Liberi dalla paura

«Si cerca per la Chiesa un uomo».  Per creare la civiltà dell’amore, è indispensabile porre le basi per una nuova antropologia, mirante a proporre l’immagine di  un “uomo” che si realizzi dando un volto, un senso e una direzione alla sua libertà.  Questa si presenta con due facce, fasi o parti: “parte distruttiva”, consistente nella rimozione di quanto impedisce di cominciare a costruire l’edificio della propria  personalità (chi vuole edificare una casa, deve prima preparare il terrreno, scavare, estirpare, rimuovere) e “parte costruttiva”, consistente nello scavare le fondamenta, preparare quanto serve per la costruzione e poi mettersi al lavoro, vale a dire: avere dei principi saldi, fare analisi approfondite sui valori in discussione e farsi aiutare per educarsi alla libertà, intesa come processo che dura tutta la vita.
 
Uno dei più grandi ostacoli al cammino verso la libertà è caratterizzato dalla paura, che paralizza l’essere umano e lo invecchia prima del tempo. Una persona, infatti, è giovane come il suo ottimismo, vecchia come il suo pessimismo. Giovane come la sua speranza, vecchia come la sua disperazione. Giovane come la sua volontà di tornare sempre da capo, vecchia come la sua paura.
 
Papa Giovanni Paolo II ha iniziato il suo pontificato con il grido: «Non abbiate paura!» e papa Francesco non si stanca di ribadire la sua convinzione: «Noi siamo liberi. Perché? Perché viviamo sotto la grazia. Noi non siamo più schiavi della Legge: siamo liberi perché Gesù Cristo ci ha liberati, ci ha dato la libertà, quella piena libertà di figli di Dio […] Non avere paura, non avere paura. Non avere paura dell’amore, dell’amore di Dio, nostro Padre. Non avere paura. Non avere paura di ricevere la grazia di Gesù Cristo, non avere paura della nostra libertà…».    
 
Queste parole possono risuonare come eco di quanto don Primo Mazzolari suggeriva alla sua gente, per mostrare  l’immagine di una Chiesa  che godesse della libertà dei figli di Dio: «Si cerca per la Chiesa un uomo senza paura del domani, senza paura dell’oggi, senza complessi del passato. Si cerca per la Chiesa un uomo, che non abbia paura di cambiare, che non cambi per cambiare, che non parli per parlare.
 
Si cerca per la Chiesa un uomo capace di vivere insieme agli altri, di lavorare insieme, di piangere insieme, di ridere insieme, di amare insieme, di sognare insieme.
 
Si cerca per la Chiesa un uomo capace di perdere senza sentirsi distrutto, di mettersi in dubbio senza perdere la fede, di portare la pace dove c’è inquietudine e l’inquietudune dove c’è pace. 
 
…Si cerca per la Chiesa un uomo». 

La nostra paura più profonda. Strano a dirsi, ma molte persone temono di più l’idea di essere belle, grandi, amate, rispetto all’opposto di queste qualità. Lo afferma esplicitamente Nelson Mandela: «La nostra paura più profonda non è di essere inadeguati. La nostra paura più profonda, è di essere potenti oltre ogni limite. È la nostra luce, non la nostra ombra, a spaventarci di più. Ci domandiamo: “Chi sono io per essere brillante, pieno di talento, favoloso?”. In realtà chi sei tu per NON esserlo? Siamo figli di Dio. Il nostro giocare in piccolo, non serve al mondo». 
 
Fin dai primi anni di filosofia, durante la frequenza di teologia e la specializzazione in morale biblica, ho sempre incentrato le mie ricerche sul concetto intuito dai Padri della Chiesa: «Dio si è fatto uomo, perché l’uomo si faccia Dio» (teopoiesi). Ovunque vada, non mi stanco di  ripetere: «ll battesimo non ci rende cristiani, ma Cristo». Parlo della nostra “divinizzazione”. Dappetutto trovo alzate di scudi. Molti – teologi compresi – vanno ripetendo che noi siamo peccatori e che la mia teologia è contraria alla dottrina del peccato originale. 
 
So benissimo – e lo sento sulla mia pelle – che siamo tutti peccatori, ma noi non siamo il nostro peccato. Approfondirò in seguito questo argomento:  per il momento mi limito ad affermare che il miglior modo per uscire dal nostro limite e peccato è puntare sulla nostra bellezza e sulla grazia che il Signore non lascia mancare a chi gliela chiede con cuore sincero. 
Se noi ci sentiamo belli, buoni e non cristiani ma Cristo, siamo stimolati a crescere in bontà, sapienza e grazia. Se sottolineiamo continuamente che siamo brutti, cattivi e peccatori, voliamo in basso, ci rassegniamo al compromesso e, quando riteniamo di essere esclusi dalla grazia di Dio, più facilmente ricadiamo in altri peccati, con la scusa che «tanto prima o poi dovrò andare a confessarmi, e uno in più o uno in meno…».
 
