Quali prospettive per i divorziati?

«Che cosa hanno fatto di male?». A trent’anni, con due figli, era stato abbandonato dalla moglie, innamorata di un altro uomo. I figli erano stati affidati alla madre, che faceva di tutto per non farli vedere al papà, sistematicamente denigrato ai loro occhi. Per un po’ riuscì a portare con dignità la sua croce. Poi passò a seconde nozze – con rito civile – con una brava giovane, dotata di tanta fede, desiderosa di avere una famiglia timorata di Dio.

Ebbero tre figli, cresciuti all’”ombra del tempio”, come canta Fabrizio De André parlando dell’infanzia di Maria: «Dicono fosse un angelo a raccontarti le ore, a misurarti il tempo fra cibo e Signore».
Quando il terzogenito ebbe otto anni, mentre si preparava alla prima comunione, espresse il desiderio di parlarmi in privato: «Perché il parroco non vuole dare la comunione ai miei genitori? Che cosa hanno fatto di male? Lo sai che li ho visti piangere perché non possono prendere l’ostia?».

Andai dal loro vescovo. Gli feci un riassunto di quanto mi avevano detto Bernhard Häring (all’inizio degli anni Settanta) e Basilio Petrà (a metà degli anni Ottanta) sul problema dei divorziati risposati. Garantii che conoscevo quella coppia, da circa trent’anni: la loro situazione presentava tutte quelle caratteristiche che spingono a cercare una soluzione appellandosi alla divina misericordia, e ricorrendo alla morale più che alla legge. La risposta fu: «Di’ loro di ricevere la comunione in una parrocchia dove non sono conosciuti, per evitare l’eventuale scandalo».

Questo vescovo, andando oltre le prescrizioni del Diritto Canonico, si è appellato ai più liberanti principi della morale tradizionale: i sacramenti sono per l’uomo e «la salvezza delle anime deve essere sempre per la Chiesa la legge suprema». Su questo argomento scottante, papa Francesco si pronuncerà dopo i due Sinodi sulla famiglia, fra circa tre anni. Per il momento cerco di mettere a fuoco il problema, riassumendo la posizione dei due teologi con i quali collaborai all’Accademia Alfonsiana, presso l’Università del Laterano.

La teologia e la prassi dell’Oriente cristiano. Bernhard Häring afferma che nelle Chiese orientali si guarda soprattutto alla «morte morale» di un matrimonio, quando «una convivenza produce effetti contrari alla salvezza ed all’integrità di uno dei due coniugi». Colui che nel 1957 ribaltò la morale cristiana con il capolavoro “La legge di Cristo”, tradotto in diciassette lingue nel giro di un anno, ribadisce il concetto che al di là di una concezione rituale – e molto più al di là di formule canoniche – al primo posto si devono mettere le persone, perché, come recita il titolo di un suo libro: “La morale è per la persona”. Prima viene l’uomo, poi l’integrità dell’istituzione.

Supposto che il divorziato sia un peccatore, deve essere escluso dalla misericordia del Signore? Che cosa implica la negazione dell’assoluzione? E chi non riceve la comunione eucaristica, non si sente forse come se fosse praticamente uno scomunicato? Se la misericordia di Dio si applica ai più grandi crimini di tutti i tipi, perché non si applica ai divorziati?

Häring, inoltre, si basa sulla teologia di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori per riaffermare che è ingiusto addossare alle persone dei pesi legali quando non risulti con sufficiente chiarezza che sono voluti da Dio.
Il teologo tedesco invita i cattolici a considerare la prassi delle Chiese ortodosse, che riammettono i fedeli a seconde nozze, con un matrimonio non solenne e non privo di un carattere penitenziale, ma pur sempre un matrimonio. Invita inoltre ad avvalersi dell’ausilio delle scienze umane: un approccio multidisciplinare. Ciò porterà alla ricerca di un’adeguata terapia per quel coniuge che si fosse comportato in modo tale da pregiudicare la prima unione. E questo per il suo bene e per quello del futuro partner.

Di fronte all’irreversibile fallimento matrimoniale. Basilio Petrà – professore ordinario di teologia morale presso la Facoltà teologica dell’Italia centrale – esprime le sue riflessioni sul fallimento dell’unione coniugale, posto il caso che si verifichino queste tre condizioni: «l’impossibilità di continuazione o ricostituzione della prima unione; l’impossibilità o l’estrema onerosità dell’individuazione di cause di nullità della prima unione; la ricostituzione di una nuova unione stabile, con o senza figli».

