Liberi e fedeli

Nel 1978, padre Häring pubblica una grande opera di teologia morale in tre volumi, “Liberi e fedeli in Cristo”, con lo scopo di mostrare come la morale debba basarsi sul dialogo tra Dio e la coscienza, debba essere profetica, libera dal modello legalista, sempre più centrata su Cristo e condurre alla libertà dei figli di Dio.  Nell’“Autobiografia a mo’ d’intervista”, parlando di quest’opera, afferma: «Noi dobbiamo essere estremamente grati a tutti coloro che, vivo riflesso del vangelo, con il loro esempio generoso ci hanno messi sul cammino di quella verità che rende liberi e ci hanno fatto comprendere quanto importante sia lo spirito di collaborazione fra gli individui e i popoli».

La gratitudine, per Häring, è il canale che rende possibile il fluire di tutte le grazie. Egli è cosciente che nella sua vita «tutto è grazia». Si sforza quindi di essere buono con tutti, dando a ciascuno quello che, senza alcun merito, ha ricevuto dal Signore. E non è che ciò avvenga senza un grande sforzo, anche perché i tratti di base del suo carattere rivelano una personalità impulsiva, esigente, intollerante delle mezze misure. Basti un esempio. Un giorno, in Vaticano, ci fu una discussione tra teologi sui contraccettivi. Häring cercava di spiegare il pensiero di Paolo VI, che è molto meno rigido di quanto alcuni moralisti vogliano far intendere. Il dibattito divenne acceso. A un certo punto, Häring alzò la voce. Un confratello gli fece notare: «Con tutto il pregare che fai, anche tu perdi la pazienza». Al che, Bernhard rispose: «E pensa che cosa farei se non pregassi!».

Preghiera e studio danno vita a “Liberi e fedeli in Cristo”, che è un aggiornamento della “Legge di Cristo” alla luce dei documenti del Concilio. Scrive ancora nell’”Autobiografia”: «La visione personalistica dell’uomo e la costante adesione alla “Parola” della Bibbia mi hanno portato a concepire come leitmotiv della mia ricerca la responsabilità, espressione della libertà e della fedeltà creativa in Cristo. In questo quadro ho dato un’importanza centrale alla libertà e ho sviluppato altre tematiche, come l’opzione fondamentale, la coscienza, la legge o la norma, il peccato e la comunione. La libertà nella fedeltà: per essere liberi in Cristo e liberati da Cristo dobbiamo fare la scelta di fondo di seguire il Maestro e di ascoltare la sua voce. La scelta della libertà implica, intrinsecamente e fortemente la fedeltà dell’opzione fondamentale: porre Cristo al centro della nostra esistenza».

Nei suoi scritti, Häring presenta l’essere umano come assetato di verità, esplora le condizioni che permettono di scoprire e condividere la verità con i fratelli. E poiché la verità è “disvelamento”, manifestazione dello “splendore del vero” (bellezza), essa diventa il criterio per proporre una morale della bellezza, guida per vivere un’esistenza caratterizzata dal culto dell’arte, della festa e del gioco. Solo se “attraente”, la morale – soprattutto quella sociale – sarà vista come stimolo per i cristiani ad avere rapporti sani e sananti con tutti. Questo è il compito terapeutico del credente che vive l’ideale proclamato dal Salvatore: «Voi siete la luce del mondo» (Mt 5,14).

La legge dello Spirito rende liberi in Cristo (Gal 6,2), liberi dalla complicità nel male, liberi per amare: l’amore autentico (dilectio) sceglie (dilige - elige) il bene della persona amata. Solo in questa prospettiva si può ripetere con Sant’Agostino: «Ama e fa’ ciò che vuoi», nella fedeltà a Cristo.

