Liberi dall’odio

«Dove c'è Dio non ci sono odio, invidia e gelosia». Così predica papa Francesco contro coloro che con le chiacchiere uccidono i fratelli. E insiste: «Quelli che in una comunità fanno chiacchiere sui fratelli, sui membri della comunità, vogliono uccidere […] Una comunità, una famiglia viene distrutta per questa invidia, che semina il diavolo nel cuore e fa che uno parli male dell'altro, e così si distrugga […] In questi giorni stiamo parlando tanto della pace, vediamo le vittime delle armi, ma bisogna pensare anche alle nostre armi quotidiane: la lingua, le chiacchiere, lo spettegolare».

Parole come pietre. L’odio, la gelosia, l’invidia che albergano in noi ci rendono schiavi del male che si ritorce contro di noi, portandoci via la serenità, la pace e la gioia di vivere.

Molti sono i motivi che potrebbero giustificare i nostri rancori, molte sono le ferite che la vita infligge nel nostro spirito. Chi desidera vivere serenamente, indipendentemente da ogni credo e da ogni religione, da ogni torto o da ogni ragione, ha tutto da guadagnare allorchè perdona e fa di tutto per dimenticare le ferite e le offese subite nel passato e quelle che continuiamo a ricevere nel presente.

«È molto meglio vivere bene e avere torto, piuttosto che vivere male e aver ragione» afferma Luoise Hay che, dopo aver avuto un’infanzia difficile – segnata da un patrigno violento e da violenze sessuali subite fin dai cinque anni – ha scritto: "Puoi guarire la tua vita”, per dimostrare quanto sia importante avere un pensiero positivo e vivere puntando sul bene, sul bello e sul perdono, come condizione per diventare liberi.

La semplice sfera psicologica può aiutarci a vivere bene, liberandoci da ogni forma di male. Se a questa si aggiunge la fede in un Dio che invita il credente a perdonare “non sette volte, ma settanta volte sette”, si sperimenta un supplemento d’aiuto nel vincere il male con il bene, sia perché – per il nostro bene – ce lo chiede il Signore, sia per avere la sua grazia, sia per trasformare in preghiera l’offerta alla Trinità delle nostre sofferenze. È infatti sperimentato abbondantemente che, quanti danno un senso anche religioso al loro soffrire, soffrono meno e guariscono più in fretta. È il messaggio ricorrente di papa Francesco: con il Signore si vive meglio, liberi da ogni forma di male.


Tempo di perdono,  riconciliazione e confessione.  Due gruppi di persone: da una parte i familiari serbi dell’uccisore, dall’altra i parenti albanesi della vittima, nel Kosovo. S’avanza la madre dell’ucciso con in mano un pezzo di pane. L’uccisore lascia cadere una goccia del suo sangue su quel pane che la madre mangia, mentre concede il perdono all’assassino. Non solo: quest’ultimo viene adottato come figlio.  La riconciliazione è un atto divino e cura le nostre ferite interne: più tiranno di Milošević è l’odio che una persona cova dentro di sé . 

Ho partecipato più volte a questo rito sacro nel Kosovo, assieme all’amico prete Lush Gjergij che, durante l’ultimo conflitto, ha testimoniato che si sono verificati circa seimila casi  analoghi di riconciliazione tra Kosovari albanesi e Serbi.

Lush ed io andiamo a raccontare questi fatti al segretario di  Giovanni XXIII, l’arcivescovo Loris Capovilla  che – prendendo lo spunto dalla quaresima quale tempo di penitenza e di riconciliazione – ci inonda di ricordi del santo Papa, che ha fatto della confessione uno dei capisaldi della sua vita: si confessava tutti i venerdì alle ore quindici, meditando sull’amore di Cristo verso tutti, compresi i nemici.

