Perdono, accettazione, accoglienza

La maschera della felicità. Il gruppetto di adolescenti, seduti sul muretto della piazza, si fa notare per le risate senza fine: i ragazzi gareggiano nell’essere brillanti nelle loro “sparate”: fa niente se il cuore piange, bisogna essere affascinanti, perché ogni battuta spiritosa serve a guadagnare punti agli occhi degli amici.

La venticinquenne, da poco lasciata dal suo convivente dopo tre anni di folli amori si mostra sorridente, come se nulla fosse capitato, anzi ostentando la gioia di sentirsi di nuovo libera.

Il giovane imprenditore ha problemi con la sua azienda, ma non può apparire triste – miseria chiama miseria… – e allora continua uno stile di vita che dimostri a tutti che gli affari vanno bene.

E gli esempi si potrebbero moltiplicare all’infinito: la società dell’“apparire” e la mancanza di autostima portano molte persone a mettere la maschera della felicità. «Niente di nuovo sotto il sole». Si ritorna allo schema antico: «Va tutto bene, signora la marchesa»…

Siamo di fronte a persone che non ammettono di sbagliare; quando peccano non si perdonano; non accettano se stesse e la maggior parte del genere umano; non sanno accogliere gli altri nella propria vita. Sono lungi dal capire il mistero della Incarnazione: Dio si fa uomo e accetta tutto quello che è umano. Scende non solo sulla terra, ma agli inferi, vale a dire: si fa in certo qual modo peccato, prende su di sé il male del mondo per distruggerlo nella sua carne, con la morte in croce.

Sarebbe bello poter suggerire a questa generazione, che non accetta il limite, di trovare un rimedio ai propri mali nella lettura del Vangelo. Ma se ciò fosse dato per scontato, ecco un libro interessante: La ligne bleue, di Ingrid Betancourt. Si tratta di un romanzo che indirettamente parla della scrittrice, che per sei anni è stata ostaggio delle “Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia”. Ora si dedica alla politica, intesa come la più alta forma di carità: va insegnando la necessità di perdonare, di accettare la vita come grazia – anche nei momenti più bui –, di aggrapparsi a Dio come incomparabile forza per vincere ogni avversità.

Conoscere se stessi. Nella giungla, dov’era prigioniera, Ingrid Betancourt ha imparato a conoscere se stessa e gli altri, cercando il bene presente in tutti e in tutto, anche quando il male sembra prevalere in modo schiacciante sul bene.

Nel silenzio della nostra stanza o in un luogo appartato, in mezzo ad una natura che favorisca la meditazione, noi impariamo a conoscere noi stessi, a gustare il privilegio di essere stati creati, di vivere, di appartenere ad una umanità che è grande anche nei suoi limiti. E tutto ciò aiuta ad andare oltre le nostre tenebre, a superare le paure, a non sentirci schiacciati dai nostri limiti: la mancanza di opportunità, il venire meno degli amici, la perdita delle forze fisiche e mentali.

Perdonarsi e perdonare. È liberante l’atteggiamento di chi impara a sorridere dei propri limiti e a perdonare quegli errori che inevitabilmente tutti compiamo, anche con le migliori intenzioni. Chi non perdona rimane schiavo di vecchi condizionamenti, delle proprie emozioni, di chi ci ha fatto del male nel passato e nel presente continua a farlo nel nostro ricordo, non risanato dalla costante meditazione sulla misericordia, sulla pietà e sulla compassione.

Ci si libera grazie all’incessante esercizio di tornare sempre da capo, coscienti che non si raggiunge la santità quando si smette di sbagliare, ma quando ci impegniamo a risorgere ogni giorno dal nostro peccato.
Il processo di autoliberazione non è automatico e non può produrre buoni frutti, se noi ci basiamo unicamente sulle nostre forze intellettuali e umane. Occorre dare allo spirito il posto che gli conviene, armonizzare corpo e spirito, nella consapevolezza di essere chiamati a vivere intensamente il presente nella gioia, come continua a ripetere papa Francesco.

