Pace e silenzio, doni del Risorto

La totalità dei beni, in ebraico, è espressa con “Shalom”, Pace. Che vantaggio avrebbe un individuo se possedesse il mondo intero e non fosse in pace con se stesso, con gli altri, con il creato e con Dio?
Per questo la prima parola del Risorto è: “Shalom”, che è contemporaneamente saluto e dono. A questo segue un dono ancora più grande: «Ricevete lo Spirito Santo», l’Amore, il Consolatore, il Paraclito (l’avvocato che sta alla destra dell’accusato, per garantirgli ogni forma di aiuto).
 
La Pace – da scrivere con la maiuscola perché, come dice San Paolo, “Shalom” non è qualche cosa, ma Qualcuno: Cristo – e lo Spirito Santo non piovono dal cielo su persone sprovvedute di buon senso e di coscienza che un dono, per essere tale, implica l’accettazione e la partecipazione di colui che riceve: «Quel Dio che creò te senza di te – dice Sant’Agostino – non salverà te senza di te». E una tra le più importanti condizioni per accogliere e far fruttare questi doni consiste nella capacità dell’individuo di entrare nel Mistero, grazie al privilegio che concede a se stesso di fare del silenzio una continua preghiera.
 
Più volte abbiamo accennato al silenzio come “guardiano dell’anima”. Non una chiusura delle labbra, ma una dilatazione del cuore. Una scelta di creare in sé il deserto per lasciarsi ammaestrare da Dio, che parla alla coscienza e rivela leggi antiche e sempre nuove, mentre rafforza i criteri morali per leggere in modo efficace i “segni dei tempi”.
 
Alla scuola delle claustrali. Un’esperienza abbastanza comune, per non poche claustrali, consiste nel fatto che i primi anni di monastero sono caratterizzati da un incontro con l’isolamento, più che con il silenzio. Anche se si entra in clausura per cercare Dio, si trova innanzitutto se stessi. E la compagnia con se stessi non è bella… Le future monache, abituate a degli appoggi che poi vengono a mancare, e a un nutrimento spirituale e materiale che non trovano più, cadono nel rifiuto di comunicare e pensano che responsabile di questa condizione sia l’ambiente ostile. Sperimentano la delusione e cercano il capro espiatorio… Ma, a poco a poco, si rendono conto di questo: cercavano una solitudine che, in realtà, era isolamento e non erano capaci di forare la barriera che si incontra quando si risponde alla chiamata del Signore… nel deserto.
 
Sfondata però questa barriera, pian piano si comincia a scoprire che il silenzio ha una voce. È un mezzo per entrare in comunione con gli altri. Il silenzio si fa con le cose: la pedagogia per imparare a tacere e a comunicare con gli altri in silenzio comincia dall’accettazione, anzi dall’amore di tutto ciò che ci circonda: amore, per esempio, del freddo o del caldo, quando l’uno o l’altro danno fastidio; amore del disagio o della mancanza di qualcosa. E giova ripetere, sulle orme del Poverello di Assisi: fratello freddo, fratello disagio, sorella mancanza…
 
Questo esercizio fa gustare in un modo nuovo tutte le cose: dalla Parola, alla liturgia, alla comunicazione con tutti e con tutto.
 
Capita anche ai laici, ricercatori del silenzio, quello che mi confidava una monaca: appena entrata in convento, pensava di trovare chissà che cosa e invece il suo io è emerso prepotentemente. Il rumore più grande era il suo io per cui, poveretta, concludeva: «Ho capito che non sono per niente santa, anzi, il Signore mi chiama in convento come se fosse la mia clinica. Sono talmente marcia…».
 
Il silenzio che rende feconda la quotidianità. Il Risorto del Terzo Millennio è la persona che ci sta accanto. Lo Spirito Santo si serve di lei, tempio della Parola e dello Spirito, per istruirci come se fosse un testo di teologia morale. Difficile è l’ascolto, ma senza di esso finiamo per “parlarci addosso” l’uno con l’altro e quindi, non ascoltando, non possiamo pronunciare parole nuove, non possiamo riscoprire in noi quella parola che Dio annuncia nella nostra vita.
 
Grazie alla determinazione di ritagliarsi momenti di quiete, durante la giornata, l’altro diventa spunto e conferma per le nostre intuizioni: la capacità di ascolto – che non è prerogativa solo di una comunità monastica o di un seminario – diventa, allora, quella disposizione del cuore che si può vivere anche in una quotidianità fatta di rumore.
 
Giova poi ricordare che, chi non impara ad ascoltare, chi è praticamente sordo, diventa anche muto: non ha più niente da dire di nuovo e di originale. Diventa un “cane muto”, come dice il profeta Isaia: «I guardiani d’Israele son tutti ciechi, senza intelligenza; son tutti dei cani muti, incapaci d’abbaiare; sognano, stanno sdraiati, amano sonnecchiare. Son cani ingordi, che non sanno cosa sia l’esser satolli; son dei pastori che non capiscono nulla; son tutti vòlti alla loro propria via, ognuno mira al proprio interesse, dal primo all’ultimo» (56,10-11).
 
