Un docile ascolto della Parola

«Mi permetta alcune sfide. Papa Francesco mi piace ma mi scombussola allo stesso tempo: da una parte sembra relativizzare tante cose, in quanto è comprensivo, misericordioso, non giudica. Dall’altra ha indetto due sinodi per porre al centro dell’attenzione dei cristiani i problemi morali. Quanto a lei: ha parlato della centralità della Parola per una morale attenta ai segni dei tempi, ma non ne ha posto il fondamento filosofico, come ad esempio: la legge naturale. Che rapporto c’è tra la legge e i principi? C’è ancora il peccato? Qual è il cuore della morale cristiana?». Così m’interpella un giovane universitario, studente di filosofia, al termine di una conferenza.

Le chiarificazioni di ogni parola esigerebbero una conferenza specifica mirante non a rispondere, ma a porre molte domande. Papa Francesco ha una formazione da gesuita e un conseguente approccio alle situazioni, basato sul metodo di rispondere ad una domanda con mille altre domande. Ed è giusto e bello che sia così, in quanto le risposte chiudono gli orizzonti, mentre le domande li allargano e obbligano l’interlocutore a leggere sia i segni dei tempi, sia la sua coscienza per vedere ciò che lo Spirito Santo si aspetta da lui, in vista della sua salvezza individuale. La morale infatti, mentre ha principi validi per tutti, è strutturata in vista della salvezza della persona, prima che dell’umanità.

Innanzitutto, il centro della morale cristiana non è costituito dalla legge naturale e tanto meno dal peccato, ma da Cristo. Mentre l’etica deve strutturarsi attorno ad un fondamento filosofico, la morale lo presuppone e si pone poi una domanda di fondo: «Se Dio esiste, ha qualche cosa da dire all’umanità?». Domanda che implica il riferimento di ogni morale alla Parola di Dio, propria di ciascuna religione rivelata: l’Antico Testamento per gli Ebrei, il Corano per i Musulmani, Veda e Rig Veda per gli Induisti, tutta la Bibbia per i Cristiani…

Da giovane – all’inizio degli anni Settanta – ho frequentato tre facoltà di filosofia (l’Università del Laterano, “La Sapienza” di Roma e l’Università Cattolica di Milano). A quei tempi, più volte tornava la questione della legge naturale, mentre ora si mette in evidenza la sua marginalità nella discussine culturale contemporanea. Non si parla più, oggi, di una verità in senso assoluto, basata su una ragione universale valida per tutti, in tutti i tempi e in tutte le culture. Nessuno può imporre la sua ragione come se fosse universale, ma nel dialogo, nello studio dei cambiamenti dei tempi, nell’attenzione ai valori propri di ogni cultura, si pone la domanda di quanto Dio possa fare per aiutare l’essere umano a realizzare se stesso nella ricerca dei valori umani e divini.

Nel caso della morale cristiana, è importante recuperare ciò che le è specifico, rifacendosi alla definizione data dal Concilio Ecumenico Vaticano II: «Si ponga speciale cura nel perfezionare la teologia morale, in modo che la sua esposizione scientifica, più nutrita della dottrina della Sacra Scrittura, illustri l’altezza della vocazione dei fedeli in Cristo e il loro obbligo di portare frutto nella carità per la vita del mondo» (Optatam totius, n. 16). Gli elementi fondamentali di questa definizione sono:

- Conoscenza delle cause. La morale cattolica è una scienza non nel senso delle scienze naturali o umane, ma nel senso medioevale del termine “cognitio per causas”: conoscenza che si attinge risalendo alle cause della realtà. Si tratta di una conoscenza profonda della natura delle cose. Oggi potremmo riformulare questo concetto con il rimando alla ricerca del senso della vita, che fa scaturire in ciascuno di noi tante domande: «Da dove vengo? Dove sto andando? Che senso ha la mia esistenza? C’è una vita oltre il breve spazio di tempo nel quale consumo la mia avventura umana?» Sono le domande di fondo sulle quali si costruisce ogni filosofia, in tutti i tempi.

- Centralità alla Parola. La morale cristiana non dipende da ragionamenti umani, ma ha il suo fondamento nella rivelazione di Dio così riassumibile: al primo posto c’è sempre il dono di Dio che deve essere adeguatamente accolto. Il dono del creato, della mia vita, della rivelazione, del prossimo da amare come Dio ci ama. 
L’essere umano, creato a immagine di Dio – perciò razionale, libero, responsabile di fronte al creato – ha i piedi per terra, sbaglia e pecca. Ma anche se è grande il mio errore e se il mio cuore mi accusa di peccato, Dio è più grande del mio cuore, e mostra la sua grandezza nel perdono: più grande è l’atto di perdonare rispetto all’atto di creare. 
La nostra esistenza è un cammino con Dio, sostenuto dalla sua legge (i comandamenti): le norme dell’agire non vengono imposte da fuori, ma sono la logica risposta ai doni sempre immeritati. Apice di tutti i doni è l’Incarnazione: Dio si fa uomo, per farci come Lui. Quindi la morale cristiana non è altro che un mettersi sulle orme dell’ Uomo-Dio. Ai comandamenti dell’antica Alleanza fa riscontro il Discorso delle Beatitudini: il cristiano è colui che passa dal monte Sinai al monte delle Beatitudini. Dalla legge all’amore.

- Altezza della vocazione dei fedeli. La vita morale prende senso a partire dalla vocazione dei fedeli in Cristo di «portare frutto nella carità per la vita del mondo». Qui emerge la dimensione specifica della morale: se ho incontrato Cristo, se veramente credo in Dio Padre, se lo Spirito Santo è al centro della mia vita, dalla mia fede deriva la mia morale centrata sulla carità nei confronti di tutti gli esseri umani. Di chi mi ama, come di chi mi fa del male.

“Portare frutti d’amore per la vita del mondo” non significa solo compiere opere buone, ma prima di tutto pregare e far pregare, poiché dal rapporto positivo e bello con Dio – grazie proprio alla preghiera – automaticamente i rapporti tra gli esseri umani si modellano sulla verità, sulla bellezza e sulla bontà. Se Dio è in mezzo a noi, non abbiamo bisogno di tante leggi perché entriamo nel regno dell’amore, mille volte più esigente e bello del regno della legge.

Questo è il tema di fondo della prima lettera di San Giovanni. Ne parla pure San Giacomo, che invita i fedeli ad essere docili all’ascolto della Parola: «Sia ognuno pronto ad ascoltare, lento a parlare, lento all’ira[…] Siate di quelli che mettono in pratica la parola e non soltanto ascoltatori, illudendo voi stessi. Perché se uno ascolta soltanto e non mette in pratica la parola, somiglia a un uomo che osserva il proprio volto in uno specchio: appena s’è osservato, se ne va, e subito dimentica com’era. Chi invece fissa lo sguardo sulla legge perfetta, la legge della libertà, e le resta fedele, non come un ascoltatore smemorato ma come uno che la mette in pratica, questi troverà la sua felicità nel praticarla».

Valentino

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