La persona che ha fallito il suo matrimonio deve sentirsi ribadire dalla Chiesa l’obbligo di restare sola per tutta la vita? Non rischia, la Chiesa, di caricare una persona di un peso insopportabile, che la rende prigioniera del suo passato? Non l’accusa implicitamente di essere il suo peccato, per sempre? Il rapporto della Chiesa con i fedeli, non deve forse essere terapeutico e salvifico?

Naturalmente, le persone che chiedono di essere risposate davanti a Dio, devono essere desiderose di partecipare pienamente alla vita della Chiesa, devono avere un’attitudine al pentimento e mostrare la volontà di sanare le ferite della vita passata.

Più incontri con il vescovo, o con un suo delegato, mireranno a “vagliare i motivi del fallimento, valutare la nuova situazione, discernere la buona volontà delle persone, programmare un cammino verso il pieno ristabilimento della comunione con la Chiesa”. Questo cammino deve prevedere l’inserimento progressivo della nuova coppia nella comunità.

Ecco l’idea centrale della teologia di Petrà: «Come la Chiesa sulle orme pastorali di Paolo è andata incontro alla fragilità della condizione vedovile consentendo le nuove nozze, così potrebbe ammettere oggi (data la fragilità impressionante del matrimonio nelle nostre culture) a nuove nozze – in un contesto di irreversibile fallimento, di pentimento, di seria volontà coniugale nella nuova unione –, senza porsi la questione della compatibilità del vincolo precedente con la celebrazione di nuove nozze nella Chiesa, questione da lasciarsi del tutto alla sapienza di Dio, come già nel caso dei matrimoni vedovili».

È importante che si parli non di ammissione alla comunione dei risposati, ma di una nuova celebrazione del matrimonio, altrimenti si verrebbe a creare la situazione di due tipi di matrimonio: uno celebrato solennemente come vero sacramento, e l’altro informale, non sacramentale, non vero secondo la dottrina tradizionale della Chiesa. Come se la seconda unione fosse semplicemente tollerata, anomala, senz’altro non sacramentale. La semplice ammissione alla comunione non farebbe incorrere nel pericolo di indebolire e di svilire il senso e la necessità del matrimonio sacramento?

Nell’attesa che lo Spirito Santo illumini il Papa sugli orientamenti pastorali nei confronti dei divorziati risposati, tu, in docile ascolto dello Spirito Santo che in te vive e ama, che cosa proporresti ad una coppia che si trova nelle situazioni descritte, e all’eventuale loro figlio che ti chiedesse perché i suoi genitori non possono accostarsi ai sacramenti?

