uditori, pochi in numero (su 92 milioni di egiziani, i cattolici sono circa duecentomila). Pochi ma motivati nel seminare una “presenza”, una testimonianza, forse non capita e, apparentemente, per nulla apprezzata. Viene spontaneo qui pensare al “piccolo resto d’Israele” e alla parabola del granello di senape. Ammiro preti e suore cattolici che spendono una vita “ad arare le pietre”: invecchiano sempre più e hanno poche vocazioni. Non vedono i risultati della loro seminagione. Si sforzano di cogliere piccoli segni di speranza. Pregano.

Parlo alle anziane Suore Comboniane; nel passato avevano partecipato al corso di esercizi spirituali che avevo tenuto alla loro congregazione, ai margini del deserto del Sahara. Quando chiedo se si ricordino anche solo un’idea di quanto avevo esposto, mi sorprende il fatto che a tutte sia rimasta impressa la celebrazione della cena ebraica: la danza attorno al fuoco, le erbe amare, la lavanda dei piedi. Una suora novantenne afferma in pubblico: «Mi hai fatto piangere quando mi hai baciato i piedi: io non volevo, perché mi sentivo una peccatrice. Ma tu mi hai detto che io non sono il mio peccato. Mi hai assicurato che sarei andata in paradiso e che tu eri disposto ad andare all’inferno al mio posto… Ho sempre pregato per te e, se riuscissi a piegarmi, bacerei io i tuoi piedi».

Per oltre cinquant’anni ha servito in silenzio tanti studenti egiziani. Ha camminato, spesso scalza, per impervi sentieri, con piedi gonfi e callosi. Si è sottoposta a molte mortificazioni. tornata in Italia pochissime volte. Ha speso una vita in preghiera e si sentiva un peccatrice. Così si ritiene il santo, alla cui scuola dovremmo imparare per lo meno a confessarci così: ringraziare Dio dei beni ricevuti; denudarci davanti a Lui mostrando al sole le nostre ferite, perché non imputridiscano – e tra le ferite, i peccati di omissione –; promettere di fare un po’ di deserto nella nostra vita, per percepire quello che il Signore si aspetta da ciascuno di noi.

Alla scuola del deserto. Appena arrivato al Cairo, chiedo di trascorrere il giorno seguente nel deserto. Me lo sconsigliano, perché i “fratelli musulmani” stanno creando parecchi problemi, per cui nel Paese non c’è sicurezza soprattutto per gli stranieri. Devo accontentarmi di giungere fino alle Piramidi, all’inizio del Sahara. Chiedo all’autista di lasciarmi solo, su una duna. Solo… Impossibile! Avvistato da un gruppetto di arabi, non ho più pace. Soprattutto i giovani vogliono parlare, parlare, parlare e cercare di vendere qualsiasi cosa io richieda.

Non si rassegnano all’idea che io non sia sposato e non abbia figli. Per loro la mia vita è assurda, inconcepibile e disumana. Gli arabi – musulmani – possono sposare quattro mogli e più figli hanno, più possono vantare di essere benedetti da Allah. Quanto alle richieste di vendermi qualsiasi cosa, non vogliono credere che non abbia un soldo in tasca. Di fronte all’evidenza, uno di loro – il più giovane – va a prendere per me un boccone di pane… Gli altri, invece, non mi danno tregua. Rientrando a casa penso che, quando imparerò a pregare il Signore con l’insistenza con la quale un arabo prega un essere umano per ottenere qualsiasi cosa, diventerò santo. Impresa ardua. Quanti anni di deserto mi occorreranno? E sarà veramente il deserto il luogo dove il Signore mi chiama?

Alla scuola dei monaci ortodossi. Cerco una risposta al mio desiderio di essere come Dio mi vuole recandomi in un’altra zona del deserto: lo Wadi El Natrun, ad un centinaio di chilometri dal Cairo, nella direzione di Alessandria. Lì sorge un grandissimo e suggestivo monastero ortodosso copto, diviso in due comunità, con trecentosessanta monaci. Monastero sorto nel quarto secolo, quando molti monaci si stanziarono in quella zona sulle orme dei primi Padri del deserto, seguendo in parte le regole monastiche suggerite da Sant’Antonio. Lì si era stabilito San Macario d’Egitto, intorno al 330. Molti monaci, eremiti e anacoreti vivevano in penitenza in quei luoghi, in piccolissime celle, mangiando quello che il deserto permetteva loro di trovare. La desolata regione divenne una delle zone più sacre del Cristianesimo.

Attualmente i monaci vivono di preghiera: recitano un centinaio di Salmi tutti i giorni. Ogni volta che si incrociano, si danno un lieve tocco di mano chiedendo perdono dei propri peccati. Sono rigorosamente vegetariani. Digiunano completamente ogni martedì e venerdì. Ognuno si dedica poi al lavoro che gli è più consono, sempre con la mente rivolta al Signore.

Il primo impatto con alcuni di loro è un po’ problematico, perché molti ortodossi guardano con sospetto ai teologi, mentre accusano gli Occidentali di voler raggiungere Dio con la loro intelligenza, anziché far ricorso al cuore, alle ispirazioni dello Spirito Santo. Si mostrano contenti che io chieda di vedere Sua Santità il Patriarca dei copti e sorpresi della mia preparazione sullo Spirito Santo, poiché molti di loro affermano che noi Europei, oltre a non mettere Dio al centro della nostra vita, ignoriamo il ruolo fondamentale dello Spirito Santo nella nostra esistenza.

La familiarità del mio rapporto con loro e l’insistenza – quasi come quella degli arabi del deserto… – di vedere come pregano e come vivono, abbattono alcune barriere: entro nella loro clausura e sono invitato a pranzo. Povero pranzo! Tre scodelline con tre tipi di minestra dal sapore indecifrabile, accompagnate da cinque piccoli limoni “cotti” nel sale, il cui sapore molto forte annulla il cattivo gusto di quel miserabile e misterioso cibo.
Da questi uomini di Dio m’interessa sapere che cosa possa apportare il deserto nella vita di una persona.

Scontato l’elogio del silenzio. Interessante la discussione sullo Spirito Santo, con l’immancabile critica agli Occidentali per la questione del “Filioque” (per gli ortodossi è un’eresia dire che Cristo procede anche dallo Spirito Santo, perché in questo modo a Lui sarebbe tolta la dovuta dignità di essere pari al Padre). Lo Spirito Santo è l’anima del credente, è la sua vita e santificazione, è la sua forza che si manifesta là dove il fedele ascolta con il cuore. Ascolto che trova il suo luogo più propizio proprio nel deserto.

Ma quando espongo ai monaci la mia sete del deserto, uno di loro non esita a mettermi in guardia contro la tentazione che nel deserto fugga da me stesso, per cercare “novità” nelle aspre solitudini e negli sconfinati spazi. Mi suggerisce di stare solo nella mia stanza, a lottare contro me stesso, contro la tentazione di cercare altrove quell’Infinito che c’è in me.

La mia stanza può diventare la mia cella eremitica. Nel silenzio creato attorno a me e dentro di me Dio mi parla, se faccio tacere un po’ la mia intelligenza e apro il mio cuore. Posso sì interrogare le cose perché mi dicano tutte qualche cosa di Dio. Mi daranno la stessa risposta che ha ricevuto Sant’Agostino: «Non uscire da te, ritorna in te stesso; la verità abita all’interno dell’uomo. E se troverai la tua natura mutevole, trascendi anche te stesso».

Valentino

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