E tra le tante confessioni, una è degna di un grande santo. A Venezia c’era un prete vittima dell’alcolismo. Viveva in un modo degradante e aveva smesso di esercitare il suo ufficio sacerdotale. Lui – il Patriarca – lo mandò a chiamare. Lo abbracciò e gli chiese il favore di ascoltare la sua confessione e di assolverlo. Quel poveraccio era confuso. Ma Roncalli, ben determinato, andò a prendere la stola viola, gliela mise sulle spalle e s’inginocchiò per terra, ai suoi piedi, dopo avergli ricordato: «Tu sei sacerdote in eterno».

Il perdono. La riconciliazione. Il sacramento della penitenza. Stupendi doni del cristianesimo. Io vado a sussurrare i miei peccati a un prete, limitato come tutti gli esseri umani e lui, a nome di Dio, grida la misericordia dell’Altissimo che non è interessato al mio peccato, ma è grato a me che, riconoscendo il mio limite, gli procuro una grande gioia: «In verità vi dico, si fa più festa in cielo per un peccatore pentito che per novantanove giusti».

E non è necessario che il prete sia santo per concedermi efficacemente il perdono e per consacrare il pane e il vino. Cristo non ha scelto degli angeli per essere dispensatori della sua misericordia. Nel mio limite, nel mio peccato, tremando di fronte alla mia assoluta indegnità, consacrando e assolvendo mi sento Dio, come divina è quella madre che mangia pane intriso del sangue dell’assassino di suo figlio e lo adotta, in risposta al comando: «…ma io vi dico: amate i vostri nemici».   

 

Come liberarsi dall’odio, dal rancore e dall’amarezza? “Per-dono”: offrire come dono ciò che non è dovuto alla persona che offende, entrando nella sfera della gratuità, coscienti che il bene fatto all’altro ritorna a noi, moltiplicato per cento. Perdono è l’atto di slegarci dai sentimenti negativi che coviamo nel nostro cuore per i torti subiti (dal fastidio che ci danno i vicini di casa, al tradimento matrimoniale). Ho più volte assistito al miracolo creato dal perdono in quest’ultimo caso: chi perdona e dimentica riesce a promuovere una vita decisamente migliore di quella vissuta prima dell’adulterio, permeata da sentimenti di comprensione, di compassione e di gratitudine nei confronti del coniuge e di quel Dio che ha permesso il peccato per rigenerare a vita nuova.

Immensi sono i benefici del perdono, da quelli fisici (abbassamento della pressione sanguigna, riduzione dello stress e della depressione, minori sintomi di ansietà per il presente e per il futuro…) a quelli morali (gioia di riallacciare un rapporto più bello del precedente, crescita dei valori spirituali e liberante esperienza di dare fiducia a quanto Cristo ha dichiarato nel Discorso della Montagna: le Beatitudini e gli immensi vantaggi del porgere l’altra guancia).

Il perdono garantisce quella pace che permette di andare avanti nella vita, con un supplemento di gioia di vivere e di mettersi a disposizione di quanti possano avere bisogno di operatori di pace. L’offesa non è più al centro dei nostri pensieri o sentimenti. L’ostilità, il risentimento e l’infelicità lasciano il posto alla compassione, alla gentilezza e alla pace. 

Potrei dimostrare ciò portando come esempio quanto è capitato nella mia famiglia. Il nonno paterno è stato ammazzato da un giovane che egli aveva preso in affido. Frustrato, invidioso e geloso quel povero giovane stava rubando al nonno i soldi necessari per comperare un campo nella pianura  sotto Bergamo. Mio nonno gli disse che non era il caso di rubare, bastava che chiedesse, visto che era in famiglia. Quattro colpi di pistola. Il nonno morì dopo quindici giorni, durante i quali non faceva altro che ripetere: «Perdonatelo: non è stato amato da giovane». La nonna chiese la grazia per evitare che fosse fucilato… Da questi eroici atti di perdono sono nati alcuni nipoti che, avendo respirato in famiglia la bellezza di disarmare l’odio perdonando, si sono impegnati a testimoniare che l’essenza e il profumo del cristianesimo è il perdono, fonte di profonda pace e di vera libertà .

Valentino