Cristo: libertà, verità e amore

In cerca di consolazione. Sono chiamato a parlare a un numeroso gruppo di  pellegrini,  presso un santuario mariano, sul tema della riconciliazione. Dopo aver chiarito il concetto di peccato secondo l’Antico Testamento (“anomia”, andare contro la legge)  passo al Nuovo Testamento che considera il peccato come “amartia”, non centrare il bersaglio, andare contro se stessi, contro l’amore. Presentata la posizione di papa Francesco – che non fa altro che ripetere l’urgenza di lasciarsi inondare dalla misericordia divina – discutiamo sul tema della riconciliazione e del sacramento della misericordia, la confessione. Ed ecco la sorpresa: la maggior parte dei presenti all’incontro ha il problema di non potersi accostare all’Eucaristia, in quanto parecchi sono divorziati e risposati con rito civile.

Si tratta di persone ferite, vittime di eventi non voluti, schiave di una predicazione che li fa sentire tanto colpevoli al punto da non frequentare più la propria parrocchia, poiché si vergognano della loro situazione. E si trovano lì, nel santuario mariano, alla ricerca di quella consolazione che una Mamma sa dare ai suoi figli. Lei capisce, intercede, incoraggia.

Qualcuno mi ringrazia per il messaggio liberatorio, formulato a caratteri cubitali: «Io pecco, ma non sono il mio peccato. Una volta assolto, devo perdonare me stesso». Altri dicono che la Chiesa dovrebbe fare in fretta a rivedere la morale matrimoniale, se non vuole che le parrocchie si svuotino del tutto. Altri si rendono conto che giova studiare la nuova morale centrata su Cristo, più che sul peccato. E, in attesa di cambiamenti, meno male che ci sono i santuari mariani!

Il messaggio liberatorio, iniziato con la teologia degli anni Cinquanta e con il Concilio Vaticano II, torna ad essere attuale: da una parte, esistono tuttora  troppe persone ferite e imprigionate dal legalismo; dall’altra, esistono troppi individui che vivono superficialmente, ignorando, trascurando o disprezzando la legge. Diventa quindi indispensabile proporre un messaggio per condurre noi stessi e gli altri non a determinate verità ben formulate, ma a Cristo, che è libertà, verità e amore.

Libertà, verità, amore non sono parole astratte: ognuna di esse  ha il volto di Cristo. Dobbiamo  liberarci dagli astrattismi. Ciò è possibile se noi ci sforziamo di conoscere il Dio fatto Uomo e di scoprire, attraverso Lui, il volto del Padre e il disegno di Dio sulla Chiesa e sul mondo.

Libertà - verità - amore. Tre parole concretizzate in Cristo. Tre valori da testimoniare nella gioia. Tre messaggi affidati come testamento a una Chiesa che proclama quella verità che libera l’amore e rende santi.

La libertà e santità dei figli di Dio. Il teologo morale e il parroco desideroso di rendere liberi i suoi fedeli dovrebbero continuamente ripetere a chi li consulta: «Scegli il vero amore. Ama in modo autentico e poi fa’ ciò che ti comanda il tuo cuore. Cerca il bene dell’altro, poi tutto ti sarà possibile e scoprirai la vera beatitudine».

Nel Discorso della montagna, la ripetizione «Beati… beati…», è da intendere  come grido di gioia di Gesù, che dà forza e significato ad ogni nostra scelta e ci aiuta ad andare controcorrente, a superare la logica puramente mondana. Basandosi su questa pagina del Vangelo si può costruire una morale che è, al tempo stesso, esigente e liberante.

È la morale di chi, innamorato di Dio e di tutta l’umanità, testimonia la gioia di fare proprie le Beatitudini e la bellezza di vivere radicati in Cristo. È questo il fondamento della santità: entrare nella logica di Cristo, facendo proprie le scelte del Maestro proclamate nel Discorso della montagna.

Non si può parlare di santità come bontà, anche perché oggi questo termine non ha sempre un’accezione positiva, come se la bontà fosse un segno di mancanza di intelligenza (fu la borghesia che coniò il concetto di “Papa buono” attribuito a Giovanni XXIII, quasi per dire che però “non era un’aquila”…).

La santità non è neppure legata all’osservanza della legge, dei precetti e dei comandamenti: per il cristiano tutto questo è solo il presupposto per mettersi in cammino verso la santità, che consiste nel ricapitolare tutto in Cristo, uomo nuovo che aiuta a conoscere i segni dei tempi, dona al credente il mantello profetico, incoraggia ad incarnarsi nella storia, negli ultimi tempi – i nostri – che esigono costruttori di pace per salvare il seme dell’uomo sulla terra. Una santità intesa nel senso della migliore tradizione: contro la legge formalistica, contro il potere corrotto, contro il tempio che accoglie e dà garanzia ai vari mercanti, in vista di una perfetta realizzazione della persona che in Cristo si divinizza (theopoiesis).

È la santità proposta dal Concilio, aperta a tutti, con la precedenza non a chi aiuta a morire bene (chi prepara ad una buona morte), ma a chi aiuta a vivere creando condizioni di giustizia e di pace qui, sulla terra (Romero, Giovanni XXIII, Milani, Mazzolari…). Una santità basata sulla ricerca del volto di Dio sul volto dell’ultimo, al cui servizio il credente trova la sua identità, povero tra i poveri, alla scoperta del Figlio di Dio che, da ricco, si è fatto povero. Una santità che non è il risultato dell’assenza di peccati, ma della riconoscenza d’essere salvati e aiutati a non cadere d’abisso in abisso.

La santità di chi è cosciente che «tutto è grazia» e che il miglior modo per ricevere altri doni da Dio è il vivere con un cuore riconoscente. Per cercare questo tipo di santità è necessario impostare la propria vita come impegno a fare della preghiera il proprio respiro e come una continua conversione.

Conversione: humus del cristianesimo vissuto in una Chiesa che ha il volto di tutti quelli che cercano la verità, la giustizia e la pace. Conversione caratterizzata dalla coscienza che nessuno ha il monopolio della verità, che deve essere cercata in umile dialogo con il prossimo e con Dio. Dialogo con Dio e con l'umanità. Respiro con entrambi i polmoni. Dialogo che permette la circolazione dell'amore che libera e rende liberatori.

Valentino

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