Libertà e fedeltà: per Häring la teologia morale cristiana non può essere presentata come un’umiliante etica normativa, bensì come una vita nuova in Cristo, uno sforzo per giungere alla piena intelligenza di ciò che significa “sequela” per i cristiani: «…una gioiosa ricerca della propria vocazione a diventare un’unica realtà in Cristo e a portare frutti nell’amore per la vita del mondo». Questa la definizione di morale che Häring riesce a fare accettare da tutti i Padri del Concilio (cfr. Optatam totius, n. 16). Sua è la stesura del testo, accettato all’unanimità. Da esso deriverà la concezione che la morale, nutrita dalla Parola, deve essere presentata come vita del fedele che da essa riceve stimoli per “danzare” la sua esistenza, in un contesto liturgico sacramentale, impregnato di lode e di bellezza: «La necessaria enfasi su regole e norme non dovrebbe mai farci dimenticare la legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù» (cfr. Rm 8,2).

Un teologo che voglia insegnare morale, secondo Häring, deve essere una persona che sa ascoltare tutti, ma, in particolare i più deboli (il “magistero dei poveri”). Chi non ascolta diventa muto.

All’ascolto va accostato il senso di paternità: se un prete o un laico non è “padre”, resta muto come Zaccaria. Parlerà solo quando gli nascerà quel bambino che convertirà il cuore dei padri verso i figli (e non viceversa, perché la vita non si attarda su ieri, ma guarda avanti, con fiducia).

All’ascolto e alla paternità va unita la ricerca di una morale imbevuta dello spirito evangelico e attenta a scoprire i segni positivi dei tempi, dopo aver svergognato i “moralisti” in senso negativo, quelli che papa Giovanni XXIII chiamava «profeti di sventura».

Il teologo morale – come ogni cristiano – non deve nascondersi nelle aule accademiche, ma sostare in chiesa davanti al Santissimo e da Lui ricevere la forza di chiedere ospitalità nel cuore dei discepoli, amati, incoraggiati ed educati ad una “teologia narrativa”, seguendo il metodo della Bibbia che rivela verità altamente rivoluzionarie con uno stile sconcertantemente semplice. È il metodo adottato da Häring, soprattutto negli ultimi dieci anni della sua esistenza, quando – libero da impegni accademici – vuole lottare fino all’ultimo giorno della sua vita per renderci «liberi e fedeli in Cristo», per farci comprendere che «servire è regnare» e per invitarci ad amare la Chiesa, che è madre anche quando è causa di sofferenza.

Ed ecco le ultime parole che mi ha dettato: «Più che fare un testamento riguardante la mia persona vorrei esprimere un rendimento di grazie: ringraziare Dio per tutto quello che ho ricevuto dalla Chiesa, nella Chiesa e per mezzo della Chiesa. E vorrei invitare tutti a servire il Vangelo e la Chiesa nella gioia, nell’assoluta sincerità e franchezza. “Servire è regnare”. Ed è fonte di perfetta letizia spendere la vita al servizio della libertà che guarisce».

 

Valentino

Commenti

  1. silvia
    dic 23, 03:52 #

    Mi hanno colpito soprattutto le ultime parole.
    ..La perfetta letizia.
    E’ fonte di perfetta letizia spendere la vita al servizio della libertà che guarisce.
    E’ sempre solo l’Amore, vivere questo Amore . La libertà che guarisce è lo Spirito che vive in me.
    Anche se sperimento silenzio,solitudine,assenza.
    Perfetta letizia è partecipare alla croce intima di Gesù.
    Natale, vivere l’amore materno.
    AmarLo con l’amore del Padre…

    Ti chiedo Signore,ancora e sempre,
    che si compia perfettamente in me
    la Tua Volontà.

    Santo Natale.
    A te don Valentino.
    E a tutti.

  2. Riccardo
    dic 27, 10:54 #

    Grazie don vale. Essere padre, ascoltare, avere pazienza, spirito di servizio ai poveri ed ultimi…sia per un prete che per un laico, come me, non sono solamente virtù/abitus ma occasione per metter al centro la persona umana, così come fece Gesù. A presto.

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