Amore, misericordia e fedeltà

Interessante, intelligente e bella la richiesta di san Tommaso di mettere il suo dito nel posto dei chiodi e la mano nel costato di Cristo. Chi sta là dove il corpo di Cristo sanguina, chi è presente sui vari Calvari della terra – pronto a soccorrere quanti sono nel bisogno –, chi tocca con mano che cosa significhi soffrire moralmente e fisicamente, riceve il dono di ripetere la sublime espressione di fede: «Signore mio e Dio mio!».
Tutti possono giungere all’esperienza di fede, in qualsiasi situazione, ma è innegabile – e i fatti lo dimostrano abbondantemente – che quanti vivono in terra di missione, a contatto con malattie, sofferenza e morti a causa della fame, sviluppano doti e qualità non sempre presenti in chi conduce un’esistenza “normale”, priva di grandi sofferenze e di intensi coinvolgimenti emotivi. Molti cristiani vanno ripetendo che i missionari hanno una marcia in più – nel campo della fede – rispetto a chi non vive la marginalità, non vede il mondo dalle periferie, non mette il dito nel posto dei chiodi.
Cristo – dice l’autore della lettera agli Ebrei – imparò dal dolore che cosa significhi essere uomo, apprese l’obbedienza, imparò la misericordia. 
 
“Misericordia”, parola chiave del primo anno di pontificato di papa Francesco, che nella festa dell’Amore misericordioso dichiara santi Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II. Il 31 maggio eleva agli onori degli altari Madre Speranza, la mistica che non ha esitato a chiedere al Signore: «Annegami nell’abisso del tuo amore misericordioso».
Nella festa della Divina Misericordia, durante l’omelia della canonizzazione dei suoi predecessori – che avevano mirabilmente vissuto e cantato l’Amore misericordioso – papa Francesco parla delle gloriose piaghe del Risorto mostrate a Tommaso: «E allora quell’uomo sincero, quell’uomo abituato a verificare di persona, si inginocchiò davanti a Gesù e disse: “Mio Signore e mio Dio!” (Gv 20,28).
Le piaghe di Gesù sono scandalo per la fede, ma sono anche la verifica della fede. Per questo nel corpo di Cristo risorto le piaghe non scompaiono, rimangono, perché quelle piaghe sono il segno permanente dell’amore di Dio per noi, e sono indispensabili per credere in Dio. Non per credere che Dio esiste, ma per credere che Dio è amore, misericordia, fedeltà. San Pietro, riprendendo Isaia, scrive ai cristiani: “Dalle sue piaghe siete stati guariti”». 
Dall’esegesi, il Papa passa ad illustrare la grandezza dei suoi predecessori che «hanno avuto il coraggio di guardare le ferite di Gesù, di toccare le sue mani piagate e il suo costato trafitto. Non hanno avuto vergogna della carne di Cristo, non si sono scandalizzati di Lui, della sua croce; non hanno avuto vergogna della carne del fratello (cfr Is 58,7), perché in ogni persona sofferente vedevano Gesù. Sono stati due uomini coraggiosi, pieni della parresia dello Spirito Santo, e hanno dato testimonianza alla Chiesa e al mondo della bontà di Dio, della sua misericordia».
Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II hanno insegnato al mondo il Vangelo della misericordia – tema che magistralmente sta sviluppando papa Francesco – preparati in questo campo dal “magistero dei poveri”, dagli scritti e dagli insegnamenti di tre grandi suore: santa Teresa del Bambino Gesù, santa Faustina e la beata Madre Speranza, di origine spagnola e sepolta a Collevalenza. 
 