Ecco perché non dobbiamo avere paura di sentirci amati da Dio, dotati di immense potenzialità e destinati a crescere sempre più nella nostra immagine e somiglianza del nostro Creatore, fino al giorno in cui lo vedremo e saremo in tutto simili a Lui: «Fin da ora siamo figli di Dio e non possiamo neppure immaginare che cosa saremo in futuro. Ma sappiamo questo: che quando Cristo tornerà, saremo simili a lui, perché lo vedremo come realmente è» (1 Gv 3,2).

«Libertà vo cercando ch’è si cara». Catone non ebbe paura di affrontare la morte pur di non perdere la libertà. Jean Palak, nella famosa primavera di Praga (1968), si bruciò vivo nella pubblica piazza, per obbligare i suoi connazionali a riflettere sull’inestimabile dono della libertà: pochi ritennero il suo gesto un suicidio, molti concordarono nel ritenere che si trattò di un coraggioso gesto, paragonabile al martirio. 
 
E la storia si ripete. Nel 2011 il tunisino Mohamed Bouazizi – 26 anni, povero, disoccupato, con studi superiori alle spalle – si ritrova a vendere verdure abusivamente sul marciapiede. Le forze dell'ordine gli sequestrano la sua merce. Per svegliare la popolazione contro i soprusi, si dà fuoco… e ha inizio la primavera araba. 
 
Non voglio certo fare l’elogio del suicidio, ma richiamare l’attenzione sull’importanza di vivere cercando coraggiosamente la libertà, e di spingere lo sguardo fino ai primordi della storia, pensando ai rischi che il Creatore ha corso nel crearci liberi.
 
Possiamo fare mille obiezioni e domande «se questo sia il migliore dei mondi possibili». La filosofia si è sbizzarrita a dare le più strane risposte. La teologia afferma che non c’era alternativa: senza libertà non ha senso il vivere umano, così come inconcepibili risulterebbero ogni atto d’amore e ogni religione. Dio non crea degli automi e delle marionette. Che senso avrebbero un amore e una adorazione imposti? Che se ne farebbe Dio dell’omaggio servile di persone costrette a riconoscerlo, adorarlo e servirlo come Signore, Creatore e Redentore? Signore di chi? Creatore di che cosa? Liberatore da quale limite o peccato? Le categorie del male, del limite morale e della colpa esigono i concetti di libertà, responsabilità, coscienza dei valori.
 
E come risulta affascinante la figura del Creatore che rischia – Lui, la prima vittima del male del mondo – di essere rifiutato e non riconosciuto come Dio, pur di dare vita ad un essere reso grande dalla sua libertà! Ha creato un universo stupendo e ha permesso che l’essere umano glielo portasse via, lo inquinasse, lo sottraesse dalla armoniosa gravitazione dell’Amore. Ha rischiato. Ha pagato Lui per primo. Ha pianto sul male del mondo, versando calde lacrime… Ma non si è arreso. «Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine».

Valentino

Commenti

  1. Lupigi
    dic 30, 11:11 #

    «tanto prima o poi dovrò andare a confessarmi, e uno in più o uno in meno…»

    In questi giorni di avvento ho meditato proprio su questo concetto.

    E’ un comportamento che è stato anche studiato in psicologia (per esempio come riportato qui: http://www.efficacemente.com/2013/11/essere-costante/)
    Il concetto è che se qualcuno si sta “sforzando” di tenere un certo comportamento, allora appena capita di “sgarrare” si considera “perso” ogni sforzo e c’è la tendenza a non continuare nel comportamento virtuoso perché “tanto ormai ho sgarrato”.

    Applicando questo concetto in ambito spirituale si capisce facilmente dove sta il problema: che la santificazione cioè non può essere il frutto di un semplice “sforzarsi”, ma piuttosto il risultato di una conversione profonda del desiderio.

    Solo Cristo può sanare la divisione profonda del nostro essere, che ci porta (per citare S. Paolo) “a fare il male che non desideriamo”.
    Siamo tutti “sotto il potere del diavolo”, cioè del “divisore”, fino a che Cristo non “passa beneficando” (At 10,38).

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