Liberi per amare

Il dono di sé.  «La mia vocazione è l’amore!», grida la giovane Teresa Martin, la futura Santa Teresa di Lisieux. I coniugi Martin hanno nove figli. Quattro muoiono alla nascita, uno morirà in giovane età. Teresa è l’ultima delle quattro figlie rimaste, tutte consacrate al Signore, nel Carmelo della città natale. Suora a quindici anni. In nove anni di clausura raggiunge le vette del misticismo, senza  avere visioni particolari, soffrendo molto e offrendo tutto al Signore. 


Meditando la prima lettera di Paolo ai Corinti, vede il corpo della Chiesa composto da varie membra: l’occhio non può essere la mano! Prende in considerazione tutte le membra del corpo. Lei vorrebbe essere tutto: «Tutta la Chiesa ha un corpo composto di varie membra… Compresi che la Chiesa ha un cuore, un cuore bruciato dall’amore… Compresi che il cuore abbraccia in sé tutte le vocazioni, che l’amore è tutto, che si estende a tutti i tempi  e a tutti i luoghi, in una parola, che l’amore è eterno. Allora con somma gioia ed estasi dell’animo gridai: o Gesù, mio amore. Ho trovato finalmente la mia vocazione. La mia vocazione è l’amore». 


Ama intensamente quel Dio, per raggiungere il quale si libera da tutti e da tutto. Cerca incessantemente il Signore, che non le si rivela apertamente per lasciarla libera nel suo cammino di fede. Nonostante l’aridità spirituale, i silenzi di Dio e le sofferenze fisiche, con tanta speranza crede nell’amore. Si abbandona al Signore, cercato come uno Sposo, scoprendo che «la santità consiste in una disposizione del cuore che rende umili e piccoli nelle mani di Dio, coscienti della nostra debolezza e fiduciosi fino all’audacia nella sua paterna bontà».


 


Nella libertà di cui Dio ci fa dono, il credente trova la forza di amare il prossimo, unicamente perché si accorge d’essere stato per primo amato gratuitamente. Amare gli altri, compresi i nemici, darsi a tutti come un dono, è la logica conseguenza e la risposta riconoscente di chi ha fatto un’esperienza d’amore. Ciò ha permesso all’apostolo Giovanni di scrivere: «Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. […] In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati. […] Dio è amore; chi sta nell’amore dimora con Dio e Dio dimora in lui» (1Gv. 4, 7-16).


Radicati in Dio Padre, innamorati di Cristo, abbiamo in dono lo Spirito, che è l’Amore stesso. È il vincolo che unisce nella Trinità Padre e Figlio, e qui in terra tutti gli esseri viventi. Spirito che è come un vento che soffia dove vuole e quando vuole. Libero lui e rispettoso della nostra libertà. Non brilla troppo per non accecarci. Parla sottovoce per dare spazio a tutti e a tutto. Accetta di essere perdente purchè l’uomo vinca, nel rispetto della sua coscienza. Si fa vulnerabile nella persona di ogni uomo perché ha scelto di essere piccolo, ultimo e povero, come condizione indispensabile per renderci vittoriosi, grandi e ricchi d’amore. 


 


Amore liberante: al di sopra delle miserie umane. «Perché dopo tutta una vita consacrata a Dio e al prossimo, dopo tante preghiere e immensi sacrifici devi essere colpito da un cancro alla gola? Perché devi essere punito proprio nella facoltà che più ti rende attraente e utile all’umanità, la parola?». Così scrive una signora al teologo morale Bernhard Häring, quando scopre che egli ha subito l’asportazione totale delle corde vocali. A lei giunge una sconcertante risposta: «Invece di lamentarti perché mi è stata tolta la voce, loda Dio con me per i 65 anni in cui ho potuto usarla per parlare di lui, della giustizia e della pace».


Lui, il teologo che ha cambiato la morale prima del Concilio Vaticano II e ha contribuito in maniera preponderante alla creazione dei documenti più importanti – “Gaudium et spes” (tutte sue sono le parabole del prologo) e “Optatam totius” (sua è la definizione della morale cattolica) –, mentre il suo nome si estende in benedizione in tutti gli angoli della terra, è umiliato e prostrato da un “processo dottrinale” che durerà quattro anni.


La riabilitazione totale avverrà pochi mesi prima della sua morte, quando, per il suo 85°compleanno, i cardinali di Austria e di Germania andranno a rendergli omaggio e a concelebrare con lui l’eucarestia. Per ventun anni il cancro fisico e quello morale hanno convissuto in lui e, grazie alla preghiera, non solo sono stati tenuti a bada, ma si sono rivelati sorgente di una forza morale inaudita. Ma ciò che più stupisce nella vita di Häring è il fatto che le più belle pagine sulla Chiesa, sull’amore e sulla libertà (si vedano i due magistrali volumi sul rinnovamento della morale dopo il Concilio Vaticano II: “Liberi e fedeli in Cristo”) siano state scritte durante il processo dell’ex Santo Ufficio contro di lui. 


Libertà nella fedeltà, fedeltà libera e creatività: espressioni analoghe, che trovano il loro fondamento in una stupenda esperienza di Dio, nel suo amore che dà la vita (Padre), che redime (Cristo) e rende liberi (Spirito Santo). Posseduto dall’Amore, il credente da libero diventa liberatore.


 


«Non si mette la lampada sotto il moggio». Prima di morire, padre Häring ci ha fatto dono della “Autobiografia a mo’ d’intervista” (Paoline, Milano 19992). Egli “si racconta”, parla della sua infanzia, delle difficoltà incontrate nella sua giovane età a causa della salute, della sua antipatia verso la morale casistica, della guerra e delle sue disubbidienze a Hitler (che pagò a caro prezzo: odiosi processi dall’assurdo regime), del suo cammino di teologo morale alla ricerca di armonizzare la legge con l’amore, la fedeltà con la libertà, la tradizione con la novità.


Cosciente che la lampada deve essere posta sul candelabro e non sotto il moggio, parla di sé, con quello spirito con il quale Sant’Agostino scrisse le sue “Confessioni”, vale a dire rileggendo tutta la propria vita alla luce della misericordia del Signore, che gioca nella pasta umana e che anche là dove apparentemente si scorge solo il male, fa emergere capolavori di bontà e di bellezza.


Chi ha avuto la fortuna di confessarsi da padre Häring, ha sperimentato che cosa voglia dire incontrare una persona libera e liberante. Ogni volta che gli si accennava ad un peccato, egli lo “battezzava”, cercava cioè di cogliere l’anima di bontà e di bellezza che si nascondono anche nel male. Capitava così che, quando la sua mano si alzava per assolvere, il peccatore si sentisse buono, la prostituta si sentisse donna e l’adultera (è capitato anche questo) diventasse suora. Pure chi non cambiava radicalmente stile di vita, se ne andava custodendo gelosamente dentro di sé il ricordo di quello sguardo penetrante ed amorevole, tipico di chi, “libero e  fedele  in Cristo”, libera il prossimo e lo radica nell’amore. 

Valentino

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