La tomba di Madre Speranza: armonica integrazione del suo corpo con il Santuario. Il pavimento si alza ad indicare che sottoterra c’è un seme vitale, pronto a rompere le zolle per far spuntare la spiga. La piccola tomba non può contenere un grande amore. La terra fermenta, pronta per un’esplosione: la resurrezione.
Lì, davanti alla tomba e nell’imponente e armonico complesso in cui suore e religiosi – Ancelle e Figli dell’Amore Misericordioso – testimoniano il carisma di Madre Speranza, il credente è chiamato a confrontarsi con la più preziosa e più fragile tra le virtù: la speranza che è la capacità, il dono, la grazia di sognare la spiga, là dove l’occhio umano vede solo un grano che marcisce. È invitato a fare propria la spiritualità dell’Amore misericordioso e  a cogliere l’urgenza di far comprendere a tutti che Dio è il Padre prodigo del figlio ribelle. Lui ci vede come figli. E vuole darci la certezza che, se pecchiamo, noi non siamo il nostro peccato.
 Continue esperienze mistiche, colloqui confidenziali con il Signore, miracoli senza numero, levitazioni, apparizioni – in bilocazione – a papi, capi di stato, a povera gente, a peccatori per invitarli alla conversione… Solo per accennare a ciò che il Signore ha operato in Madre Speranza. Cose grandi, accompagnate da indicibili sofferenze, accettate con fede e spesso addirittura  cercate come segno d’amore («balsamo di dolore, balsamo d’amore»), stigmate periodicamente visibili e costanti dolori della Passione, soprattutto al venerdì: sofferenza chiesta in chiave d’amore, per riportare a Dio tanti peccatori.
Illetterata, parlando a stento l’italiano infarcito di locuzioni spagnole, osteggiata anche da chi riceve da lei doni e grazie… con l’aiuto di una trentina di suore realizza un complesso che è eloquente segno di una Provvidenza che porta a compimento quanto promette, per chi in essa crede. Per chi dà fiducia alle parole di Cristo: «In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi…».
 
 “Estasi e tormento” è Cristo per Madre Speranza. Di lei Dio si  serve per far gustare alla Chiesa la divina misericordia e per richiamare l’attenzione sui due amori che danno un volto a questa suora: i poveri e i preti. Tra i poveri, un posto preminente è occupato dai peccatori: chi mai è più povero di chi è privo di Dio? E i preti, cristiani dotati di un potere affascinante e tremendo: assolvere i peccati e celebrare la santa messa. Per questi uomini di Dio Madre Speranza spende la sua vita, offrendo tutte le sue sofferenze per la loro santificazione.
Trascorre la vita in continua familiarità con il Signore, dal quale ha rivelazioni sorprendenti: Dio si serve dei poveri, degli umili, di chi “scompare” per fare posto in sé a Dio e agli altri, per rivelare ciò che i grandi faticano a capire, o non capiscono per nulla.
Giovanni Paolo II percepisce la potenza del divino celata in Madre Speranza e l’incontra a Collevalenza. La religiosa, ammalata e al termine della sua vita, dopo tante sofferenze subite anche dal clero, può intonare il canto di Simeone («Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace») dopo che il Papa si è chinato a baciare la sua fronte.
E papa Francesco, ora, va ripetendo le stesse idee espresse da Madre Speranza: con la stessa fede, la stessa spiritualità, la stessa semplicità, lo stesso amore per Dio e per questa umanità, affascinata dalla divina misericordia.
Nel libro: Semi di misericordia. Madre Speranza e papa Francesco (Edizioni Messaggero, Padova 2014) abbozzo un’antologia che mira a cogliere i più importanti temi della teologia, instaurando un parallelismo tra la Religiosa e il Papa. Non so quanto quest’ultimo conosca la Madre, ma evidentemente lo stesso Spirito Santo anima questi due personaggi, in modo che con le opere (il santuario di Collevalenza, con quanto i religiosi stanno mirabilmente compiendo) e con il Magistero ufficiale pontificio, la teologia sia stimolata a  sviscerare il tema della misericordia e la pietà popolare a trarre grandi vantaggi dalla fede nell’Amore misericordioso.

Valentino

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