Valentino

Commenti

  1. anna carissoni
    ago 4, 21:25 #

    Caro Valentino, al figlio dei divorziati risposati risponderei più o meno così: “Caro il mio ragazzo, sta’ sereno e convinci i tuoi Cari a fare altrettanto. Che non stiano ad ascoltare persone – preti, vescovi, e persino Papi – le quali, in virtù di chissà quale privilegio, si credono i padroni delle coscienze e gli unici in grado di conoscere i pensieri e i desideri del Signore. Che invece sa tutto di tutti, e perciò conosce benissimo le sue… pecore ed è l’unico che possa giudicare quello che hanno nell’anima e nel cuore”.
    Sai, anche a me, anni fa, quando mi rammaricavo di non poter fare la comunione nella chiesa del mio paese, un prete “comprensivo” consigliò che andassi a comunicarmi altrove “per non dare scandalo”. Alla faccia della “comunità” dei fedeli! Ovviamente, non andai affatto “in forestiero” e poi, riflettendo alla sottile ipocrisia della proposta, rinunciai anche alla Comunione. (Tra parentesi, trovo immorale che a giudicare severamente i divorziati siano gli stessi personaggi che poi concedono tranquillamente l’annullamento del sacramento alle principesse con la motivazione dell’immaturità psicologica, motivazione che, credo, si potrebbe benissimo applicare al 90% dei matrimoni…..).
    Adesso quel poco di fede, nel senso di fiducia, che avevo l’ho persa del tutto – quella nella Chiesa e nei suoi ministri, beninteso – anche in seguito ad una riunione allucinante del gruppo per la pastorale dei divorziati organizzato dalla nostra diocesi ( serata di cui ti parlerò in modo più specifico, se vorrai, un’altra volta), forte della convinzione, indotta anche da molte letture di teologi donne, che Gesù aveva una certa predilezione per personaggi – la Maddalena, la Samaritana, ecc…. – che anche ai suoi tempi erano un tantino…irregolari e perciò non piacevano all’ordine – religioso e per giunta maschilista! – costituito.
    Anche questa storia della misericordia – che la Chiesa applica, come ben dici, ai delitti più efferati ma non ai divorziati, come se fossero colpevoli di chissà quali nefandezze, non smette di scandalizzarmi: cosa ne sanno i preti delle tragedie e delle sofferenze profondissime che si consumano in una coppia? Cosa ne sanno della lacerazione insanabile che provoca il veder fallire un intero progetto di vita? Io quasi invidio quelli che si risposano perché questo significa che nonostante tutto “ci credono” ancora e non saranno condannati in perpetuo alla solitudine, ma per quanto mi riguarda non ci riproverei mai e poi mai. Il divorzio – che non ho chiesto io, tra parentesi – ti lascia anche questo in eredità, una sfiducia pressoché totale nelle persone e in te stessa, un senso di incapacità, di inadeguatezza, di fallimento irrimediabile insomma, che ti porterai dentro finché non crepi. Aggiungere a tutto questo anche la scomunica – di fatto, se non di nome – della Chiesa, a chi giova? Ma il Dio dei cristiani non era – non è – il Dio della vita e della gioia?
    Ho letto attentamente, e molto apprezzato, la ricerca teologica che hai posto alla base della tua riflessione. Ma, con tutto il rispetto, sia per te che per gli illustri teologi che hai citato, tutte queste belle parole mi suonano come una lodevole esercitazione intellettuale, non di più, nel senso che non ci vedo il vissuto “vero” delle persone. O forse è ormai una mia deformazione, frutto del mio assiduo confrontare la teoria, in ogni campo, con la realtà autentica dei vissuti personali e della società in cui viviamo. I preti – e la Chiesa in generale – sono rimasti ancorati ai loro studi e non si sono accorti di quanto le persone – e, lasciamelo dire, soprattutto le donne – siano cambiate e stiano cambiando, anche nel loro bisogno di una spiritualità più profonda ed autentica, meno legata agli schemi tradizionali. Del resto forse non è colpa loro: di donne i preti conoscono solo tre categorie: le madri – tutte perfette, ovviamente -, le puttane (non scandalizzarti, ne conosco più d’uno che le frequenta assiduamente) -, e le beghine, quelle che stanno sempre intorno al parroco, quelle che fanno comodo perché servizievoli e sempre compiacenti “ a prescindere”. Per le altre, quorum ego, quelle che vorrebbero parlare di argomenti un po’ diversi dalla disposizione dei fiori sugli altari e dell’organizzazione della gita parrocchiale, “non hanno mai tempo”, chissà perché…. Vabbé, anche questo sarebbe un lungo discorso che esula dall’assunto.
    Perciò mi fermo qui, ben consapevole di non aver risposto come si deve alle tante sollecitazioni derivanti dal tuo scritto. Ma vedi, la vita “vera” è anche la mia stanchezza di stasera, la preoccupazione per le mie sorelle che si devono confrontare con la malattia, l’angoscia per un figlio che a 40 anni e con famiglia non trova che lavori precari, il giornale che chiude domani e devo ancora trascrivere un’intervista, la vicina un po’ rompiballe che mi ha fatto perdere un’ora buona per raccontarmi i suoi problemi col marito che “non la considera”, il mio nuovo libro che non va avanti perché c’è sempre qualcosa di più urgente da fare…. Insomma spero di riprendere il discorso, se vorrai, con più calma.
    Intanto un abbraccione.
    Anna

  2. Fabrizio
    ago 6, 12:21 #

    Caro Valentino,

    probabilmente molti dei matrimoni celebrati vengono vissuti con scarsa consapevolezza, e molti di essi potrebbero anche essere considerati nulli, perchè manca in essi lo spirito voluto da Cristo. Se per accedere al sacerdozio sono necessari anni di studio e discernimento, perchè per il matrimonio è sufficiente qualche fugace incontro nel quale molti non riscono neppure a discernere e mettere a fuoco le consuguenze della scelta che stanno facendo? Guardare al fallimento di molti matrimoni con uno spirito di misericordia aiuterà anche a collocare molti fallimenti nella categoria delle scelte fatte con leggerezza e poca consapevolezza.

