La giovanile voglia di famiglia

Le ferite dei preadolescenti. Chiamato a parlare della Nuova Evangelizzazione in una grossa parrocchia del Nord Italia, affascinato dai canti e dalla presenza di tanti ragazzi, alla fine dell’eucaristia dico che vorrei regalare ad ogni giovane dai quattordici ai venticinque anni un libro scritto appositamente per loro. Sorprendente il fatto che si verificò: ragazzi di dodici e tredici anni (forse seguendo il suggerimento dei loro catechisti) si accostarono al tavolo dove erano esposti i libri e presero di tutto meno quello che avevo consigliato, chiedendo che autografassi il libro da loro scelto.

Prima di farlo, domandavo come mai avessero preso quel particolare libro, e queste le risposte: «Ho scelto Uno di noi è Dio. Il Vangelo per la famiglia perché a casa mia non si prega mai insieme». «Ho scelto: Il sorriso dell’ottavo giorno. Litigio e riconciliazione, perché papà e mamma non fanno altro che litigare e questo mi fa stare molto male». «Ho scelto: La gioia di credere perché papà e mamma non vanno mai a messa, litigano sempre e ho paura che si separino»…

Chiesi al viceparroco di poter parlare con quei ragazzi, all’oratorio, per approfondire il tema della fede come fonte di gioia e per presentare Cristo come nostra pace. Il giovane sacerdote invitò i ragazzi a dirmi quello che li rendeva felici e quello che li rendeva tristi. In sintesi, emerse questo quadro: l’interesse maggiore di tutti è vivere l’amicizia, stare con i compagni e amici, divertirsi con la PlayStation. A scuola si va per socializzare. Va bene il catechismo e, ogni tanto, la messa domenicale, senza che questa sia sentita come un obbligo. E la famiglia?

Voglia di famiglia, nonostante… I ragazzi amano, e tanto, i loro genitori. Ma il loro amore si converte, spesso, in una grande sofferenza. Sperimentano tutto l’affetto dei genitori, ma intravedono in esso una trappola. Dipendono eccessivamente da loro, dal loro stato d’animo, dai loro (eccessivi) servizi, dalle rare gioie legate all’armonia familiare e dai frequenti litigi di papà e mamma. Sono schiacciati dalle paure: di perdere i genitori, nel caso morissero; di perdere il calore di una famiglia qualora si separassero; di deluderli; di restare soli; di essere abbandonati dagli amici; di dover affrontare situazioni definitive; di non realizzarsi nella vita. Paura. Paura. E paura della paura.

Per questa generazione tanto vulnerabile, fragile e omologata dovrebbero risuonare come un balsamo le parole dei vescovi al primo Sinodo sulla famiglia (2014): una accorata supplica ai cristiani di tutti i continenti perché formino soprattutto i giovani alla vita, mostrando gli inestimabili valori del progetto di Dio sulla coppia, in vista della loro stabile unione, del loro fecondo amore. “Voglia di famiglia” in tutti i continenti, anche là dove ci sono poligamia, promiscuità e divorzi in numero crescente.

Per rispondere a questa voglia, occorre una seria preparazione all’arte d’amare e una costante formazione a creare una famiglia che sia veramente un’oasi dello spirito, un luogo dove sia bello vivere assieme, pregare assieme, mangiare assieme. Se per formare un prete occorrono sette anni di teologia, per formare una famiglia ne occorrerebbero quattordici di seria riflessione, di gioiosa preparazione, di responsabile crescita nei valori spirituali, umani e morali. Imparare a vedere la vita, la fede e la religione alla luce del fascino di accogliere e realizzare il progetto di Dio sull’umanità. Ecco il cuore della sfida educativa: farsi curare, salvare ed educare dalla bellezza del matrimonio.

Un’ode all’amore coniugale. Così potremmo definire il messaggio dei vescovi al termine del loro Sinodo, nel quale le sfide più scottanti sono state bene sviscerate, con l’intento che quanto detto in questa assise serva come preparazione al Sinodo del 2015. Un’ode all’amore coniugale, considerato come «uno dei miracoli più belli». I vescovi sottolineano la luminosità del percorso dell’amore cristiano, dell’aiuto reciproco nelle famiglie, dell’amore che tende per sua natura a essere per sempre, fino a dare la vita per la persona che si ama, dell’amore coniugale, unico e indissolubile, che «persiste nonostante le tante difficoltà del limite umano e si diffonde attraverso la fecondità e la generatività».

La famiglia, Chiesa domestica, si allarga alla famiglia delle famiglie che è la comunità ecclesiale, che sente il bisogno di vivere ogni domenica la santa messa, «vertice che raccoglie e riassume tutti i fili della comunione con Dio e col prossimo».

E nella comunità ecclesiale, gli educatori dovrebbero avere il coraggio di affermare che spesso i figli sono “la fotocopia” dei genitori e che si formano all’amore per connaturalità, respirando il bene che circola tra papà e mamma (se ci fosse Dio tra di loro, tante tensioni sarebbero smussate). Dovrebbero educare all’amore, invitando tutti a non aver paura ad amare e ad essere amati. A non aver paura di tutto e di tutti. A puntare sull’autostima, con una reale percezione di sé, evitando il rischio di sminuirsi, o di sopravvalutarsi e di autoincensarsi. E dovrebbero sollecitare i genitori a insegnare ai figli che il pudore – l’arte di riservare il proprio corpo alla persona amata – non è una invenzione dei preti, ma era presente fin dal paradiso terrestre, quando Adamo ed Eva si accorsero di essere nudi. A educare i figli al sacrificio, alle rinunce, all’impegno nello studio e nel lavoro. A farli stare assieme quando litigano, in modo che imparino a fare chiarezza, autodiagnosi e darsi una cura da soli. A leggere molto, non solo preoccuparsi perché papà e mamma leggano il mio libro sull’arte del litigare…

In sintesi, tutto può essere riassunto con il messaggio finale dei vescovi del Sinodo: un invito ad una costante preghiera affinché il Signore doni sposi forti e saggi, giovani coraggiosi nell’impegno stabile e fedele, e una Chiesa sempre più fedele e credibile, per un mondo capace di amare «la verità, la giustizia e la misericordia». Con questo costante impegno nella preghiera, l’ode all’amore coniugale porterà frutti, legati all’assunzione di responsabilità dei singoli di dare il proprio contributo affinché la famiglia sia realmente come la sognano ancora molti dei nostri giovani.

Valentino

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