L'arte di dialogare

Luce per quei ciechi occhi. Un giovane cieco si era innamorato di una ragazza che, giorno dopo giorno, illuminava la sua vita, la rendeva raggiante. Cieco, vedeva con il cuore, le cui ragioni vanno oltre la logica razionale, i pregiudizi, i canoni standardizzati di bellezza. Lui musulmano, lei cattolica. Dialogavano grazie a quanto avevano in comune: Dio, la voglia di vivere, la sete di giustizia, l’impegno per un mondo di pace. Quando si stava già abbozzando il sogno del matrimonio, un amico del cieco rovinò l’incanto: «La tua fidanzata, oltre ad essere cattolica, è molto brutta!». Da quel momento il cieco, credendo all’amico, perse l’entusiasmo e la voglia di sposarsi. Fu l’errore più grave della sua vita. Non s’accorse che cieco era l’amico, incapace di vedere con il cuore.
L’arte di dialogare è possibile per chi vede con il cuore. Prima ancora di essere preoccupati per le cose da dire, da comunicare, prima di essere interessati di porre regole per la convivenza pacifica – anzi, per la comune crescita in sapienza e grazia – è indispensabile porsi la domanda se stia a cuore la relazione.
Il dialogo esige precise condizioni. Non tanto condizioni tecniche, quanto morali e spirituali. Esige un amore sincero, non una cortesia di facciata.
Esso è autentico se è universale, cioè se non esclude nessuno. Se avviene nella libertà: non c’è dialogo là dove c’è coercizione, paura, imposizione e ricatto. Se si basa sulla sincerità: esso è possibile solo se le persone comunicano cose vere. Ipocrisia e menzogna lo soffocano alla radice.
Il dialogo implica il dono di sé all’altro. Non si basa prevalentemente su leggi e norme, quanto sulla stima reciproca, sulla volontà di cercare il bene comune e di instaurare un rapporto vero, che coinvolga non solo l’intelligenza, ma anche le emozioni. Si potrebbe dire che esso esige uno scambio di cuori che cercano valori umani e divini.
Il dialogo parte da Dio, valorizza l’umanità e riporta a Dio. Forse è possibile riassumere con questa frase il pensiero del cardinale Martini sul dialogo. Per l’arcivescovo di Milano: «La presenza di numerosi gruppi etnici di fede musulmana nei nostri paesi europei comporta anzitutto una serie di problemi riguardanti la prima accoglienza e assistenza, la casa, il lavoro». La situazione esige uno sforzo comune per affrontare vari problemi «riguardanti la riunione delle famiglie, la situazione sociale e giuridica dei nuovi immigrati, la loro integrazione sociale mediante una conoscenza più approfondita della lingua, il problema scolastico dei figli, i problemi dei diritti civili…».
Questi problemi hanno alla base una esigenza: «la necessità di insistere su un processo di “integrazione”, che è ben diverso da una semplice accoglienza e da una qualunque sistemazione. Integrazione comporta l’educazione dei nuovi venuti a inserirsi armonicamente nel tessuto della nazione ospitante, ad accettare le leggi e gli usi fondamentali, a non esigere dal punto di vista legislativo trattamenti privilegiati che tenderebbero di fatto a ghettizzarli e a farne potenziali focolai di tensioni e violenze».
Dopo aver sottolineato il fatto che gli immigrati devono rendersi conto che la nostra cultura è diversa dalla loro, afferma che «nei nostri paesi i rapporti tra lo stato e le organizzazioni religiose sono profondamente diversi. Se le minoranze religiose hanno tra noi quelle libertà e diritti che spettano a tutti i cittadini, senza eccezione, non ci si può invece appellare, ad esempio, ai principi della legge islamica (shiari’a) per esigere spazi e prerogative giuridiche specifiche. Occorre perciò elaborare un cammino verso l’integrazione multirazziale che tenga conto di una reale integrabilità di diversi gruppi etnici». Occorre favorire «un dialogo interreligioso senza il quale sembra difficile assicurare una tranquillità sociale».
I cristiani non devono rinunciare ai propri valori, mentre devono disporsi al massimo di accoglienza e di dialogo possibile: devono approfondire la loro fede; curare le proprie tradizioni, testimoniare la gioia di essere cristiani.
«Si tratta in sostanza di rispondere a domande come queste:
- Che cosa dobbiamo pensare oggi noi cristiani dell’islam come religione?
- Quale dialogo e in genere quale rapporto sul piano religioso è possibile oggi in Europa tra cristianesimo e islam?
- La Chiesa dovrà rinunciare a offrire il Vangelo ai seguaci dell’islam?».
Ogni crisi si cambierà in opportunità per chi vive il dialogo come un’arte che esige idee chiare:
Presupposti per il dialogo. Alla base ci devono essere silenzio, studio, preghiera, capacità di ascolto. Silenzio per capire chi siamo, che valori abbiamo, quanta voglia abbiamo di crescere confrontandoci con gli altri. Studio per scoprire che la diversità è ricchezza. Preghiera: stare in comunione con quanti cercano Dio, nella forma a loro più confacente. Capacità di ascolto in vista di una crescita a tutti i livelli.
Ostacoli al dialogo: pregiudizi, presunzione di essere migliori degli altri, incapacità di mettersi nei panni altrui. Ricordiamoci quanto Cristo fosse estremamente severo con quei farisei che vedevano solo se stessi, credevano solo nella legge e non nell’uomo, pensavano di avere il monopolio della verità.
Necessità del dialogo: rende liberi grazie alla conoscenza della verità; aiuta a rinnovarsi continuamente: «Vivere è cambiare e si arriva alla perfezione cambiando continuamente» (Newman); predispone le nuove generazioni non solo ad essere tolleranti, ma solidali.
Dialogo per: cercare ciò che unisce; creare una cultura di pace; comprendere la tolleranza in senso etimologico: “Farsi carico di… Portare sulle spalle…”. Dialogo per poter passare dalla tolleranza alla solidarietà, in vista della convivialità.
Papa Francesco ci aiuta a sintetizzare quanto detto con queste semplici parole: «Dialogare non significa rinunciare alla propria identità quando si va incontro all’altro, e nemmeno cedere a compromessi sulla fede e sulla morale cristiana. Al contrario, la vera apertura implica il mantenersi fermi nelle proprie convinzioni più profonde, con un’identità chiara e gioiosa e per questo aperta a comprendere le ragioni dell’altro, capace di relazioni umane rispettose, convinta che l’incontro con chi è diverso da noi può essere occasione di crescita nella fratellanza, di arricchimento e di testimonianza. È per questo motivo che dialogo interreligioso ed evangelizzazione non si escludono, ma si alimentano reciprocamente. Non imponiamo nulla, non usiamo nessuna strategia subdola per attirare fedeli, bensì testimoniamo con gioia, con semplicità ciò in cui crediamo e quello che siamo».
Con queste premesse, la presenza dei musulmani in mezzo a noi sarà una risorsa, un’opportunità: potremo evitare scontri di civiltà e aiutarci reciprocamente a cercare quella verità che ci fa liberi.

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