Icona della fecondità del silenzio e dell’ascolto nella nostra esistenza è Maria, che trasforma il silenzio nel privilegio di fondere l’umano con il divino: ecco allora il luogo dell’accoglienza della Parola, lo spazio in cui il suo spirito si dilata nella lode, magnificando il Signore per quello sguardo misericordioso che l’ha tolta dall’anonimato e l’ha resa madre del Salvatore.
 
«Beato l’uomo che inizia il Santo viaggio»: così dice il Salmo (83,6). Viaggio alla scoperta del silenzio, per far tacere il proprio io, per cercare ciò che è essenziale alla vita di fede, per avere orientamenti validi nella nostra condotta morale, per apprezzare sempre di più la stupenda avventura umana, grande e affascinante anche nei suoi limiti, nel dolore e pure nella morte.
Ma quando qualcuno intraprende il viaggio dentro di sé, se non ha una guida, se non ha un maestro interiore – o se lo perde, perché lo Spirito Santo “scappa” di fronte a tante nostre ambiguità – fa molta fatica a ritrovare sempre quel silenzio che è recupero e riscatto della propria bellezza, voglia di vivere, ricerca del meglio di sé.
 
Rimedio alla tentazione di fuggire è la scelta di mettersi in silenzio davanti al Santissimo. Lì il Maestro ci attende. L’adorazione di quell’ostia bianca – apparentemente muta – fa comprendere come il Tutto si sia fatto nulla, per rendere noi simili a Lui, grandi quando smettiamo di ripiegarci su noi stessi, quando usciamo da noi stessi per andare verso gli altri, quando accettiamo di farci “ostie”, di lasciarci mangiare, di permettere al silenzio di generare in noi parole di vita.
 
È stato detto che si può rompere il silenzio soltanto per pronunciare parole che siano più valide del silenzio stesso. È tutt’altro che facile competere con il silenzio! Ma è il Santissimo che sprona a dire quell’unica frase che merita di infrangerlo: «Ti voglio bene».

Commenti

  1. Enrico Segatto
    apr 21, 10:38 #

    Il silenzio e la preghiera sono anche preparazione all’incontro con l’altro; scrive Marco Guzzi in “Darsi pace”: “Risanati risaniamo. Trasfigurati trasfiguriamo. Pacificati pacifichiamo. Ricreati ricreiamo.” Col silenzio e la preghiera creiamo le condizioni ideali per l’incontro, per aprirci all’altro.
    Sono sul lungo mare di Arenzano il pomeriggio di Pasqua, è da alcuni giorni che prego e medito parecchio, quando sono in questo stato, sono vigile, più comunicativo, la mente è trasformata, rigenerata più aperta. Si avvicina un venditore ambulante Pachistano, scambiamo qualche battuta, ma ha uno sguardo triste, fa fatica a comunicare, non conosce bene la lingua italiana e così mi chiede se parlo inglese, alla mia risposta affermativa si illumina, mi dice che è due mesi che non parla inglese, che non parla ancora bene l’italiano e che è un sollievo per lui parlare con qualcuno nella sua lingua.
    Parliamo poco, cinque dieci minuti, ma parliamo delle rispettive famiglie, del lavoro, del suo futuro incerto.
    Ma non ha molta importanza ciò che ci siamo detti, ha importanza il modo in cui ce lo siamo detti, ho capito la sua sofferenza per aver dovuto abbandonare la moglie e due figli perché non aveva più lavoro, ho capito il disagio di non riuscire a comunicare in un paese straniero per la lingua.
    Così mi ha ringraziato con un sorriso e uno sguardo che forse ogni cristiano dovrebbe avere il giorno di Pasqua, sguardo che mi è stato donato da un musulmano in terra straniera che non parla italiano, e poi ha compiuto un gesto che mi ha colpito: ha voluto regalare a mia moglie un braccialetto, non solo ma glie lo ha messo al polso, quasi a voler trasmettere a migliaia di chilometri di distanza l’amore che provava per la sua di moglie, quasi a voler trasmettere ai mariti il desiderio di gioire per avere di fianco la propria moglie.
    Pensiamo che fare bene agli altri parta da azioni eclatanti, aspettando momenti esaltanti che possano stravolgere il mondo che ci circonda, senza accorgerci che sono i piccoli gesti nella quotidianità a renderci parte attiva nel miglioramento del mondo.
    La vera eucarestia della Pasqua per me quest’anno è lo sguardo di un fratello musulmano che mi ha ringraziato per averlo fatto sentire a casa col semplice suono della sua lingua permettendogli di condividere la sofferenza per la lontananza dalla sua famiglia.

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