Quali prospettive per i divorziati?

«Che cosa hanno fatto di male?». A trent’anni, con due figli, era stato abbandonato dalla moglie, innamorata di un altro uomo. I figli erano stati affidati alla madre, che faceva di tutto per non farli vedere al papà, sistematicamente denigrato ai loro occhi. Per un po’ riuscì a portare con dignità la sua croce. Poi passò a seconde nozze – con rito civile – con una brava giovane, dotata di tanta fede, desiderosa di avere una famiglia timorata di Dio.

Ebbero tre figli, cresciuti all’”ombra del tempio”, come canta Fabrizio De André parlando dell’infanzia di Maria: «Dicono fosse un angelo a raccontarti le ore, a misurarti il tempo fra cibo e Signore».
Quando il terzogenito ebbe otto anni, mentre si preparava alla prima comunione, espresse il desiderio di parlarmi in privato: «Perché il parroco non vuole dare la comunione ai miei genitori? Che cosa hanno fatto di male? Lo sai che li ho visti piangere perché non possono prendere l’ostia?».

Andai dal loro vescovo. Gli feci un riassunto di quanto mi avevano detto Bernhard Häring (all’inizio degli anni Settanta) e Basilio Petrà (a metà degli anni Ottanta) sul problema dei divorziati risposati. Garantii che conoscevo quella coppia, da circa trent’anni: la loro situazione presentava tutte quelle caratteristiche che spingono a cercare una soluzione appellandosi alla divina misericordia, e ricorrendo alla morale più che alla legge. La risposta fu: «Di’ loro di ricevere la comunione in una parrocchia dove non sono conosciuti, per evitare l’eventuale scandalo».

Questo vescovo, andando oltre le prescrizioni del Diritto Canonico, si è appellato ai più liberanti principi della morale tradizionale: i sacramenti sono per l’uomo e «la salvezza delle anime deve essere sempre per la Chiesa la legge suprema». Su questo argomento scottante, papa Francesco si pronuncerà dopo i due Sinodi sulla famiglia, fra circa tre anni. Per il momento cerco di mettere a fuoco il problema, riassumendo la posizione dei due teologi con i quali collaborai all’Accademia Alfonsiana, presso l’Università del Laterano.

La teologia e la prassi dell’Oriente cristiano. Bernhard Häring afferma che nelle Chiese orientali si guarda soprattutto alla «morte morale» di un matrimonio, quando «una convivenza produce effetti contrari alla salvezza ed all’integrità di uno dei due coniugi». Colui che nel 1957 ribaltò la morale cristiana con il capolavoro “La legge di Cristo”, tradotto in diciassette lingue nel giro di un anno, ribadisce il concetto che al di là di una concezione rituale – e molto più al di là di formule canoniche – al primo posto si devono mettere le persone, perché, come recita il titolo di un suo libro: “La morale è per la persona”. Prima viene l’uomo, poi l’integrità dell’istituzione.

Supposto che il divorziato sia un peccatore, deve essere escluso dalla misericordia del Signore? Che cosa implica la negazione dell’assoluzione? E chi non riceve la comunione eucaristica, non si sente forse come se fosse praticamente uno scomunicato? Se la misericordia di Dio si applica ai più grandi crimini di tutti i tipi, perché non si applica ai divorziati?

Häring, inoltre, si basa sulla teologia di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori per riaffermare che è ingiusto addossare alle persone dei pesi legali quando non risulti con sufficiente chiarezza che sono voluti da Dio.
Il teologo tedesco invita i cattolici a considerare la prassi delle Chiese ortodosse, che riammettono i fedeli a seconde nozze, con un matrimonio non solenne e non privo di un carattere penitenziale, ma pur sempre un matrimonio. Invita inoltre ad avvalersi dell’ausilio delle scienze umane: un approccio multidisciplinare. Ciò porterà alla ricerca di un’adeguata terapia per quel coniuge che si fosse comportato in modo tale da pregiudicare la prima unione. E questo per il suo bene e per quello del futuro partner.

Di fronte all’irreversibile fallimento matrimoniale. Basilio Petrà – professore ordinario di teologia morale presso la Facoltà teologica dell’Italia centrale – esprime le sue riflessioni sul fallimento dell’unione coniugale, posto il caso che si verifichino queste tre condizioni: «l’impossibilità di continuazione o ricostituzione della prima unione; l’impossibilità o l’estrema onerosità dell’individuazione di cause di nullità della prima unione; la ricostituzione di una nuova unione stabile, con o senza figli».

La persona che ha fallito il suo matrimonio deve sentirsi ribadire dalla Chiesa l’obbligo di restare sola per tutta la vita? Non rischia, la Chiesa, di caricare una persona di un peso insopportabile, che la rende prigioniera del suo passato? Non l’accusa implicitamente di essere il suo peccato, per sempre? Il rapporto della Chiesa con i fedeli, non deve forse essere terapeutico e salvifico?

Naturalmente, le persone che chiedono di essere risposate davanti a Dio, devono essere desiderose di partecipare pienamente alla vita della Chiesa, devono avere un’attitudine al pentimento e mostrare la volontà di sanare le ferite della vita passata.

Più incontri con il vescovo, o con un suo delegato, mireranno a “vagliare i motivi del fallimento, valutare la nuova situazione, discernere la buona volontà delle persone, programmare un cammino verso il pieno ristabilimento della comunione con la Chiesa”. Questo cammino deve prevedere l’inserimento progressivo della nuova coppia nella comunità.

Ecco l’idea centrale della teologia di Petrà: «Come la Chiesa sulle orme pastorali di Paolo è andata incontro alla fragilità della condizione vedovile consentendo le nuove nozze, così potrebbe ammettere oggi (data la fragilità impressionante del matrimonio nelle nostre culture) a nuove nozze – in un contesto di irreversibile fallimento, di pentimento, di seria volontà coniugale nella nuova unione –, senza porsi la questione della compatibilità del vincolo precedente con la celebrazione di nuove nozze nella Chiesa, questione da lasciarsi del tutto alla sapienza di Dio, come già nel caso dei matrimoni vedovili».

È importante che si parli non di ammissione alla comunione dei risposati, ma di una nuova celebrazione del matrimonio, altrimenti si verrebbe a creare la situazione di due tipi di matrimonio: uno celebrato solennemente come vero sacramento, e l’altro informale, non sacramentale, non vero secondo la dottrina tradizionale della Chiesa. Come se la seconda unione fosse semplicemente tollerata, anomala, senz’altro non sacramentale. La semplice ammissione alla comunione non farebbe incorrere nel pericolo di indebolire e di svilire il senso e la necessità del matrimonio sacramento?

Nell’attesa che lo Spirito Santo illumini il Papa sugli orientamenti pastorali nei confronti dei divorziati risposati, tu, in docile ascolto dello Spirito Santo che in te vive e ama, che cosa proporresti ad una coppia che si trova nelle situazioni descritte, e all’eventuale loro figlio che ti chiedesse perché i suoi genitori non possono accostarsi ai sacramenti?

Valentino