    Un abbraccio,

    fabrizio

  3. silvia
    ago 7, 16:06 #

    Carissimo Valentino,
    Io direi al figlio dei separati risposati, vedi, anche i tuoi genitori sono caduti in trappola.
    Ipreti hanno creato in loro un senso di indegnità. Se si sentono indegni, possono essere dominati, hanno bisogno di una persona autorevole da cui dipendere e da servire, non potranno mai essere indipendenti perciò liberi di decidere se accostarsi alla comunione.
    Io dopo tanto peregrinare ho incontrato un sacerdote che mi ha offerto la comunione dicendomi che il corpo di Cristo e’per tutti, anche per i divorziati, percio quando mi sento ricevo Cristo.
    Ti assicuro che sono molte le volte nelle quali rinuncio non perche’sono divorziata ma perché sono molto arrabbiata con tanti uomini di chiesa, arroganti, despoti, lontani dalla gente e dal bene comune.

  4. silvia
    ago 9, 01:48 #

    Sono stata anni fa – prima del ’99 – catechista.Una bambina figlia di Genitori divorziati, cristiani conviventi e non risposati, mi ha detto che era triste e non voleva fare la Comunione perchè i suoi Genitori pur partecipando alla Messa, non facevano la Comunione. E la mamma di questa bimba mi chiese che cosa rispondere alla figlia. E come comportarsi.
    Profonda crisi, per me catechista.
    Andare a fare la Comunione in una Chiesa in cui non sei conosciuto, mi pare una autentica ipocrisia.
    Io, a titolo personale, prescindendo da ciò che dicevano i Preti del Centro in cui facevo quel servizio, le dissi che stante la sua e del partner, stabile unione e la autentica famiglia che stavano costruendo e la volontà di capire e fare il meglio , facessero la Comunione serenamente con la bambina.
    Mi sono chiesta e tuttora mi chiedo, perchè un matrimonio fallito, se pure c’è stato un peccato, questo peccato non è perdonabile. Mi pare che non sia secondo Dio, che se il “peccatore” è pentito, è “cresciuto” umanamente e spiritualmente,e intraprende un nuovo rapporto e magari vorrebbe ancora sposarsi, perchè la Chiesa non lo consenta.
    A prescindere dal riconoscimento di nullità del T.E.
    Una religiosa, o un religioso, che anche abbia fatto “i voti” e poi decida che la “sua” strada non è quella, può ottenere la dispensa e rifarsi una vita da laico.Anche sposarsi in Chiesa.
    L’errore del SI detto a Dio, può essere perdonato. L’errore del SI detto a una creatura, pare irrimediabile.
    Ho un figlio, “sposato” nel ’97 con una storia dolorosa infinita: nel ’99 esplode la crisi di qualcosa che non “era” fin dall’inizio: ci sono intanto due bimbi -gemelli – in viaggio da due mesi. Dopo 13 anni e altre dolorose vicende, viene riconosciuta la nullità di quel matrimonio.
    Ma fino a quel momento, quest’uomo non avrebbe potuto intrattenere un rapporto con altra donna. Un “confessore” gli disse anche che doveva tornare da quella donna e rimediare al male compiuto.
    Questo figlio ha fatto, anche a causa della crudeltà mentale del prete incontrato, le peggiori esperienze sessuali.
    Credo ancora nella Misericordia di Dio.E prego che mio figlio possa guarire, moralmente e spiritualmente.
    Mi chiedo che se un omicidio, con le necesarie condizioni di pentimento e conversione e penitenza, può essere perdonato pur non potendo l’omicida restituire la vita, perchè un divorziato, o un uomo comunque solo dopo l’errore di un mat. sbagliato, non deve essere assolto e rasserenato, pur non potendo ridare vita a qualcosa che è finito.
    Poi penso anche – quanti pensieri, forse neppure pertinenti al tema proposto- che il nostro – mio e di mio marito- matrimonio dura da 51 anni. E quante occasioni abbiamo vissuto e viviamo che ci avrebbero indotto e ci indurrebbero a dire: basta!
    Siamo ancora insieme, per convinzione, per affetto, per principio, per..per…ma soprattutto per Fede.
    Allora, le domande restano.
    La teologia non aiuta.
    Solo l’Amore Misericordioso, è un punto fermo. Una speranza certa. Che da Luce e Forza per orientare alla salvezza tutti noi peccatori.

