Libertà dilatata dal fratello

“I limiti della libertà”. Questo il tema assegnatomi per una assemblea studentesca al liceo classico di Agrigento. Sono chiamato a parlare a studenti desiderosi di rapporti umani, profondi e ludici al tempo stesso. Si respira qui, ancora, il clima culturale della Magna Grecia. Inizio il discorso criticando lo slogan scritto a caratteri cubitali: «La mia libertà finisce dove comincia la libertà dell’altro». Reputo che dietro questa frase ci sia una concezione negativa dell’essere umano: l’altro sarebbe di ostacolo, di blocco, di impedimento all’espressione della mia libertà. Chi, invece, considera ogni persona come un “infinito”, coinvolgendosi profondamente in rapporti belli e significativi, dilata sempre più la sua libertà.

Mi dispiace per il professore di filosofia, che aveva lavorato più mesi per far passare quello slogan… ma non posso censurare le mie idee. Anzi, ciò è un motivo in più per animare il dibattito. Un po’ alla volta si abbozza l’idea di una libertà definita come possibilità di espandere il proprio io, che si realizza in comunione con quanti ci circondano, alla ricerca di quella bellezza che è splendore di verità. Chiedo agli alunni di esprimere, per alzata di mano, quanti di loro abbiano la consapevolezza di essere belli. Sorrido al pensiero che, quando faccio questo esperimento al Nord, mediamente una persona su trecento alza la mano. Qualcuna in più al Centro. Molte al Sud. Qui, nell’isola, non solo alzano le mani, ma anche i piedi…


È importante sentirsi belli, perché chi si percepisce brutto diventa cattivo, non può amare se stesso e quindi neanche gli altri. Da ciò nasce il concetto sartriano: «L’inferno sono gli altri», al quale si deve contrapporre una energica convinzione: l’inferno è la mancanza degli altri. Quanti ci circondano  sono “Dio”, unico orizzonte in cui la libertà non solo non è limitata, ma dilatata all’infinito.

Suona la campana che annuncia la fine delle lezioni, ma i giovani non mostrano di voler andare. Quando cerco di congedarli vedo che i rappresentanti di classe si riuniscono, discutono qualche minuto e poi fanno la proposta: nel pomeriggio, chi vuole si faccia trovare sulla spiaggia di Porto Empedocle, per continuare con me la discussione. Siccome in troppi vogliono venire, ci si accorda che solo quelli dell’ultimo anno passeranno con me il resto della giornata, da concludere con un momento di preghiera nella Valle dei Templi.

Nel pomeriggio, sulla spiaggia dell’incantevole mare emerge il sogno di un nuovo umanesimo, dove veramente l’uomo sia al centro del creato, libero da ciò che gli impedisce di intonare il suo “Inno dell’universo”, sulle orme di Teilhard de Chardin.

A sera, dopo il tramonto, bellissima l’eucaristia celebrata nella cornice degli stupendi templi antichi. Leggiamo il discorso tenuto da Cristo durante l’ultima cena: «Che tutti siano una cosa sola, così che il mondo creda». Qualcuno vuole confessarsi, mentre gli altri cantano, si abbracciano e guardano lontano, forse sognando un mondo umanizzato dalle parole di Cristo: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace». 


Domani mi sentirò bello e libero. Tra gli studenti c’è un giovane proveniente da Ragusa. Là mi aveva incontrato nel contesto di un’assemblea studentesca, che si era conclusa in modo analogo a quella del liceo di Agrigento. Mi rammenta l’esperienza vissuta tempo prima a Ibla, al termine di una giornata di conferenze, quando… a ora tarda, mentre passeggiavo per le vie del piccolo centro con i più recidivi al sonno, passai davanti a una specie di discoteca. I ragazzi mi dissero che era il luogo di ritrovo abituale di un loro compagno di classe, che aveva un complesso di inferiorità a causa della sua bruttezza fisica.

Entrai nel locale e mi diressi deciso al tavolino dove si trovava quel ragazzo solo, con un bicchiere di birra in mano e gli occhi lucidi. «Anche a me piace la birra – dissi per vincere l’imbarazzo iniziale –, posso condividere la tua?». Non gli mancò la battuta scherzosa: «Chi non beve in compagnia o è un prete, o è una ladro, o è una spia».

Gli chiesi se bevesse per dimenticare o per avere il coraggio di parlare. Ed egli iniziò un lungo discorso, mirante a demolire quanto aveva da me sentito in classe, al mattino: non si sentiva bello e dichiarava di non avere neppure una bellezza morale, ma solo il buon senso di annegare nell’alcool e nei rumori la tentazione di pensare a quanto fosse brutto. Avrei mentito se gli avessi detto che esteticamente era accettabile… Ma, condiviso il bicchiere di birra, espressi il mio desiderio di passare un po’ di tempo con lui, dopo aver congedato i suoi compagni.

Passeggiammo lentamente attraverso gli stretti sentieri di Ibla, tra case antichissime, circonfuse dei profumi della primavera. Una nube a un certo punto venne a escludere dall’orizzonte la valle circostante, sì che emergeva solo la chiesa, illuminata a festa.

Parlai della bellezza intesa come splendore della verità e della verità come rimozione di un velo, come svelamento – a noi stessi e agli altri – della parte più bella e più vera di noi, che aspetta solo di venire alla luce.

Per un po’ mi ascoltò, poi mi lanciò una sfida: «Perché perdi il tuo tempo con me? Tu sei bello! Sei intelligente, parli bene, affascini i giovani. Che cosa vuoi da me?». «Tutto e nulla. Sento solo di aver bisogno di te».

Un abbraccio. Un pianto. E la conclusione: «Domani mi guarderò allo specchio e, per la prima volta nella mia vita, mi scoprirò bello e libero».

Valentino

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