Gioia e gesti in fedeltà al Vangelo

Gioia, indice della fede. Dal pellegrinaggio al santuario della Vergine di Aparecida, al ghetto di Varginha – una delle più povere favelas di Rio de Janeiro – per quanto riguarda il Brasile; da Cassano all’Ionio a Campobasso, due piccole realtà dell’Italia meridionale: scelta delle periferie, ovunque lo stesso metodo e analoghi i messaggi. Così si comporta papa Francesco. Pure nelle situazioni più scabrose, non solo comunica un messaggio di coraggiosa fiducia nella Vita e nella Provvidenza, ma scandisce chiaro l’invito a non lasciarsi rubare la speranza e la gioia, tipiche dell’uomo di fede.

A tutti mostra il sorriso e la gioia del suo volto, anche quando gli scendono alcune lacrime. Incarna la Chiesa della gioia, della simpatia umana. Contagia tutti e a molti scalda il cuore.

Ogni scelta studiata e ogni gesto spontaneo sono catechesi viventi: nelle periferie piagate dalla fame, negli ospedali, nelle carceri, davanti alle folle che si attendono parole precise nei confronti della mafia e della ’ndrangheta – i cui aderenti non esita a scomunicare – riesce a parlare di una gioia che non può essere tolta al cristiano, come ha promesso il Maestro: «Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15,9-11).

Messaggi brevi e inequivocabili: «Mantenere la speranza», «Lasciarsi sorprendere da Dio», «Vivere nella gioia». E il motivo è semplice: «Gesù ci ha mostrato che il volto di Dio è quello di un Padre che ci ama. Il peccato e la morte sono stati sconfitti. Il cristiano non può essere pessimista! Non ha la faccia di chi sembra trovarsi in un lutto perpetuo. Se siamo davvero innamorati di Cristo e sentiamo quanto ci ama, il nostro cuore si “infiammerà” di una gioia tale che contagerà quanti vivono vicini a noi».

Il Papa sostiene con convinzione che la gioia è un indice, forse il più importante, della nostra fede. Se scarseggia la prima, anche la seconda è in pericolo… se pure c’è. 

Nelle contraddizioni della vita, nella fatica, persino nel pianto è possibile essere sereni e sperimentare una gioia di fondo. Noi credenti abbiamo i mezzi per ribaltare, rivoluzionare tutto, perché «…la fede compie nella nostra vita una rivoluzione che potremmo chiamare copernicana: ci toglie dal centro e mette al centro Dio».

Gioia, motore dell’evangelizzazione. Chi ha incontrato Cristo, grazie a una forte esperienza di fede – sia a livello personale, come in una comunità – si sente invaso da una gioia così grande da sentire il bisogno di gridarla dai tetti. La gioia è contagiosa e rende missionari: senza di essa non si può uscire dalla Chiesa e da se stessi per andare nelle periferie del mondo. Afferma ancora papa Francesco: «La gioia non può diventare ferma: deve andare. La gioia è una virtù pellegrina. È un dono che cammina, che cammina sulla strada della vita, cammina con Gesù: predicare, annunziare Gesù, la gioia, allunga la strada e allarga la strada».

Parlare di evangelizzazione non implica, in primo luogo, occuparsi di quanti ancora non conoscono Cristo – anche se questo pensiero è essenziale per ogni battezzato – bensì rendersi conto dell’urgenza di portare la Buona Novella nei nostri ambienti, grazie alla testimonianza di una vita trascorsa nella gioia di compiere, giorno dopo giorno, il nostro dovere. Non ci sono richiesti gesti eclatanti, ma significativi. Gesti posti anche in silenzio, basta che siano in sé eloquenti: un sorriso a chi non ci parla; una stretta di mano a chi ha mentito sul nostro conto; un caffè offerto a chi si ostina a non salutarci; un mazzo di fiori e una scatola di cioccolatini a chi compie gli anni, solo, in una casa per anziani…

I gesti parlano da soli. E papa Francesco è un maestro nel porli. Ha proprio l’arte di donarci segni più eloquenti di mille parole. Paradigmatici quelli posti nella Terra Santa, dove non ha parlato dei muri, ma li ha toccati. Gesto semplice, inedito e provocante quello di toccare il muro della divisione tra i due popoli. Messaggio chiaro per i Palestinesi e gli Israeliani: non una parola, ma la mano sul muro, poi la fronte e infine la benedizione.

Da notare che era stato sconsigliato al Papa di fermarsi in quel luogo. E lui, espressamente, ha compiuto un segno che vale più di una enciclica. Lo stesso rito al muro del pianto, dove ha posto un foglio sul quale aveva scritto in spagnolo, di suo pugno, il “Padre nostro”.

Non ha quindi parlato dei muri: li ha benedetti, toccati e baciati per esprimere a tutti, in silenzio, quanto poi dirà al Gran Mufti di Gerusalemme: «Impariamo a comprendere il dolore dell’altro». E ai presidenti dei due popoli, sconcertati dal gesto, ha lanciato una provocazione, inaudita ed essa pure sconsigliata da alcuni membri eminenti del Vaticano: l’invito a invocare la pace «nella casa del papa». Sarebbe stato possibile dire di no ad un “folle” – la sana follia evangelica! – che mette in pratica ciò che scrive nell’Esortazione Apostolica Evangelii gaudium (n.129) sulla necessità di osare, rischiare, smuovere le acque?

Ecco le parole del Papa: «Non si deve pensare che l’annuncio evangelico sia da trasmettere sempre con determinate formule stabilite, o con parole precise che esprimano un contenuto assolutamente invariabile. […] a volte la paura ci paralizza troppo. Se consentiamo ai dubbi e ai timori di soffocare qualsiasi audacia, può accadere che, al posto di essere creativi, semplicemente noi restiamo comodi senza provocare alcun avanzamento e, in tal caso, non saremo partecipi di processi storici con la nostra cooperazione, ma semplicemente spettatori di una sterile stagnazione della Chiesa».

Per essere fedele al Vangelo. Il cardinale Théodore-Adrien Sarr, arcivescovo metropolita di Dakar, mi ha introdotto al dramma immane di quanti lasciano il Senegal sognando un mondo migliore e un futuro per i loro familiari e… sono sepolti nella tomba del mare. Persone in cerca di salvezza, animate da tanta speranza, messe in moto da un sogno e rigettate nei fondali marini, o ingoiate dal deserto.

Che ne è dei tanto proclamati diritti dell’uomo? Non dovrebbero, questi, essere cementati sulla pietra miliare della dignità di ogni essere umano? A che serve proclamarli se poi ci sentiamo appagati delle nostre formulazioni, in pratica cancellate dalla nostra ignavia e dalla sorda pigrizia del cuore, che a tutto si abitua e tutto racchiude nella statistiche, nei casi, nei freddi annunci dei mass media?

E come il cardinale Sarr, tanti altri vescovi riportano le stesse domande a papa Francesco che, al di là di ogni convenienza politica e di ogni suggerimento di chi lo invitava a non raggiungere Lampedusa, vi si reca, per dimostrare che non bastano le parole e le altisonanti dichiarazioni di principio sulla dignità umana. Le parole non bastano. Bisogna verificarle con scelte che dimostrino una autentica fedeltà agli esseri umani e alla creazione. Fedeltà al Vangelo.

Valentino

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