Quale Chiesa per il Terzo Millennio?

La tristezza di un papa. Timido, dotato di riserbo, schivo, voce e sguardi profondi, estremamente rispettoso di tutti, amante del dialogo personale e… meno delle masse, un po’ amletico, per timore che una frase categorica potesse ferire una persona, desideroso di essere per tutti un padre. Così ho visto Paolo VI, negli anni in cui studiavo filosofia e teologia a Roma, al termine del Concilio Vaticano II.

Gli avevo servito messa una mattina presto, nelle Grotte Vaticane. Mi aveva impressionato per le occhiaie nere, come uno che fosse stanchissimo e non avesse chiuso occhio per tutta la notte. E dopo tanti anni, ancora mi sembra di sentire la sua profonda voce quando mi chiese: «Chi sei?», domanda interessante per un diciannovenne, in cerca della sua vocazione… E altri incontri, come quando mi chiese di dargli la Bibbia che portavo sotto il braccio. La lesse davanti agli studenti del Seminario Romano: era il brano in cui il Risorto dice a Pietro: «Tu seguimi». Lo commentò, sottolineando che non si vergognava di proporre a giovani ventenni di seguire il Crocefisso. Precisò di essere al corrente del fatto che qualcuno lo chiamasse “Paolo mesto”, e soggiunse: «La mia tristezza consiste nel non riuscire a far capire alla gente quanta gioia ci sia nel portare dignitosamente la propria croce».

Gioia anche nelle sofferenze: lo stesso messaggio che sta dando papa Francesco, che eleva papa Montini agli onori degli altari. Con questa decisione l’attuale pontefice toglie dall’ombra Paolo VI, dimostra di essere sulla sua stessa linea di pensiero riguardo all’interpretazione del Concilio, esalta la sua la teologia e il suo concetto di “missione” riassunto nell’Esortazione Apostolica Evangelii Nuntiandi: «L’impegno di annunziare il Vangelo agli uomini del nostro tempo animati dalla speranza, ma, parimente, spesso travagliati dalla paura e dall’angoscia, è senza alcun dubbio un servizio reso non solo alla comunità cristiana, ma anche a tutta l’umanità. Di qui il dovere di incoraggiare i nostri fratelli nella missione di evangelizzatori, affinché, in questi tempi d’incertezza e di disordine, essi la compiano con amore, zelo e gioia sempre maggiori». Scriveva inoltre: «Occorre evangelizzare – non in maniera decorativa, a somiglianza di vernice superficiale, ma in modo vitale, in profondità e fino alle radici – la cultura e le culture dell’uomo».

In ascolto dei testimoni. Nell’Evangelii Nuntiandi, Paolo VI afferma: «L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni». Aveva già pronunciato questa frase nel 1974, al Pontificio Consiglio per i laici, durante un discorso che metteva in evidenza l’identità del testimone: una persona che attesta l’evento visto e di cui è stata partecipe. Non solo coerente, ma aperta al mistero. Corpo che lascia trasparire l’Invisibile.
I punti nodali di quel discorso sono i seguenti:

  • - È essenziale la testimonianza personale e l’unità dei vari testimoni del Vangelo tra loro e con i loro Vescovi.
  • - L’uomo moderno, impegnato nella conquista e nell’utilizzazione della materia, ha fame di qualcos’altro, prova una strana solitudine.
  • - Il cristiano che si dona completamente a Gesù Cristo conosce un altro mistero che è più insondabile della materia: il mistero di Dio che invita l’uomo a una condivisione di vita in una comunione senza fine con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.
  • - Gli uomini di questo tempo sono degli esseri fragili che conoscono facilmente l’insicurezza, la paura, l’angoscia. Tanti si chiedono se siano accettati da coloro che li circondano.
  • - I nostri fratelli umani hanno bisogno di incontrare altri fratelli che irradino la serenità, la gioia, la speranza, la carità, malgrado le prove e le contraddizioni che toccano anche loro.
  • - Essere il testimone della potenza di Dio che opera nella sorprendente e sempre nuova fragilità umana, non vuol dire alienare l’uomo, ma proporgli dei percorsi di libertà.
  • - Le nuove generazioni vorrebbero incontrare più testimoni dell’Assoluto. Il mondo attende il passaggio dei santi.
  • - Chi tenta di vivere il Vangelo appare come colui che ha trovato un senso, una realizzazione alla sua vita, lontano dai sistemi antropocentrici e oppressivi.
  • - La Chiesa renderebbe sterile il Vangelo e se stessa se proclamasse solo un ideale astratto, per quanto ben presentato, senza che i laici concretizzassero questo ideale, come lievito nascosto nella pasta.

Una Chiesa più libera e meno clericale. Leggendo i segni dei tempi sulla base del magistero dei papi – da Giovanni XXIII ad oggi – si potrebbe dire che la Chiesa, finalmente, sta cercando di attuare quanto scrisse Antonio Rosmini in Delle cinque piaghe della santa Chiesa. Il grande prete roveretano ha avuto un “difetto”, da lui vissuto con serenità: l’aver visto le cose prima degli altri e aver avuto il coraggio di scriverle nel libro citato. Libro allora messo all’indice ed ora rivalutato con la beatificazione del suo autore.

Rosmini proponeva: un rinnovamento liturgico; la formazione del clero e dei laici (fine del clericalismo); la comunione tra i vescovi e la sinodalità; la revisione del modo di nominare i vescovi; la povertà della Chiesa.
Sulle sue orme papa Francesco richiama all’unità e al rinnovamento della Chiesa, che deve essere libera da protezioni, garanzie, sicurezze, posizioni di potere, per testimoniare fino in fondo la gioia di credere nel Vangelo e di poterlo proporre a tutti. Povera di beni terreni e ricca di virtù evangeliche.

Una delle piaghe attuali della Chiesa è il clericalismo, da non legare necessariamente al desiderio dei preti e dei vescovi di detenere il potere, perché molti laici che frequentano le nostre diocesi e parrocchie sono più clericali dei preti. Non la volontà di potere, ma la responsabilità del servizio deve caratterizzare il comportamento di tutti i battezzati.

La Chiesa, inoltre, non deve essere centrata su se stessa, ma essere “missionaria”, orientata al bene e al servizio della comunità umana; non succube di leader più o meno carismatici, ma libera da ogni forma di “ingessature”; non schiava di spiriti settari e dedita alla critica di chi non è in linea con la proprie posizioni, ma contenta di valorizzare le differenze di opinioni, di stili di vita, di modi di pregare; non legata ad un partito politico, ma capace di generare cattolici impegnati nella politica con spirito di gratuità, privo di interessi personale, nella coscienza che ovunque si può, anzi, si deve testimoniare la gioia di essere seguaci di Cristo.

Valentino

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