Fascino e bellezza della vita

«Che cosa sanno i preti della famiglia?». Così mi interpella una donna che, disperata, porta in sé un prodigio, da lei… non voluto. Sa che la Chiesa continuamente parla della famiglia e mi sfida, mi provoca, forse per essere confutata nei terribili pensieri che si agitano nel suo animo. Conosce la dottrina della Chiesa essendo stata educata cristianamente, anzi… era stata anche aiuto catechista, quand’era giovane. Poi un passo discutibile: sposò un uomo con l’intenzione di liberarlo dai suoi problemi (sindrome dell’infermierina) e di riuscire a condurlo a Dio. Invece si era sempre più impoverita a tutti i livelli e la sua fede vacillava alquanto.

Incinta, pensa di convincermi sull’opportunità di abortire, accampando – tra l’altro – la scusa che la morale cattolica è stata formulata da uomini e per di più celibi, ignari di che cosa voglia dire vivere la vita di una famiglia. Non la contraddico su questo punto, anche se penso che la sua esperienza di famiglia sia limitata al suo nucleo familiare e a pochi altri, mentre noi preti siamo chiamati, ogni giorno, a entrare nell’intimità del santuario della coscienza di tante persone che a noi rivelano tutto, spesso anche troppo!

L’ascolto. La lascio sfogare. A momenti mi sembra di essere davanti a Giobbe, che fa violenza al cielo con frasi che apparentemente sanno di bestemmia, mentre sono una sofferta invocazione di aiuto a Dio e… a un ministro deputato a riconciliare cielo e terra e a ricorrere al balsamo della misericordia, per curare tante ferite.

E quando da me si aspetta una parola, per prima cosa mi viene spontaneo darle un abbraccio, che fa esplodere in lei tante contraddizioni e le procura un convulso pianto. Poi parlo in parabole, raccontandole i prodigi che la Provvidenza ha operato in chi ha deciso di portare avanti una gravidanza: quella che era temuta come una disgrazia, si è mutata nel dono più bello della vita. E parlo di una vita che può essere capita soltanto da chi l’ama.

Inno alla vita. Prima che la mamma se ne renda conto, una creatura palpita nel suo grembo. È già perfetta in sé. Dopo dodici ore dal concepimento, ha già in sé tutto quello che “la farà essere”, per tutta la sua vita. Come non amare questa creatura, stupenda fin dall’inizio della sua avventura unica, irripetibile, indicibilmente bella, con le sue luci e con quelle ombre che esaltano ancora di più la luce?

Un bimbo: mistero che commuove chi guarda con il cuore e vede in quell’essere bisognoso di tutti e di tutto un dono che Dio fa all’umanità, perché non invecchi e perché si rinnovi grazie al sogno che il Signore regala ad ogni culla. E restargli accanto, amarlo, dargli anticipi di fiducia, con la certezza che egli nella vita non farà altro che sviluppare quello che ha ricevuto dai genitori. Amarlo per ciò che è con la sua grandezza e con quei limiti che mostra subito, fin dal primo vagito. Amarlo perché ha bisogno dell’affetto di papà e mamma, tanto quanto il nutrimento.

I genitori vedono sempre belli i loro figli. Se è spontaneo amarli, è bello imparare da loro ad amare, con quella disarmante semplicità che fece dire a Cristo: «In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli».

E poi i bambini portano in casa gli amici. Che bello amare pure loro come figli! Anche quelli che sono poco simpatici. Anche quelli che disturbano o fanno del male. È ancora Cristo ad insegnarci: «Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete?».

E accanto ai figli si rivelano al meglio i nonni. Gli anziani si presentano non come un peso, ma come una risorsa. Fanno tenerezza nella loro fragilità e in quella debolezza che la fede rivela come forza.

Certamente con i figli non mancano preoccupazioni di ogni genere. Ma nelle difficoltà, nel dolore, nella malattia quante realtà positive si scoprono! Lo afferma chiaramente la Bibbia: «…l’uomo nella prosperità non comprende, è come gli animali che periscono». Giobbe avvalora questa tesi rivolgendosi così a Dio: «Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora (dopo avere sperimentato il dolore) i miei occhi ti vedono». E nell’ora della prova si fanno avanti gli amici, provvidenziali come quel tipo di vino che, più invecchia, più diventa buono.

Con i figli, con gli amici fedeli e con quelli che per qualsiasi motivo se ne sono andati… – non sono persi: l’averli amati non fu mai cosa vana, perché l’amato stesso è il premio dell’amore –, con tutti si può serenamente intraprendere quel viaggio che per il non credente è la fine della vita, mentre per chi crede è il vero inizio: la vita immortale.

Lode alla Provvidenza. Con queste e simili parole cerco di mostrare a quella mamma che vale la pena dare vita a quella vita che le palpita nel grembo. La invito a celebrare messa con me, lì, nel mio studio. Durante l’atto penitenziale le chiedo di darmi la gioia di sentirmi Dio nell’atto di assolvere il suo peccato, mentre pure io chiedo perdono se non sempre ho adeguatamente lodato il Signore per il privilegio di essere vivo, di potermi sentire utile alla società, di essere ministro di Riconciliazione.

Dopo pochi mesi quella madre torna a trovarmi con il suo bambino in braccio. Piange di gioia. Mette suo figlio sulle mie ginocchia sussurrando: «È più figlio tuo che mio».

Valentino

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