Pure nostra è la bellezza di Dio

«Misericordia, misericordia, misericordia». Queste le prime parole di papa Francesco – dopo la richiesta della benedizione del popolo a lui, nuovo vescovo di Roma – pronunciate in Santa Maria Maggiore. E da allora è iniziato il magistero della misericordia, legata al concetto di bellezza. Questo tema è approfondito dai teologi (si pensi soprattutto a von Balthasar) ed è intuito e sperimentato in modo esistenziale da quei cristiani che si lasciano illuminare dallo Spirito Santo. 

Indubbiamente il creato, nella sua affascinante bellezza, è il primo “libro” che parla della magnificenza di Dio: lo splendore del Creatore si riflette nell’“uni-verso” (realtà rivolta verso l’Uno, Dio). E il creato va guardato, capito e custodito così com’è. La sua bellezza genera un “culto” finalizzato all’uso delle creature senza mai sentirle proprie. Tutto e nulla ci appartiene, dice San Paolo: «Tutto è vostro e voi siete di Dio». Se noi entriamo nell’armonia del creato con il rispetto dovuto (senza pretendere di ridurlo a nostro possesso), tutto ci parla del Padre, «creatore del cielo e della terra».

Oltre a ciò, possiamo ammirare la bellezza del Padre contemplando il suo secondo atto creativo: la misericordia che Egli usa nei confronti delle  sue creature. Se grandiosa è l’opera della creazione, ancora più grande è l’opera della riconciliazione, che consiste nella gioia di perdonare quella creatura che, anziché dare lode al Padre, si ribella contro di Lui, non si comporta da figlia, infrange l’armonia del creato.

Quando papa Francesco insiste sulla misericordia, mostra il volto bello del Padre a tutti noi, indistintamente, perché tutti pecchiamo e abbiamo bisogno del perdono, della riconciliazione, di una nuova creazione. 

La bellezza del Creatore è adombrata anche nel “Credo”:  noi professiamo innanzitutto che Dio è Padre, realtà che viene prima della sua onnipotenza. Questa ci può incutere timore, mentre il concetto di “paternità” ci apre alla fiducia nel Padre misericordioso, nel Figlio – che si fa uomo per riportare il mondo nell’armonia del cosmo – e nello Spirito Santo, che tutto avvolge nell’amore. 

Il Tutto nel frammento. La bellezza e magnificenza del Creatore consiste nel rendersi presente in ogni sua creatura: in ogni particella di essere, ma soprattutto in ogni essere umano. Lui, il Tutto, è presente in ogni cellula del nostro essere, come vita della nostra vita. Non a caso San Paolo afferma: «ha stabilito l'ordine dei tempi e i confini del loro spazio, perché (gli uomini) cercassero Dio, se mai arrivino a trovarlo andando come a tentoni, benché non sia lontano da ciascuno di noi. In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come anche alcuni dei vostri poeti hanno detto: Poiché di lui stirpe noi siamo» (At 17,27-28).

Il Creatore è presente in ciascuno di noi, facendoci suoi consanguinei. Von Balthasar insegna che siamo tutti frammenti, siamo tutti piccole creature, ma con un significato universale. Anche il più piccolo degli uomini è bello e importante, sia per Dio sia per ogni membro della famiglia umana. La sua bellezza consiste nel fatto di presentarsi come “forma”, tanto che in latino bello si dice "formosus". Si coglie la forma percependo l'unità interna. Ciò che ha forma è armonico, ordinato e bello, è cosmo in opposizione a caos. 

Ma tutto ciò che ci attira in quanto “formosus”, bello, mentre rivela un aspetto di sé – un frammento, appunto – mette in evidenza anche il mistero del Tutto: di Dio e degli altri. Che cosa conosciamo di Dio e degli altri? Dio non ha forma. Mentre la  forma dell’altro ci attira e ci sconvolge. La sua bellezza ci illumina, ma pure ci acceca. Ci fa uscire da noi stessi, ma ci butta pure nel mistero: noi, frammenti, siamo proiettati nel Tutto. Queste idee sono espresse nel termine “rivelazione”, che significa contemporaneamente togliere il velo e avvolgere nel velo, restando sorpresi, con la mano alla bocca, incapaci di parlare (“mistero”: portare la mano alla bocca per lo stupore).

Quanto più noi penetriamo nel cuore della materia e nella conoscenza della persona, tanto più ci avviciniamo al Mistero, alla trascendenza, a Dio. Ogni scintilla di bellezza ci rimanda alla luce della Bellezza increata, Dio: «I cieli narrano la gloria di Dio e l'opere delle sue mani annunzia il firmamento». Così canta il Salmista, innamorato del cosmo e intento a coinvolgere l’essere umano nell’inno del creato. 

Per approfondire questo concetto è utile leggere Teilhard de Chardin, che quando parla della bellezza, la lega alla capacità di vedere. E per lui, vedere è unificare, cogliere nel frammento il tutto. Oltre alle opere “Fenomeno umano” e “Fenomeno divino”, si legga l’opuscolo altamente poetico: “L’inno dell’universo”.


«Io mi chiedo davanti al creato…»

 «Quando il cielo contemplo e la luna e le stelle che accendi nell’alto, io mi chiedo davanti al creato: Che cosa è l’uomo perché lo ricordi?» (Salmo 8)                              

 «Il mondo non finirà per mancanza di cose belle, ma per la mancanza del senso della meraviglia». Questa intuizione di Chesterton sfida le presenti generazioni e le riporta all’originale stupore di Dio stesso al termine di ogni sua “giornata” creativa. Al tramonto, contemplando la luce, il Creatore si commuove perché tutto è “tob”: bello e buono, nel linguaggio degli Ebrei. 

Bella e buona è la terra, belli e buoni gli uccelli dell’aria e gli animali di ogni specie. Ma soprattutto “molto tob” la coppia delle origini, attorno alla quale il Creatore s’abbandona ad una danza: «Esulta, tripudia di gioia il Signore, danza come nei giorni di festa», dice il profeta Sofonia. A lui fa eco tutta la parola di Dio, che potrebbe essere riassunta con l’immagine del Creatore che invita le sue creature ad unirsi a Lui nella danza.

«Se tu scegli la vita, la vita sceglierà te» (Confucio). «Se ami la vita, la vita ricambia il tuo amore» (Arthur Rubinstein). Dunque, siamo chiamati ad amare e celebrare la vita, che è tale «soltanto là dove c’è l’amore» (Gandhi).

La nostra grandezza consiste – oltre che nell’essere figli di Dio – nella possibilità di decidere di vivere intensamente ogni attimo, come se fosse il primo e come se fosse l’ultimo, con la coscienza che «noi siamo sulla terra non per custodire un museo, ma per coltivare un giardino pieno di fiori e di vita» (Giovanni XXIII). 

Nostra vocazione comune: buttarci con coraggio nella vita «che è come l’acqua del mare: agitata, sgradevole a bersi, ma capace di sostenere coloro che remano» (René Bazin). E abbandonarci con fiducia alla vita che fluisce, alla musica dell’universo, a Colui che ha detto di sé: «Io sono la Vita», per attuare un sogno: «Possa io fare della mia vita qualcosa di semplice e diritto, come un flauto di canna che il Signore riempie di musica» (Tagore).

 

La vita è nelle nostre mani. Siamo creati Creatori. Nostra è la sua bellezza. 

Valentino