  5. Mariangela
    ago 12, 22:44 #

    Carissimo Don Valentino,
    anche se il mio pensiero non è autorevole come quello di Basilio Petrà, concordo con lui:perchè è proibito somministrare l’Eucarestia ad una persona divorziata se è un suo sincero desiderio?
    Sono altresì convinta che il Signore, misericordioso e giusto, non fa distinzioni di categoria, ma guarda al cuore dell’uomo!
    D’altro canto mi ha favorevolmente colpito la testimonianza di Silvia che è sposata da 51 anni ed è ancora unita al marito per convinzione, per affetto, per principio, ma soprattutto per Fede!
    Silvia pone la Fede alla base di tutto! Ammirevole ed esemplare

    un saluto e una preghiera Mariangela

  6. Susanna Previato
    ago 16, 15:46 #

    Carissimo Valentino,grande amico nella fede,
    sai già come la penso! Io sposata con un uomo divorziato (ora felicemente sposata in Cristo)e non potevamo ricevere l’Eucaristia! Quanto dolore, quanta rabbia e quanta solitudine si era creata attorno a noi.
    Nel nostro percorso di vita abbiamo incontrato dei sacerdoti che ci hanno teso la mano e noi, ci siamo lasciati prendere le nostre.
    Abbiamo intrapreso un cammino difficile, ma sicuri di non essere soli, abbiamo superato diverse fasi quali l’isolamento, la rabbia, il giudizio ma con la convinzione che tutto facesse parte di quel disegno che evidentemente il Signore aveva tracciato per noi.
    Durante la consacrazione dell’Eucaristia il nostro diventava un desiderio di Dio che ci portava in un’altra dimensione. Dentro di noi avevamo istituito l’ottavo sacramento: il DESIDERIO di DIO! i nostri figli ricevevano il Corpo di Cristo e poi ci facevano baciare le mani Abbiamo capito l’importanza di ESSERE comunione. E poi se l’errore l’avevamo commesso noi dovevamo chiedere di cambiare la liturgia e anche i Comandamenti di Dio? Il Signore è grande e misericordioso e lui perdona sempre i nostri peccati ma non esiste una gomma che cancelli totalmente tutto. il fatto esiste e le conseguenze rimangono nostre.
    Avevamo raggiunto un equilibrio che ci teneva saldamente legati al Signore nonstante non potessimo ricevere l’Ostia consacrata.
    Poi un giorno arriva la notizia che ci possiamo sposare in Chiesa! un annuncio predetto da un … profeta! e unitamente a questo un po’ di crisi. e se questo ci avesse portato via il nostro desiderio?
    Poco è bastato per capire la grandezza di Dio e soprattutto l’amore che ci ha riservato.
    Il nostro è stato un matrimonio favoloso con tantissima gente (abbiamo speso circa 50 euro per le nostre nozze)con un ricco buffet-cena, tutto organizzato da amici. Tu che hai benedetto le nostre nozze sai quanto ha soffiato lo Spirito Santo ed io e mio marito scendendo dall’altare abbiamo cantato il Magnificat!
    Possiamo dire che atraverso la tenerzza della Chiesa abbiamo riscoperto il volto misericordioso di Dio!
    Quindi per noi non è un fatto di dare e ricevere la comunione ma fare ed essere comunione!
    Che Dio ti benedica Susanna con Dino

  7. Christian
    ago 26, 23:30 #

    Caro Don Valentino,

    perdonami il ritardo con cui scrivo ma in queste ultime due settimane, per via delle vacanze, sono stato poco a casa ed il computer non l’ho acceso molto…

    Ho riflettuto sull’argomento e sulle tue considerazioni; il primo sentimento che ho provato leggendo la tua mail è stato quello di una profonda umanità e misericordia.

    Il tema in oggetto credo sia molto complesso ed attuale e dal punto di vista “umano” trovo che la questione centrale sia proprio quella che una persona non può essere

    il suo peccato per sempre e che la misericordia di Dio è senza dubbio più forte del peccato e della morte.