Ingrid rilascia continuamente tante interviste, nelle quali testimonia che è «stata trasformata dalla preghiera. Di fronte alla violenza ci sono due strade: diventare vendicativi o seguire quello che Gesù ci ha mostrato». Egli ci chiede di amare i nostri nemici. Ci chiede troppo? L’ideale è molto alto, ma Gesù ci dà il mezzo per raggiungerlo: la preghiera. Il pregare aiuta a vincere ogni ostacolo, a sopportare prigionia e sequestro: «Durante tutti i miei anni di prigionia ho sentito la mano di Dio su di me».

Possiamo trovare queste stesse idee nel libro di Bernhard Häring Ho visto la bontà liberatrice. Il teologo tedesco parla della terribile esperienza vissuta in Russia, durante la seconda guerra mondiale. Anziché descrivere gli orrori di quella guerra, parla dei benefici ricevuti dai polacchi, dai russi e da quei tedeschi che lo aiutavano ad opporsi a Hitler, durante i quattro terribili processi avuti davanti ai generali della Gestapo. L’uomo di fede denuncia, non demorde, perdona e trova la pace interiore nel cercare ovunque semi di verità e di bellezza, ma soprattutto “respirando” la pace con la preghiera.

Dal perdono all’accettazione, all’accoglienza e all’amore. Sull’esempio del Maestro il cristiano non solo perdona, ma impara ad amare secondo l’ideale proposto nel Discorso della montagna. «L’amore è necessario – dice Bentancourt –. Sì, ho cominciato un cammino di perdono. Sono riuscita a perdonare, e non solo ai miei sequestratori. Ho perdonato anche quelli che erano prigionieri con me, con i quali talvolta ci sono stati momenti molto difficili. Ho perdonato quei miei amici che non si sono ricordati di noi, quelle persone sulle quali si fa affidamento e che sono mancate; quelle persone che amavo e che hanno detto delle cose orribili…».
La possibilità di accettare, accogliere e amare è un dono concesso da Dio a chi lo cerca e si lascia da Lui cercare.
È Lui il tesoro, ma siamo noi le sue pietre preziose. Noi siamo il suo campo e i suoi diademi, ed Egli fa di tutto per possedere quel campo che siamo noi. Sembra non riuscire a stare bene senza di noi. Ad ogni costo vuole la nostra felicità, in ogni circostanza della nostra vita. Perché ovunque si può trovare il Signore: «Ho scoperto la fede in Dio durante la mia prigionia – conclude Ingrid –. Fino ad allora, la mia fede era basata sul ritualismo: come molti cattolici, andavo a messa, pregavo, ma la mia conoscenza di Dio era molto limitata. Quando mi sono ritrovata nella giungla, ho avuto molto tempo e per unica lettura la Bibbia. Ho avuto il piacere, in sei anni, di leggerla, di meditarla. […] La prigionia mi ha permesso di capire chi è Dio, di stabilire una relazione con lui, con molta ammirazione, molto amore ma – soprattutto – comprendendo chi è, attraverso la sua parola. Per me non si tratta di parole vuote ma di una realtà: leggendo la Bibbia, ho compreso il carattere di Dio; non è solo una luce, un’energia o soltanto una forza, ma è una Parola, qualcuno che vuole comunicare con me. […] Ho sentito la voce di Dio in un modo assai umano e molto concreto. Leggevo e rileggevo alcuni passaggi dicendomi: “Questo è stato scritto per me!”».

Gli adolescenti sul muretto, la venticinquenne abbandonata dal convivente, l’imprenditore in crisi e tutti, tutti noi non abbiamo bisogno di sei anni di sequestro nella giungla per capire il senso della vita e per scoprire quanto Dio possa contribuire a renderla bella. Basta mezz’ora di silenzio al giorno, meditando una pagina della Bibbia. La Parola aiuta a capire Dio, se stessi e la vita. E quando si capisce, si riesce a perdonare, accettare, accogliere.

Valentino

Commenti

  1. Bruno
    set 15, 10:08 #

    mi hai aperto ancora un altro modo di vedere e leggere la vita.
    grazie
    Bruno

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