L’inferno è la mancanza degli altri

Limiti generazionali. Manca un esame per terminare il corso di laurea. Passano gli anni e l’esame non si affronta mai. Si reputa un’umiliazione farsi aiutare dagli altri.
È una decina d’anni che sono assieme e non hanno il coraggio di affrontare il tema del matrimonio. Temono che sia un motivo per litigare e terminare il rapporto. L’orrore del definitivo.
Ha solo tre amici ed è sempre con loro. E gli altri? Sono potenziali attentatori alla sua libertà, alla garanzia dei suoi spazi. Gli altri? Risponde con Sartre: «L’inferno sono gli altri».
Forse, in Occidente – perché non è così altrove – si è creata una generazione di persone che non accettano di essere state generate, di arrivare al mondo con una stupenda storia alle spalle, di poter fare grandi cose insieme agli altri, per continuare a cambiare se stessi e contribuire a migliorare la società.
Per generare qualche cosa di buono occorre prendere coscienza di essere stati generati non solo dai nostri genitori, ma anche da tante persone che abbiamo conosciuto e amato. Gli altri hanno contribuito in diversi modi – anche creandoci problemi e facendoci soffrire – a costruire la nostra personalità e a metterci in grado di affrontare la vita, in modo fisicamente e moralmente fecondo.
E quanto è bello pensare che poi saranno i nostri figli – fisici o spirituali – a generare noi stessi, come si va ripetendo in tante culture africane, dove è diffusa la convinzione che l’essere umano veramente nasce quando è fertile e si lascia educare dai figli! Mentre è terribile l’atteggiamento di chi è pieno di sé, vede solo se stesso, non ammette i propri limiti, non reputa gli altri essenziali alla sua crescita, anzi li vede come ostacoli.
Questa idea è tristemente illustrata dallo slogan tutt’altro che saggio: «La mia libertà finisce dove comincia la libertà degli altri». Ciò sottintende che gli altri ci limitano, mentre sono gli altri che dilatano gli orizzonti della nostra libertà.
«Onora il padre e la madre». Questo comandamento indica non solo il rispetto dovuto a chi ci ha generato, ma esprime l’idea che noi siamo legati gli uni agli altri, verso i quali va la gratitudine per ciò che abbiamo ricevuto. Di nuovo un riferimento alla cultura subsahariana, delle popolazioni Bantu: «Io sono perché noi siamo».
Il riferimento al quarto comandamento rimanda implicitamente al legame con la paternità divina: la nostra origine non è assoluta, sganciata da tutti e da tutto. Ha un fondamento in quel Dio che, creando noi senza di noi – dice Sant’Agostino – non salverà noi senza di noi. Ci salviamo cercando le nostre radici in Dio e scoprendolo come comune Padre, che ci ha creati fratelli, in relazione l’uno con l’altro. Ci salviamo come comunità. Ecco il cuore della religione: con Dio, verso l’uomo.
Ho ricevuto tutto come un dono. Mi realizzo spargendo semi di bontà, di bellezza e di vita. Donando ciò che ho ricevuto. Sperimentando il gusto di essere erede di una storia che ora aspetta il mio contributo personale: sono chiamato a gridare quell’unica parola che solo io posso pronunciare in tutto l’universo, dopo aver fatto tesoro di quanto gli altri, prima di me, hanno seminato.
Ricevo in eredità infiniti beni e scopro che mio compito non è solo quello di conservarli e tramandarli intatti alle future generazioni, ma di dare il mio contributo a rendere ancora più viva e nuova la tradizione, che Gustav Mahler presenta come un dono paragonabile al fuoco che va alimentato e tramandato: «Tradizione è custodire il fuoco, non adorare le ceneri».
Nell’armonia del tempo. Negli Atti degli Apostoli, dopo che Pietro ha compiuto il miracolo di guarire il paralitico, di fronte allo stupore generale l’Apostolo fa un discorso così riassumibile: quel Dio che nel passato ha compiuto prodigi, opera adesso attraverso di noi. Rivivendo il passato, godiamo intensamente il momento presente, aperti alle novità del futuro.
Mirabile armonia di passato, presente e futuro, tempo che è nelle mani di Dio ed è dato a noi come dono, in modo tale che, riassumendo tutto il bene e il bello delle precedenti generazioni, viviamo intensamente l’istante presente, aperti alle grandi novità, legate alla nostra fede: «Se crederete – ha detto Cristo – compirete miracoli più grandi di quelli che io ho operato».
Noi diventiamo padri nella misura in cui riceviamo la storia (il passato) come un dono. Diamo il nostro contributo personale, nel presente, per migliorare l’eredità ricevuta senza alcun nostro merito. E guardiamo con fiducia al futuro, mettendo nelle mani dei nostri “figli” un tesoro, quale dovuta restituzione a Dio e all’umanità del nostro «grazie» per essere stati chiamati a condividere l’affascinante avventura della nostra esistenza.
«…siamo i collaboratori della vostra gioia». È bella questa espressione di San Paolo (2 Cor 1, 24) rispetto ai presbiteri. Espressione che sintetizza il loro ministero nel compito di valorizzare gli altri, farli stare bene, aggrappati al Signore, dal quale deriva la vera e duratura gioia. Collaborare all’altrui gioia, con la certezza che essa può essere solo data in dono dallo Spirito Santo, fonte di vita, pace, amore.
Gioia, espressione dell’armonia con noi stessi, con gli altri, con il creato, ma soprattutto con il Creatore. Gioia nella cui essenza è compreso il bisogno d’irradiarsi, di essere comunicata, mentre è posseduta dal donatore nella misura in cui la offre agli altri. Gioia, frutto dello Spirito che lega intimamente anime elette.
Queste non si affidano alla musica che stordisce, o alle droghe che anestetizzano, per non guardare in faccia agli altri e così scoprire i loro bisogni. Si abbandonano al vento sottile sottile e allo sconcertante silenzio offerto dal deserto, con la determinazione di imitare quello che faceva Cristo, che passava in mezzo alla gente facendo del bene. E il risultato? La gioia di sussurrare all’altro l’unica realtà destinata a rimanere eterna: «Ti voglio bene. Voglio il tuo bene. E ti ringrazio che tu accetti il bene che ti voglio, perché ho bisogno di te per essere me stesso. Perché senza di te la vita sarebbe un inferno».

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