    Faccio tuttavia fatica a conciliare l’aspetto “umano” indicato precedentemente, con le parole chiare di Gesù sulle questione che troviamo nei vangeli.

    Mt 5,32 Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio.

    Mt 19,9 Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di unione illegittima, e ne sposa un’altra, commette adulterio».

    Mc 10,11 E disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei;
    Mc 10,12 e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio».

    C’è però da considerare che (lo abbiamo ascoltato proprio ieri), il Signore ha anche detto:

    Mt 16,19 A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».

    La missione di Gesù, misericordia infinita di Dio, è per l’uomo e si sviluppa con l’uomo, al punto che lo rende partecipe di un grande potere: legare e sciogliere.

    Il Papa in fine, proprio in questi ultimi giorni, in occasione dell’incontro con i Gesuiti, ha detto quanto segue.

    “C’è una parola che mi prende molto: consolazione. Consolazione: la presenza di Dio in qualunque sua modalità. Nostro Santo Padre Sant’Ignazio sempre cerca di confermare la decisione della riforma di vita o della elezione di stato di vita attraverso il secondo modo di «elezione»: la consolazione. Consolazione è una parola bella per chi la riceve. Però è difficile dare consolazione.

    Quando leggo il libro della Consolazione del Profeta Isaia leggo che è un lavoro proprio di Dio quello di consolare, consolare il suo popolo. Quando uno vive un limite doloroso, se lo sa fare con amore, diventa un seme di consolazione per questa persona.

    Il popolo di Dio necessita consolazione, di essere consolato, il consuelo. Io penso che la Chiesa sia un ospedale da campo in questo momento. Il popolo di Dio ci chiede di essere consolato. Tante ferite, tante ferite che hanno bisogno di consolazione… Dobbiamo ascoltare la parola di Isaia: Consolate, consolate il mio popolo!

    Non ci sono ferite che non possono essere consolate dall’amore di Dio. Noi in tal maniera dobbiamo vivere: cercando Gesù Cristo in modo da portare questo amore a consolare le ferite, a curare le ferite.

    Questa sera un gruppo di giovani ha rappresentato la parabola del figlio prodigo. Rappresenta bene qual è l’atteggiamento di Dio davanti alle nostre ferite.

    Dio consola sempre, spera sempre, dimentica sempre, perdona sempre.

    Ci sono molte ferite nella Chiesa. Ferite che molte volte provochiamo noi stessi, cattolici praticanti e ministri della Chiesa.

    Non castigate più il popolo di Dio! Consolate il popolo di Dio! Tante volte il nostro atteggiamento clericale cagiona il clericalismo che fa tanto danno alla Chiesa. Essere sacerdote non dà lo status di chierici di stato, ma di pastore. Per favore, siate pastori e non chierici di stato. E quando siete nel confessionale ricordatevi che Dio non si stanca mai di perdonare. Siate misericordiosi!

    Considerando i punti indicati sopra, credo che non ci sia una soluzione semplice ed indolore, ma che una via d’uscita c’è e sia possibile, che passi cioè attraverso lo scioglimento del matrimonio. Penso a tal proposito ad un percorso personale

    e/o di coppia molto intimo fatto con un Pastore che consoli e che aiuti a percorrere la strada sofferta dello scioglimento del legame matrimoniale. Mi riferisco ad un percorso diverso da quello attuale che passa attraverso la Sacra Rota che verifica la nullità del

    matrimonio secondo una delle tre cause indicate dal diritto canonico.

    Ovviamente questo percorso intimo e sofferto non può e non deve essere attuato in modo freddo e “clericale”, bensì, nell’eccezionalità del dramma di coppia credo si debba svolgere in modo molto pastorale e riabilitante.

    Se, in fine, alla base del numero così elevato di separazioni c’è una perdita di valori ed un relativismo dilagante, specialmente nel nostro continente secolarizzato, quante coppie farebbero un percorso di scioglimento e riconciliazione cosi profondamente di Fede, Speranza e Carità?

    Per rispondere però alla tua ultima domanda, non avendo una soluzione al problema, potrei dire alla coppia (forte delle parole del Papa) che dovrebbero rivolgersi ad un buon Pastore che li consoli e li aiuti a pregare Gesù, che per tutti noi si fa volentieri Cireneo aiutandoci a portare la croce!

    Buona giornata, grazie e che la Pace sia con TE!

    Christian.

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